Antiochia

Da Wiki Maria Valtorta.
Mappa di Antiochia. Ricostruzione topografica dell’antica Antiochia del I secolo, con i principali rilievi, corsi d’acqua, mura e monumenti. La cartografia si basa sulla mappa di Glanville Downey[1].

È una delle principali città dell’Oriente romano menzionate nell’Opera di Maria Valtorta.

Situata presso il fiume Oronte, in Siria, era una grande e cosmopolita città commerciale, caratterizzata dalla presenza di popolazioni e comunità di diversa origine e cultura.

Nell’Opera valtortiana Antiochia assume particolare rilievo per la vicenda dei discepoli Giovanni di Endor e Sintica, che vi giungono dopo essere stati costretti a lasciare la Palestina e vi trovano accoglienza grazie alla comunità di credenti legata a Lazzaro. La città viene così presentata come uno dei luoghi nei quali il messaggio cristiano si diffonde al di fuori della Palestina.

[Dice Gesù:] «Ho già provveduto a tutto, da mesi. Quando essi torneranno alla ricerca di questi due perseguitati non li troveranno più, in nessun posto della Palestina. Vedi questi cofani? Sono per loro. Hai visto tutte quelle vesti piegate presso il telaio? Sono per loro. Sei sbalordito?».

«Sì, Maestro. Ma dove li mandi?».

«Ad Antiochia».

Pietro fa una fischiatina significativa e poi chiede: «E da chi? e come ci vanno?».

«In una casa di Lazzaro. L’ultima che Lazzaro abbia là dove suo padre governò in nome di Roma. E ci andranno per mare…». (EMV 310.4)

Teofilo, padre di Lazzaro, Marta e Maria, era stato governatore di Antiochia e i figli hanno ancora dei possedimenti in quelle zone, tra le quali un’azienda agricola nella vicina cittadina di Antigonio, a nord-est di Antiochia, dove Giovanni di Endor e Sintica trovano ospitalità.

Il testo del L’Evangelo come mi è stato rivelato offre inoltre alcuni riferimenti alla conformazione urbana della città di Antiochia del I secolo e ai suoi monumenti, tra cui l’Omphalos e il Nymphaeum, oltre a richiamare la posizione della città ai piedi delle montagne che la circondano.

Nel Nuovo Testamento Antiochia è attestata come uno dei primi importanti centri della diffusione del cristianesimo fuori dalla Palestina: secondo gli Atti degli Apostoli[2], proprio ad Antiochia i discepoli furono chiamati per la prima volta “cristiani”.

Abitanti o nativi del luogo

Teofilo e Eucheria (genitori di Lazzaro, Marta e Maria di Betania). Berenice di Antiochia la buona nuora di Filippo di Antiochia (il vecchio e fedele intendente[3] di Teofilo), suo figlio Giuseppe di Antiochia morto prematuramente, Saba di Antiochia ancella di Berenice. Il ricco mercante greco Zenone, che accoglierà nella sua casa la discepola Sintica. Il discepolo Nicolai di Antiochia, nipote di Filippo.

Descrizione

Viaggio ad Antiochia

Durante il viaggio che conduce il gruppo apostolico ad Antiochia, l’apostolo Simone Zelote descrive il territorio, che ben conosce per esservi stato fuggiasco in questa regione durante la giovinezza. Il viaggio dal porto di Seleucia verso Antiochia viene descritto minuziosamente e viene percorso su un carro trainato da un cavallo, lungo la strada che segue il corso del fiume Oronte e passa nei pressi di Dafne, prima di raggiungere le mura della città. Qui vengono ricordati il monte Silpio, le fortificazioni e le numerose torri poste a difesa della città:

Rimontano sul carro e passando sul ponte prendono l’altra riva del fiume, l’altra strada che va diritta verso Antiochia, attraverso una zona fertilissima.

«Ecco là! In quella valle poetica è Dafne col suo tempio e i suoi boschetti. E là, in quella pianura, ecco Antiochia e le sue torri sulle mura. Entreremo per la porta che è presso il fiume. La casa di Lazzaro non è molto lontana dalle mura. Le più belle case sono state vendute. Resta questa, un tempo luogo di sosta dei servi e clienti di Teofilo, con molte scuderie e granai. Ora ci vive Filippo. Un buon vecchio. Un fedele di Lazzaro. Vi troverete bene. E insieme andremo ad Antigonio, dove era la casa abitata da Eucheria e dai suoi figli, allora bambini…».

«Molto fortificata questa città, eh?», chiede Pietro, che ripiglia fiato ora che vede che il suo primo saggio di auriga è andato bene.

«Molto. Muraglie di altezza e larghezza grandiosa, oltre cento torri che, le vedete, sembrano giganti diritti sulle mura, e fossati invalicabili al loro piede. Anche il Silpio ha messo le sue cime ad aiuto della difesa e a contrafforte delle mura nella parte più delicata… (EMV 322.6)

La descrizione del viaggio comprende dunque elementi geografici e topografici che riguardano l’area compresa tra Seleucia e Antiochia. Nell’Opera, il viaggio è compiuto su un carro fornito agli apostoli da un albergatore di Seleucia, con un docile cavallo da tiro che ben conosce la strada per Antiochia condotto da Pietro.

Nella lettera che Sintica invia a Gesù durante il corso del Terzo anno della Vita pubblica[4] annunciando la notizia della morte del discepolo Giovanni di Endor, è descritta la città di Antiochia dell’epoca, definita “questa piccola Roma, e grande città regina d’Oriente”[5]:

Signore, mentre scrivo, da una delle terrazze della casa vedo Antiochia coi suoi moli sul fiume, il palazzo del Legato nell’isola, le sue vie regali, le sue mura dalle cento e cento torri poderose, e se mi volgo vedo la cresta del Sulpio che mi sovrasta con le sue caserme, e l’altro palazzo del Legato. Sono così fra le due manifestazioni della potenza romana, io povera donna soggetta, sola. Ma non mi dànno paura. Anzi penso che ciò che non può l’ira degli elementi e la forza di tutto un popolo in rivolta, farà la debolezza che non dà ombra, la apparente debolezza, spregevole ai potenti, di chi è una forza perché possiede Dio: Te.

Penso, e te lo dico, che questa forza romana sarà la forza cristiana quando ti avrà conosciuto, e che dalle cittadelle della romanità pagana occorrerà iniziare il lavoro, perché esse saranno sempre le padrone del mondo e una romanità cristiana vorrà dire una cristianità universale. Quando questo? Non so. Ma sento che sarà. (EMV 461.14)

La lettera di Sintica prosegue descrivendo altre zone della città:

Ho lasciato Antigonio dopo la sepoltura di Giovanni. Non perché mi trattassero male. Ma perché sentivo che non era il mio posto. Perché lo sentivo? Non so. Lo sentivo. Come ti ho detto, avevo conosciuto molte famiglie perché molti erano venuti a noi. Ho preferito sistemarmi presso quella di Zenone, proprio perché è nell’ambiente dove conto lavorare.

Una donna romana mi voleva nella sua splendida casa presso i Colonnati di Erode. Una ricchissima siriana mi invitava a maestra nel laboratorio di stoffe che il marito, di Tiro, ha impiantato in Seleucia. Una vedova proselite, madre di sette fanciulle, abitante presso il ponte Seleucio, mi voleva per rispetto a Giovanni, maestro dei fanciulli. Una famiglia greco-assira, con empori in una via presso il Circo, chiedeva che io andassi da essa perché nel tempo dei giuochi potevo essere utile. Infine un romano, già centurione, credo, certo militare, qui rimasto con non so quale preciso impegno, guarito lui pure con il balsamo, insisteva per avermi. No. Non volevo i ricchi, non i mercanti. Volevo anime, e anime greche e romane, perché sento che da queste deve iniziarsi l’espansione della tua Dottrina nel mondo.

Ed eccomi in casa di Zenone sulle pendici del Sulpio, presso le caserme. La cittadella incombe minacciosa dalla vetta. Eppure, così arcigna come è, è migliore dei ricchi palazzi dell’Onfolo e del Ninfeo, e vi ho amici. (EMV 461.19)

La lettera di Sintica termina con un’ulteriore descrizione di Antiochia:

[…] io amo ormai questa città che, con le vette del Casio e dell’Amano a vegliarla da due lati e le creste verdi delle Montagne nere più lontano, molto mi ricorda la patria perduta. (EMV 461.21)

Nella lettera sono dunque menzionati i “ricchi palazzi” dei quartieri “dell’Onfolo e del Ninfeo”[6]. La terminologia trova un interessante riscontro nella topografia dell’antica Antiochia. Le fonti antiche ricordano infatti un Omphalos, cioè un luogo denominato “ombelico”, associato alla struttura viaria della città, e un Nymphaeum[7], monumento legato all’acqua e al culto delle Ninfe. Il Nymphaeum[8] era associato al sistema delle fontane e dell’approvvigionamento idrico della città. La grande importanza delle vie colonnate e delle fontane nella struttura urbana di Antiochia è ampiamente attestata dalle fonti antiche, in particolare dall’Antiochikos di Libanio[9] che ne ricorda la presenza presso una delle principali intersezioni viarie di Antiochia. La sua funzione era anche quella di offrire un luogo fresco e piacevole.

Secondo la ricostruzione topografica tradizionale, presso il luogo dell’Omphalos si trovava anche il tempio delle Ninfe, che era anche una fontana; da questa zona partiva una strada colonnata diretta verso l’isola formata dall’Oronte.

Il Nymphaeum è ricordato anche da Evagrio Scolastico a proposito del terremoto che colpì Antiochia nel 458: lo storico riferisce che, nella parte antica della città, fu abbattuto ciò che era chiamato il Nymphaeum[10] e costituisce una testimonianza storica successiva sull’esistenza del monumento.

Per quanto riguarda l’Omphalos, le fonti antiche e le ricostruzioni topografiche moderne ne fanno un importante punto di riferimento della struttura urbana di Antiochia. La città comprendeva inoltre, sull’isola formata dall’Oronte, il “palazzo del Legato”, “il Circo” e un importante monumento a quattro arcate, il cosiddetto “Tetrapylon degli Elefanti”, associato alla funzione di punto centrale o nodo urbano.

Maria Valtorta menziona anche la “cittadella” militare “sulle pendici del Sulpio” e la strada principale con “i Colonnati di Erode”. Questi elementi, insieme ai rilievi, ai corsi d’acqua e alla struttura viaria descritti nell’Opera, trovano corrispondenza, in misura diversa, nelle fonti storiche e nelle ricostruzioni topografiche dell’antica Antiochia.

Eventi principali

Antiochia di Siria, l’arrivo degli apostoli[11]
Le mura e le torri fortificate di Antiochia.

All’inizio del Terzo anno della Vita pubblica di Gesù[12], a causa delle delazioni di Giuda al Sinedrio, il Signore è costretto ad allontanare dal gruppo apostolico i discepoli Sintica e Giovanni di Endor per inviarli lontano, ad Antiochia, dove contribuiranno alla fondazione della prima comunità cristiana in Asia minore[13]. Gli apostoli Pietro, Simone Zelote, Giacomo e Giovanni di Zebedeo, Giacomo di Alfeo e Giuda Taddeo, Andrea e Matteo accompagneranno i due fuggitivi ad Antiochia per via mare, mentre Gesù si ritirerà in preghiera e digiuno[14] per aiutare spiritualmente la buona riuscita della missione[15]. È Gesù stesso, durante la permanenza a Nazaret, prima della dolorosa partenza, a spiegare le modalità del viaggio e le disposizioni da osservare, affidando la missione alla guida di Pietro:

[Dice Gesù:] «Ma parliamo di ciò che dobbiamo fare. Ascoltatemi bene, perché poi ci dovremo lasciare. Partiremo questa sera, a metà della prima vigilia[16]. Partiremo come persone che fuggono… perché sono colpevoli. Invece noi non andiamo a fare del male, non fuggiamo perché lo abbiamo fatto. Ma ce ne andiamo per impedire che altri lo faccia a chi non avrebbe forza di sopportarlo. Partiremo dunque… Andremo per la via di Sefori… E sosteremo in una casa a mezza strada per partire all’alba. È una casa con molti porticati per le bestie. Vi sono pastori amici di Isacco. Li conosco. Mi ospiteranno senza chiedere nulla. Poi dovremo assolutamente raggiungere Jiftael entro sera e sostarvi. […] Al mattino di poi andremo a Tolemaide e ci separeremo. Voi, sotto la guida di Pietro, che è il vostro capo e che dovrete ubbidire ciecamente, anderete per mare fino a Tiro. Là troverete una nave in partenza per Antiochia. Vi salirete dando questa lettera da vedere al padrone della nave. È di Lazzaro di Teofilo. Voi passate per suoi servi, mandati alle sue terre di Antiochia, o meglio ai suoi giardini di Antigonio. Così siete per tutti. Sappiate essere attenti, seri, prudenti e silenziosi. Giungendo ad Antiochia andate subito da Filippo, l’intendente di Lazzaro, al quale darete questa lettera…». (EMV 313.8)

Giunti ad Antiochia e preso contatti con Filippo, l’intendente di Lazzaro, gli otto apostoli si recano ad Antigonio con Sintica e Giovanni di Endor. La bellezza dei giardini di Lazzaro, l’opportunità di poter insegnare come pedagogo e perfino la vista delle gallinelle, che gli ricordano quelle della sua casa, rallegrano l’animo di Giovanni di Endor e lo predispongono ad accettare la separazione dal Maestro e chiede alla compagna di sventura di poter rimanere ad Antigonio:

«Sì, Sintica! Qui! È più bello! Antiochia mi opprime di ricordi…», prega piano Giovanni alla compagna.

Dopo che ciascuno degli otto apostoli ha tenuto un discorso di commiato nella casa di Filippo ad Antiochia, con riuniti “tutti gli uomini di Antigonio”[17], vi è lo straziante addio a Sintica e Giovanni di Endor. Gli apostoli lasciano la città per rientrare in Palestina e riunirsi al Signore.

La missione degli otto apostoli si conclude ad Aczib, che è il luogo del ricongiungimento tra Gesù, dopo circa due settimane trascorse in solitudine e in penitenza, e la delegazione apostolica inviata per la prima volta in una missione lontano dalla Palestina. Gli otto apostoli si riuniscono a Gesù dopo essere rientrati via mare, sbarcando nel porto di Tolemaide e scoprono che Gesù è smagrito e invecchiato perché ha pregato e digiunato in una grotta. “La vostra missione è finita”[18].

Toponimi

Nella tradizione greca: il nome Antiochia deriva dal greco Antiócheia, forma femminile del nome personale Antíochos. La città fu fondata da Seleuco I Nicatore intorno al 300 a.C. e, secondo la tradizione riportata dalle fonti antiche fu denominata in onore di Antioco, padre di Seleuco. Per distinguerla dalle numerose altre città che portavano lo stesso nome, era indicata anche come Antiochia sull’Oronte, in riferimento al fiume presso il quale fu fondata.

Nella documentazione latina: il toponimo compare nella forma Antiochia o Antiochia ad Orontem. Plinio il Vecchio la distingue dalle altre città omonime definendola Antiochia e riportando anche l’appellativo Epidaphnes, cioè in relazione a Dafne, il celebre centro suburbano posto nelle vicinanze.

Attualmente: l’antica Antiochia sull’Oronte corrisponde all’odierna Antakya, nella provincia turca di Hatay, nel sud della Turchia, presso il corso dell’Oronte, oggi chiamato Asi Nehri. Il nome moderno Antakya deriva dalla forma storica del nome Antiochia.

Dove se ne parla nell’Opera?

La città di Antiochia viene menzionata più di settanta volte nel L’Evangelo come mi è stato rivelato.

Volume 2: EMV 140 EMV 145

Volume 3: EMV 204

Volume 4: EMV 285

Volume 5: EMV 310 EMV 312 EMV 313 EMV 314 EMV 318 EMV 319 EMV 321 EMV 323 EMV 324 EMV 325 EMV 331 EMV 355

Volume 6: EMV 366 EMV 376 EMV 424

Volume 7: EMV 459 EMV 460 EMV 461 EMV 463 EMV 466 EMV 486 EMV 487 EMV 491

Volume 8: EMV 531 EMV 550

Volume 9: EMV 562 EMV 566 EMV 578

Volume 10: EMV 632

Per saperne di più su questo luogo


  • Estratto dal Logo Bollettino Valtortiano.png n° 78 del Luglio - Dicembre 2009:

Maria Valtorta ci fa visitare Antiochia

di Jean-François Lavère[19]
Antiochia nel sec. 18° in un disegno di Louis-François Cassas

Maria Valtorta è forse stata ad Antiochia… ai tempi di Gesù? È una domanda che viene spontanea se si analizzano i numerosi dettagli forniti dalla scrittrice su Antiochia e la sua regione… di quei tempi.

Venendo dal mare, il cretese Nicomede fa notare che “il vero porto di Antiochia è Seleucia, sul mare, alle foci dell’Oronte”[20]. Esatto. Porto di Antiochia, a nord della foce dell’Oronte, di cui Victor Chapot[21] studiò il sito nel 1907.

E aggiunge: “Quella che voi vedete è Seleucia, la più grande. L’altra, verso il mezzogiorno, non è città, ma rovine di un posto devastato”. Esatto. È la vecchia colonia greca di Posidéion (Al-Mina, che in arabo significa “il porto”, è il suo nome moderno). Questa antica colonia greca, conosciuta nella mitologia e da qualche autore greco (Strabone), abbandonata circa 300 o 400 anni prima di Cristo, era un campo di rovine ai tempi di Gesù. Quando l’opera della Valtorta la evocava, nel 1944, solo qualche archeologo la conosceva, come ancora oggi.

Nicomede continua a spiegare: “Quella catena è il Pierio, che fa chiamare la città Seleucia Pieria”. Esatto. Pieria è la catena montagnosa situata a nord di Seleucia.

“Quel picco più in dentro, oltre la pianura, è il monte Casio, che sovrasta come un gigante la pianura d’Antiochia”. Esatto. Il monte, alto 1769 metri, conosciuto oggi con il nome di Gebel-Akra[22], che significa “la montagna calva”, è chiamato “Casio” da Plinio e da Strabone.

“L’altra catena a settentrione è quella dell’Amano”. Esatto. Il monte Amano separa la Siria dalla Cilicia.

Nel capitolo seguente si legge che “... prendono una strada presso le mura, finché escono da una porta costeggiando prima un fondo canale e poi il fiume stesso”[23]. Esatto. Il canale sarà ampliato più tardi da Tito e i ruderi sono ancora visibili ai nostri giorni.

Sintica esclama: “Quanti mirti!”, e Matteo aggiunge: “E lauri!”. Esatto. Come nel primo libro delle Metamorfosi di Ovidio.

“Presso Antiochia è un luogo sacro ad Apollo”, dice Giovanni di Endor; e Simone Zelote, che conosce il posto per esservi già stato, dice: “Vedrete una delle valli più belle del mondo. A parte il culto osceno e degenerato in orge sempre più luride, è una valle di paradiso terrestre...”. E più sotto[24]: “In quella valle poetica è Dafne col suo tempio e i suoi boschetti”. Esatto. Il geografo Strabone dichiara che “gli Antiocheni vi tengono le loro panegirie”[25] e Nonno di Panopoli, poeta greco del quinto secolo, menziona le “orge frigie” di Dafne[26].

Lo Zelote aggiunge: “... ecco Antiochia e le sue torri sulle mura”, e all’osservazione di Pietro, che nota come questa città sia “molto fortificata”, risponde: “Molto. Muraglie di altezza e larghezza grandiosa, oltre cento torri...”. Esatto. Nel 1861 Emile Isambert scrisse[27] che restano 50 torri delle 130 originali, le quali dimostrano il genio militare dei romani.

“Anche il Silpio – rincara lo Zelote – ha messo le sue cime ad aiuto della difesa e a contrafforte delle mura...”. Esatto. Oggi non resta nulla delle rovine di queste difese costruite sul monte Silpio, ma Louis-François Cassas[28], nel 18° secolo, ne traccia qualche disegno.

Antiochia nel 1836, secondo W. H. Bartlett

Dopo un migliaio di pagine, nell’Opera di Maria Valtorta, una lettera di Sintica fornisce molti altri dettagli su Antiochia, che allora era la terza città dell’Impero dopo Roma e Alessandria: “... mentre scrivo... da una delle terrazze della casa vedo... il palazzo del Legato nell’isola...”[29]. Esatto. Libanio di Antiochia (314-394) scrive, in Oraison IX, che il palazzo del governatore occupava un quarto dell’isola.

“... le sue vie regali, le sue mura dalle cento e cento torri poderose, e se mi volgo vedo la cresta del Sulpio che mi sovrasta con le sue caserme e l’altro palazzo del Legato”. Esatto. Coincide con la descrizione che ne fa Libanio. I crociati fecero una cittadella con i resti di questo secondo palazzo fortificato.

E nel seguito della lettera[6]: “Una donna romana mi voleva nella sua splendida casa presso i Colonnati di Erode”. Esatto. La storia e l’archeologia attestano di questo colonnato, ingrandito in seguito da Tiberio.

“Una vedova proselite,… abitante presso il ponte Seleucio...”. Esatto. Questo ponte più volte ricostruito, ad ovest della città, esisteva ancora nel 1785.

“Una famiglia greco-assira, con empori in una via presso il Circo...”. Esatto. Le rovine del Circo sono presso il palazzo del governatore.

“Ed eccomi in casa di Zenone sulle pendici del Sulpio, presso le caserme. La cittadella incombe minacciosa dalla vetta. Eppure, così arcigna come è, è migliore dei ricchi palazzi dell’Onfolo e del Ninfeo...”. Esatto. L’Onfalo era il centro della città, dove si ergeva una imponente statua di Apollo. Il grandioso Ninfeo, che erogava acqua a tutta la città, fu abbattuto a seguito di un terremoto devastante, come riferisce Evagrio lo Scolastico (534-594)[30].

Non bisogna trascurare la menzione di Antigonio e dei giardini di Lazzaro, specialmente nel capitolo 323[31]. Ancora ai nostri giorni gli archeologi ricercano tracce della città di Antigonio, contemporanea di Antiochia, il cui declino era già iniziato durante la conquista romana. Isambert[32], la colloca a nord-est di Dafne presso Antiochia, in conformità con la descrizione di Maria Valtorta, mentre gli odierni archeologi la ricercano un po’ più ad est.

Tutti questi dati sono dunque esatti, anche se la loro verifica si rivela talvolta lunga e delicata. In effetti queste informazioni sono disseminate qua e là in diverse opere. Ma non ne ho trovato nessuna, tra le numerose che ho consultato per questo studio, che presenti l’insieme di dati trasmessi da Maria Valtorta, che ci fornisce, su Antiochia e la sua regione, più di una ventina di precisazioni pertinenti, di cui alcune poco conosciute.

Sicuramente la qualità della descrizione di Antiochia e della sua regione è un elemento da aggiungere al dossier sull’enigma Valtorta...

Traduzione dal francese di Claudia Vecchiarelli - © Centro Editoriale Valtortiano.


Antiochia

Dictionnaire géographique de l'Évangile

Ci sono più di quindici menzioni di Antiochia nel L’Evangelo come mi è stato rivelato. Le numerose e minuziose descrizioni della città, “questa piccola Roma, e grande città regina d’Oriente”[5] e dei suoi dintorni non possono non colpire anche il lettore più incredulo[19]. Maria Valtorta evoca il palazzo del Legato sull’isola, le caserme sul monte Silpio, i Colonnati di Erode, l’Omphalos, lo splendido Ninfeo, il Circo, le imponenti fortificazioni, il ponte sull’Oronte, ecc. Pietro e sette dei suoi compagni accompagnano qui Sintica e Giovanni di Endor, costretti all’esilio nelle terre di Lazzaro, “là dove suo padre governò in nome di Roma”[34]. Gli apostoli rimangono sul posto per una settimana e vi seminano i primi semi della futura Chiesa.

Fondata nel 300 a.C. da Seleuco Nicatore e denominata per onorare la memoria di suo padre, Antioco. Situata nella valle dell’Oronte (riva sinistra), nelle vicinanze del monte Silpio (509 m) e a 25 km dal mare per via fluviale, Antiochia fu la terza città dell’Impero romano. San Luca è l’unico autore del Nuovo Testamento che cita la città: “C’erano nella Chiesa di Antiòchia profeti e maestri: Bàrnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d'infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo.”[35]



  • Riferimenti biblici dagli Atti degli Apostoli:

Intanto quelli che si erano dispersi a causa della persecuzione scoppiata a motivo di Stefano erano arrivati fino alla Fenicia, a Cipro e ad Antiòchia e non proclamavano la Parola a nessuno fuorché ai Giudei. Ma alcuni di loro, gente di Cipro e di Cirene, giunti ad Antiòchia, cominciarono a parlare anche ai Greci, annunciando che Gesù è il Signore. E la mano del Signore era con loro e così un grande numero credette e si convertì al Signore. Questa notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, e mandarono Bàrnaba ad Antiòchia.

Quando questi giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore, da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede. E una folla considerevole fu aggiunta al Signore. Bàrnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo: lo trovò e lo condusse ad Antiòchia. Rimasero insieme un anno intero in quella Chiesa e istruirono molta gente. Ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani. (Atti 11,19-26)

C’erano nella Chiesa di Antiòchia profeti e maestri: Bàrnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo. (Atti 13,1)

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  • 36° 12’ 17’’ N / 36° 10’ 54’’ E
  • +85 m

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Note

  1. ↑ G. Downey, A History of Antioch in Syria from Seleucus to the Arab Conquest, Princeton University Press, 1961).
  2. ↑ Atti degli Apostoli: At 11,26
  3. ↑ Nel contesto della Palestina del I secolo, l’intendente (dal greco epítropos) era l’amministratore di fiducia di un ricco proprietario terriero o di un sovrano. Sovrintendeva alla gestione delle proprietà, dirigeva il lavoro dei contadini e dei servi, amministrava i raccolti e aveva il compito di far eseguire gli ordini del padrone.
  4. ↑ nel terzo periodo di 4 mesi: 444-540
  5. ↑ 5,0 5,1 EMV 461.13
  6. ↑ 6,0 6,1 EMV 461.19
  7. ↑ Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXV, 12, 43.
  8. ↑ Anthony Rich, Dictionnaire des Antiquités romaines et grecques, 3ª edizione, 1883, voce «NYMPHAEUM ou NYMPHEUM». Il dizionario definisce il nymphaeum come un edificio consacrato alle Ninfe e descrive la tipologia della sala con colonne, statue, pitture e fontana.
  9. ↑ Libanius, retore greco del sec. IV d. C., nato ad Antiochia nel 314 da ragguardevole famiglia, e avviato dalla madre e dagli zii allo studio della retorica (Enciclopedia Treccani)
  10. ↑ Evagrio Scolastico, Storia ecclesiastica, II, 12. Evagrio racconta il terremoto che colpì Antiochia nel 458 e riferisce che, nella parte antica della città, fu abbattuto anche il Nymphaeum. Evagrio Scolastico (da non confondere con Evagrio Pontico), nacque probabilmente intorno al 535/536 a Epifania, in Siria, e morì intorno al 594; compose una Storia ecclesiastica che prosegue la tradizione storiografica ecclesiastica precedente fino alla fine del VI secolo.
  11. ↑ illustrazione generata con IA
  12. ↑ nel primo periodo di 4 mesi
  13. ↑ EMV 316.4
  14. ↑ EMV 317
  15. ↑ EMV 325.4
  16. ↑ può corrispondere, nei nostri tempi, alle ore sette/otto circa della sera.
  17. ↑ EMV 324.1
  18. ↑ EMV 325.8
  19. ↑ 19,0 19,1 Vedi anche: Jean-François Lavère, L’Enigma Valtorta, volume 1, Centro Editoriale Valtortiano, Isola del Liri (2012), pp. 76-81.
  20. ↑ EMV 321.3
  21. ↑ Marc Joseph Victor Chapot (1873-1954) è stato uno storico, archeologo, medico di lettere francese
  22. ↑ o Jebel Aqra, noto anche come Monte Casius
  23. ↑ EMV 322.4
  24. ↑ EMV 322.6
  25. ↑ Strabone, Geografia, Libro XVI, 2.6.
  26. ↑ Nonno di Panopoli, Dionisiache, Canto 40.
  27. ↑ E. Isambert Itinéraire descriptif, historique et archéologique de l’Orient, Hachette, 1861, p. 618.
  28. ↑ Louis François Cassas (1756-1827) scultore, architetto, pittore paesaggista, archeologo e antiquario francese.
  29. ↑ EMV 461.14
  30. ↑ in Ecclesiastical History I 3, c 12.
  31. ↑ EMV 323
  32. ↑ a pag. 619 dell’opera già citata Itinéraire descriptif...
  33. ↑ Jean-François Lavère, Dictionnaire géographique de l'Évangile d’après Maria Valtorta, Éditions Maria Valtorta, 2017, pag. 42
  34. ↑ EMV 310.4
  35. ↑ Atti degli Apostoli: At 13,1.