Visioni e dettati di Maria Valtorta
Maria Valtorta, costretta a letto, trascrisse le sue ‘visioni’ e i ‘dettati’ su normali quaderni scolastici forniti dal suo direttore spirituale, man mano che li riceveva, a partire dal 23 aprile 1943.
L’insieme comprende 122 quaderni, per complessive 13.193 pagine manoscritte.
Lo studio di questi scritti rivela diverse modalità, distinte e complementari, attraverso le quali si manifesta la sua esperienza mistica:
- le ‘visioni’,
- i ‘dettati’
- ciò che Maria Valtorta definisce “l’interno ammonitore”.
Ella descrive inoltre le particolari condizioni nelle quali riceve queste comunicazioni, il loro rapporto con la propria attività intellettuale e corporea, nonché i vincoli che condizionano la loro trascrizione.
La questione qui trattata non consiste tanto nello stabilire che cosa Maria Valtorta affermi di aver visto o udito, quanto nell’esaminare come ella descriva il fenomeno, quale ruolo attribuisca alle proprie facoltà e come avvenga il passaggio dalla percezione alla scrittura.
1. Tre modalità di comunicazione[modifica | modifica sorgente]
Le ‘visioni’[modifica | modifica sorgente]
Le ‘visioni’ sono scene che ella riferisce nel modo più fedele possibile. Si descrive come immersa nella scena e capace di percepirla attraverso tutte le proprie facoltà sensoriali. Esse riguardano principalmente episodi della vita di Gesù e di Maria[2], sono generalmente introdotte da espressioni quali “vedo” o “rivedo”.
Nella sua esperienza mistica, la ‘visione’ non si riduce a un’idea o a una conoscenza intellettuale, ma si presenta come una scena osservata e descritta con grande precisione e ricchezza di particolari, fin nei dettagli.
I ‘dettati’[modifica | modifica sorgente]
I ‘dettati’ si distinguono dalle ‘visioni’ per la loro modalità di percezione. Maria Valtorta afferma di riceverli attraverso quello che definisce il proprio “udito spirituale”, come una ‘voce’ umana percepita nelle sue immediate vicinanze. Nei suoi scritti sono generalmente introdotti da formule quali: “Gesù dice:” oppure “Maria dice:”.
Maria Valtorta distingue quindi, nettamente, la voce propria del ‘dettato’ dalle parole e dai dialoghi dei personaggi che popolano l’Opera, che le è dato di udire nel corso delle ‘visioni’ e che trascrive fedelmente insieme a quanto vede. Queste parole, pur essendo udite e riportate per iscritto, non costituiscono dei ‘dettati’, ma fanno parte della percezione della scena nella sua esperienza mistica, che comprende tanto ciò che vede quanto ciò che le è dato di udire.
La “seconda voce” o “interno ammonitore”[modifica | modifica sorgente]
A queste due modalità si aggiunge quella che Maria Valtorta definisce la sua “seconda voce”. Essa, tuttavia, non si presenta come una voce umana udita accanto a lei. La descrive come “una luce”, un’intuizione che “parla nel mio spirito” e non “al mio spirito”. Questi interventi sono introdotti da espressioni quali: “il mio interno ammonitore mi dice…”.
Questo “interno ammonitore” le fornisce informazioni complementari che le permettono di comprendere alcuni dettagli di ciò che vede e che, secondo lei, non potrebbe cogliere da sola. In un episodio in particolare[3], “l’ interno ammonitore” le rivela i nomi di alcuni personaggi che sono stati grandi maestri in Israele, Hillel, Gamaliele e Sciammai:
[Scrive Maria Valtorta:] Lei oggi mi diceva come avevo potuto sapere i nomi di Hillel e Gamaliele e quello di Sciammai.
È la voce che io chiamo «seconda voce» quella che mi dice queste cose. Una voce ancor meno sensibile di quella del mio Gesù e degli altri che dettano. Queste sono voci, gliel’ho detto e glielo ripeto, che il mio udito spirituale percepisce uguali a voci umane. Le sento dolci o irate, forti o leggere, ridenti o meste. Come uno parlasse proprio vicino a me. Mentre questa «seconda voce» è come una luce, una intuizione che parla nel mio spirito. «Nel», non «al» mio spirito. È una indicazione.
Così, mentre io mi avvicinavo al gruppo dei disputanti e non sapevo chi era quell’illustre personaggio che a fianco di un vecchio disputava con tanto calore, questo «che» interno mi disse: «Gamaliele - Hillel». Sì. Prima Gamaliel e poi Hillel. Non ho dubbi. Mentre pensavo chi erano costoro, questo indicatore interno mi indicò il terzo antipatico individuo proprio mentre Gamaliel lo chiamava a nome. E così ho potuto sapere chi era costui dal farisaico aspetto. (Q44, 29 gennaio)
Questa distinzione è importante perché, nella sua esperienza mistica, Maria Valtorta distingue tre modalità di percezione:
- vedere una scena, attraverso la ‘visione’;
- udire una voce, attraverso il ‘dettato’;
- ricevere interiormente una conoscenza, attraverso “l’interno ammonitore”.
Maria Valtorta scoprirà che “l’interno ammonitore”, questa ‘voce’ che le parla e che le commenta o precisa alcuni particolari è quella del suo angelo custode. Riferisce di averlo visto per la prima volta il 4 gennaio 1932, quando rimase vittima di un incidente domestico a causa di uno svenimento dovuto all’aria particolarmente satura di acido carbonico. Nella caduta il suo angelo custode la fece deviare da alcune bottiglie di vetro, sulle quali avrebbe potuto facilmente recidersi la gola[4].
Proseguendo la sua esperienza mistica Maria Valtorta scoprirà anche il suo nome: Azaria.
Mentre dico questi ultimi a lui, mi interrompo per dirgli: “Ma come ti chiami? Avrai pure un nome! Io ti chiamo ‘interno ammonitore’. Ma vorrei chiamarti con un nome”. Mi appare, di fianco al letto, a destra, verso il fondo, e dice pronto, tutto un sorriso: “Azaria”.
D’ora in poi “l’interno ammonitore” sarà perciò indicato col nome di Azaria... (Quadernetti, 15 gennaio 1946)
2. Una percezione situata “nello spirito”[modifica | modifica sorgente]
Per descrivere la propria esperienza, Maria Valtorta ricorre a una concezione tripartita dell’essere umano, distinguendo il corpo, l’anima e lo spirito, in riferimento alle tre componenti dell’uomo già enunciate da San Paolo[5].
Maria Valtorta scrive: “Nel corpo c’è l’anima, nell’anima lo spirito”[6]. Più tardi, in occasione dell’Assunzione della Vergine Maria, Gesù le spiega:
[Dice Gesù:] «Vi è differenza tra la separazione dell’anima dal corpo per morte vera, e momentanea separazione dello spirito dal corpo e dall’anima vivificante per estasi o rapimento contemplativo[7].
Mentre il distacco dell’anima dal corpo provoca la vera morte, la contemplazione estatica, ossia la temporanea evasione dello spirito fuor dalle barriere dei sensi e della materia, non provoca la morte. E questo perché l’anima non si distacca e separa totalmente dal corpo, ma lo fa solo con la sua parte migliore, che si immerge nei fuochi della contemplazione». (EMV 651.17)
Questa parte “parte migliore” è lo spirito, che Maria Valtorta definisce “l’anima dell’anima”. Ella afferma[8] che è nello spirito che riceve le ‘visioni’:
[Scrive Maria Valtorta:] Lo comprendo perché, come le ho spiegato già tante volte, quando Dio mi prende perché io sia il suo portavoce[9], la mia intelligenza si amplifica e si eleva a una potenza che è molto superiore a quella consentita agli umani. E io “vedo”, “odo”, “comprendo” secondo lo spirito. (Q45, 15 aprile)
L’espressione è caratteristica del suo vocabolario: i verbi vedere, udire e comprendere sono associati a un’attività dello spirito che non si confonde con la normale percezione sensoriale. Maria Valtorta parla di intelligenza, ma di un’intelligenza amplificata nello spirito (con la minuscola). Allo stesso modo, ella vede e ode; in altri termini, i suoi sensi sono potenziati in questa zona di contatto con Dio. La distinzione diventa particolarmente netta quando spiega a padre Migliorini, suo direttore spirituale e confessore, la differenza tra le voci e la “seconda voce”:
[Scrive Maria Valtorta:] Queste sono voci – gliel’ho detto e glielo ripeto – che il mio udito spirituale percepisce uguali a voci umane. Le sento dolci o irate, forti o leggere, ridenti o meste. Come se uno parlasse proprio vicino a me. Mentre questa “seconda voce” è come una luce, una intuizione che parla nel mio spirito. “Nel”, non “al” mio spirito. È una indicazione. (Q44, 29 gennaio)
Nella sua esperienza mistica, Maria Valtorta distingue dunque due modalità diverse di percezione. Da una parte, vi è ciò che percepisce come una voce; dall’altra, ciò che le si manifesta interiormente come una luce o un’intuizione.
3. L’estasi e il potenziamento delle facoltà umane[modifica | modifica sorgente]
Gesù ricorda che il ‘rapimento’ (o l’estasi) potenzia le capacità del mistico, che non perde per questo la propria personalità. Queste caratteristiche si applicano anche a Maria Valtorta, compensandone le limitazioni umane.
[Dice Gesù:] «È detto e stabilito dai sapienti della mia Chiesa, in merito a coloro che vivono una vita straordinaria, che mentre essi sono nell’estasi — sia essa incompleta per dare loro modo di dettare o scrivere le rivelazioni che hanno, o completa — la loro intelligenza aumenta di capacità di intendere, comprendere e riferire, mentre poi, usciti dall’estasi, essi tornano alla loro intelligenza propria. È quello che avviene nel piccolo Giovanni[10], “un’aquila mentre Io lo investo, una colombina quando Io non lo investo più dei miei fulgori”.» (Q47, 6 dicembre)
È quanto viene confermato anche dagli insegnamenti di alcuni Dottori della Chiesa. Tra questi:
- San Tommaso d’Aquino (1225-1274), nella Somma teologica[11], afferma che, durante lo stato estatico, le facoltà conoscitive possono essere elevate da una luce divina, pur rimanendo l’intelligenza umana distinta dalla conoscenza divina immediata.
- Santa Teresa d’Avila (1515-1582), nel Il castello interiore[12], spiega come, durante i momenti di estasi, l’anima sia in profonda unione con Dio e riceva rivelazioni e grazie particolari. Osserva inoltre che, sebbene l’estasi possa sospendere l’attività dei sensi corporei, l’intelletto e la volontà rimangono attivi, consentendo all’anima di comprendere ed esprimere le esperienze spirituali vissute.
- San Giovanni della Croce (1542-1591), nella Salita del Monte Carmelo[13], sottolinea che, durante l’estasi, l’anima viene elevata al di sopra delle proprie capacità naturali e riceve un’illuminazione divina che le permette di comprendere profonde verità spirituali. Dopo l’estasi, sebbene l’anima ritorni al suo stato ordinario, conserva una viva memoria delle rivelazioni ricevute, che le consente di esprimerle e comunicarle.
- Sant’Agostino (354-430), nelle Confessioni[14], descrive come, nei momenti di profonda contemplazione, l’intelletto venga illuminato, permettendo una comprensione più profonda delle verità divine. Sebbene tali esperienze siano transitorie, esse lasciano nell’anima un’impressione duratura, favorendo la successiva espressione delle rivelazioni ricevute.
L’esperienza mistica non annulla l’umanità dello “strumento”[modifica | modifica sorgente]
[Dice Gesù:] «È detto anche, ed è stabilito, che pur essendo la rivelazione, fatta da Dio ad anima scelta per missione soprannaturale e straordinaria, sempre perfetta, può essere interpretata e riferita con errori accessori dalla creatura, e ciò perché la perfezione divina o celestiale si mescola e confonde alla pochezza della creatura e può uscirne alterata in qualche particolare. È per questo che Io veglio, e l’Angelo del piccolo Giovanni veglia, per ristabilire il pensiero così come è stato dettato e come per cause esterne è stato spezzato e involontariamente mal ricostruito dal portavoce.
Ma ripeto: così come vi è stata data, l’Opera riporta la verità esatta e completa del mio insegnamento». (Q47, 6 dicembre)
Una comunicazione soprannaturale può essere perfetta nella sua origine divina, senza che la sua percezione, comprensione o formulazione da parte dello “strumento” umano lo siano necessariamente. La tradizione spirituale e le norme ecclesiali sul discernimento riconoscono, infatti, la possibilità che elementi umani, e persino errori di ordine naturale, si mescolino a una rivelazione autenticamente soprannaturale, in particolare a causa della percezione o dell’interpretazione del soggetto[15].
L’estasi rimane commisurata alle capacità umane[modifica | modifica sorgente]
In uno dei suoi primi ‘dettati’, Azaria, l’angelo custode di Maria Valtorta, conferma che le ‘visioni’ fanno effettivamente ricorso ai sensi umani, che Dio “potenzia” in una misura compatibile con la natura umana. Le ‘visioni’ sono dunque relative, non assolute. L’esperienza soprannaturale eleva le facoltà umane, senza trasformarle in una conoscenza divina assoluta.
[Dice Azaria:] «Pensa, anima mia! Ti sembra tanto bello, così bello che ne resti sbalordita, ciò che vedi e conosci. Io ti potrei ottenere una ancor più vasta comprensione ed estensione visiva e auditiva per aumentare la tua gioia fra le tribolazioni della tua immolazione. Ma sarebbe sempre una conoscenza relativa. Anche nelle cose umane tu sai che non si può forzare una caldaia, un ingranaggio, il calore, e così via, oltre un dato limite, altrimenti l'esperimento si muta in distruzione. Anche nelle cose straordinarie non si può ottenere il massimo, il tutto, perché non potrebbe l'uomo resistere ad un solo attimo di completa conoscenza e perfetta visione del Cielo coi suoi Misteri divini». (Azaria, Lezione II)
Grandi santi, come padre Pio o Teresa di Lisieux, immersi nell’incandescenza dell’Amore, lo affermano in termini analoghi: se l’estasi da loro vissuta si fosse protratta, sarebbero morti. Questo rapimento, che Maria Valtorta sperimenta e che, spinto ai suoi limiti estremi, porta padre Pio[16] e Teresa di Lisieux[17] sulla soglia della morte, è lo stesso che avrebbe causato la dormizione della Vergine Maria. Ella è “morta” per l’intensità dell’amore, come spiega l’Opera:
[Dice Maria:] «Quella sera, già s’era iniziato il riposo sabatico, parlavo con Giovanni. […]
Parlavamo di Gesù, del Padre, del Regno dei Cieli. Parlare della Carità e del Regno della Carità è accendersi del fuoco vivo, consumare i serrami della materia per liberare lo spirito ai suoi voli mistici. E se il fuoco è contenuto nei limiti che Dio mette per conservare le creature sulla Terra, al suo servizio, vivere ed ardere si può, trovando nell’ardore non consumazione ma completamento di vita. Ma quando Dio toglie i limiti e lascia libertà al Fuoco divino di investire e attirare a Sé lo spirito senza più misura, allora lo spirito, a sua volta rispondendo senza misura all’Amore, si stacca dalla materia e vola là dove l’Amore lo sprona ed invita. Ed è la fine dell’esilio e il ritorno alla Patria.
Quella sera, all’ardore incontenibile, alla vitalità senza misura del mio spirito, si unì un dolce languore, un misterioso senso di allontanamento della materia da quanto la circondava, come se il corpo si addormentasse, stanco, mentre l’intelletto, ancor più vivo nel suo ragionare, si inabissava nei divini splendori». (EMV 651.2)
4. Un’esperienza mistica che non dipende dalla volontà di Maria Valtorta[modifica | modifica sorgente]
L’imprevedibilità delle ‘visioni’ e dei ‘dettati’[modifica | modifica sorgente]
Queste comunicazioni hanno un carattere imprevedibile. Maria Valtorta spiega che possono verificarsi mentre è intenta a svolgere attività ordinarie:
[Scrive Maria Valtorta:] Mi accade spesso che le ispirazioni, i consigli, le voci mi suonino in cuore proprio quando sono occupata in cose molto lontane dal regno dello spirito. Quando prego è difficile che le oda, mentre quando scrivo, leggo, lavoro, mangio, scherzo con le mie bestioline, parlo con Tizio e Caio, ecco folgorare nell’anima una parola… Forse dipende che qualunque cosa io faccia il mio io profondo è sempre fisso in un posto e nulla può separarlo dalla sua vita che è Iddio. Non so. Penso sia così. (Autobiografia, parte sesta[18])
Afferma dunque di non provocare volontariamente il fenomeno. La preghiera stessa non ne costituisce necessariamente il contesto immediato: al contrario, dichiara che talvolta le comunicazioni sono più difficili da percepire quando prega.
Si tratta di un’iniziativa di Dio, che interviene in un atteggiamento fondamentale e costante di disponibilità.
I contenuti non provengono da lei[modifica | modifica sorgente]
Questa caratteristica si collega a un’altra affermazione fondamentale di Maria Valtorta: ella non considera le comunicazioni come originate da una propria iniziativa. Spiega di non poter scegliere né il momento in cui avvengono né modificare volontariamente le formulazioni ricevute. Se tenta di sostituire un’espressione con un’altra più corrispondente al proprio stile, afferma di esserne incapace:
[Scrive Maria Valtorta:] E ora che le ho detto le ragioni per cui non amo parlare, le dirò quelle per cui sento che non sono illusa, prendendo delle larve di delirio per verità soprannaturali e parole demoniache per parole divine.
Sono sicura per la soavità e la pace che mi invadono dopo quelle parole e quelle carezze e per la forza che mi investe, obbligandomi ad ascoltarle e a scriverle senza poterne mutare una parola. Alla dolcissima forza con cui sono obbligata ad ascoltarle o a scriverle - e sempre in momenti che esulano da ogni mia volontà di udire quelle cose (la prego credere che io non faccio nulla per mettermi, dirò così: in posizione ricevente) - sento, se è il caso, una più viva forza che mi dice: “Rendi noto questo. Taci a tutti quest’altro”. E con questa soave prepotenza non si transige…
Ma di mio non c’è nulla. Se anche io penso (e me ne affliggo): “Gesù tace. Oh! se si facesse sentire per consolarmi un pochino!”, stia certo che Egli continua a tacere. Solo quando vuole si fa udire; e allora anche se io sono occupata d’altro, qualunque altro che magari mi urge compiere, devo smettere e occuparmi di Lui solo. Come se, secondo il mio stile, preferisco un modo di dire ad un altro e cerco cambiarlo, non posso. Così è detto e così deve restare.
Sempre stamane lei mi diceva di scrivere di sensazioni passate. Le ho detto che non potrei ripetere ora esattamente quelle parole e perciò non le ripeto. Di mio non vi deve essere nulla. Ma le posso fare una piccola enumerazione delle cose che ho avvertito. (Q43, 15 maggio)
Quando padre Romualdo Migliorini insiste affinché scriva le rivelazioni ricevute in passato, Maria Valtorta risponde che “di mio non vi deve essere nulla”.
Dalla sua stessa testimonianza emergono dunque tre affermazioni:
- non sceglie il momento;
- non sceglie il contenuto;
- non controlla volontariamente la formulazione.
5. Dalla ‘visione’ alla scrittura: il sincronismo[modifica | modifica sorgente]
Maria Valtorta afferma di scrivere mentre ‘vede’ o ‘ascolta’. Spiega inoltre che, quando un’interruzione le impedisce di proseguire, la scena si interrompe e riprende successivamente, quando è nuovamente disponibile:
[Scrive Maria Valtorta:] Finalmente posso scrivere quanto mi occupa la vista mentale e l’udito mentale dalla prima alba di stamane, rendendomi sofferente per lo sforzo di udire le cose esterne e di casa mentre devo vedere e udire le cose di Dio, e insofferente di ogni altra cosa che non sia ciò che lo spirito vede.
Quanta pazienza mi ci vuole a… non perdere la pazienza nell’attendere il momento di dire a Gesù: «Eccomi! Ora puoi andare avanti»! Perché, l’ho detto più volte e lo ripeto, quando io non posso proseguire o iniziare il racconto di ciò che vedo, allora la scena si ferma alle prime battute, oppure al punto in cui vengo interrotta, per poi svolgersi oltre, e di nuovo, quando sono libera di seguirla. Credo che ciò voglia Dio perché io non ometta o erri neppure un particolare, cosa che potrebbe accadermi se io scrivessi qualche tempo dopo aver visto.
Assicuro sulla mia coscienza che quanto scrivo, perché lo vedo o lo odo, lo scrivo mentre lo vedo e odo.
Ecco dunque cosa vedo da stamane, e il mio interno ammonitore mi dice esser l’inizio di una lunga e bella visione. (EMV 361.1)
Ella indica anche la ragione che attribuisce a questo modo di procedere: scrivere immediatamente consentirebbe di evitare omissioni o errori di memoria che potrebbero verificarsi qualora dovesse attendere prima di trascrivere. Proprio il divario di tempo intercorso tra la visione e la sua trascrizione, avrebbe causato gravi danni nella narrazione storica delle visioni di Maria di Ágreda, mentre la narrazione spirituale sarebbe stata preservata.
Maria Valtorta descrive quindi il sincronismo tra questi due momenti. Si tratta di una precisazione tanto più importante in quanto, una volta scritto il racconto, ella non lo sottopone a successive rielaborazioni[19].
Questo punto distingue dunque, nella sua testimonianza, la ricezione della ‘visione’ dalla sua messa per iscritto: la prima è attribuita alla comunicazione soprannaturale; la seconda rimane un’attività compiuta dallo strumento umano.
6. La precisione richiesta nella narrazione[modifica | modifica sorgente]
Maria Valtorta inoltre, afferma di ricevere precise indicazioni riguardo alla descrizione delle ‘visioni’.
In un ‘dettato’, Gesù le chiede di essere “scrupolosa al sommo” e le ricorda che anche i dettagli apparentemente insignificanti devono essere riferiti. Il testo distingue tuttavia la fedeltà dei ‘dettati’ da quella delle contemplazioni, nelle quali possono verificarsi alcune omissioni a causa della fretta nello scrivere e delle condizioni fisiche e materiali.
[Dice poi Gesù a me:] «Però, Maria, siccome vi eleggo al ruolo di divulgatrici della mia Divinità, nelle sue diverse manifestazioni, presso coloro che hanno bisogno d’esser risvegliati e condotti ad intravvedere Dio, ricorda di essere scrupolosa al sommo nel ripetere quanto vedi. Anche una inezia ha un valore e non è tua, ma mia. Perciò non ti è lecito trattenerla. Sarebbe disonesto ed egoista. Ricordati che sei la cisterna[20] dell’acqua divina, alla quale essa acqua si versa perché tutti ne vengano ad attingere.
Giorni or sono mi hai detto: “Che gli uomini ti amino un poco di più, attraverso a me, giustifica e ripaga tutta la mia fatica e la mia vita; fosse anche un solo uomo che torna a Te per mezzo della tua ‘violetta nascosta’[21], essa sarebbe felice”.
Più sarai attenta ed esatta e più sarà numeroso il numero di coloro che vengono a Me, e più grande la tua felicità spirituale presente e la tua felicità eterna futura.
Va’ in pace. Il tuo Signore è con te.» (Q44, 25 gennaio)
Questa distinzione è importante: la ‘visione’ può essere presentata come precisa nel suo contenuto, pur lasciando sussistere la possibilità di un’omissione nel momento della sua trascrizione. Essa permette inoltre di comprendere perché l’esame dell’Opera non possa limitarsi alla sola domanda: “vi sono errori?”. Occorre innanzitutto determinare di quale natura sia l’eventuale errore riscontrato: percezione, trascrizione, copia, traduzione o interpretazione.
7. I limiti dello strumento umano[modifica | modifica sorgente]
Un ‘dettato’ del 6 dicembre 1947 attribuisce le interruzioni, le omissioni e le correzioni a diversi fattori: la debolezza fisica, la malattia, l’ambiente materiale e la differenza tra la rapidità dei dialoghi e le possibilità di una mano indebolita:
[Dice Gesù:] «Dico: la prova valida che non sei tu quella che scrivi per tuo proprio pensiero e sapere, è proprio data dalle frasi messe fra riga e riga e dalle correzioni visibili che si notano nei dettati. Esse sono causate dalla debolezza fisica e talora anche mentale del portavoce infermo, sopraffatto da sette malattie croniche che talora si riaccendono, tutte o in parte, dando sofferenze e debolezze di morte allo scrivente; dai disturbi materiali di ambiente dati al portavoce che scrive in condizioni di ambiente né pacifiche né comode; e soprattutto sono causate dalla differenza che è tra l’impeto delle voci, che dettano talora velocemente, e la possibilità della mano indebolita di seguire le veloci parole delle “voci” dettanti.
Che avviene in questi casi? Che alcuni periodi rimangono interrotti e alcune frasi omesse. Il portavoce cerca di ricordarle, mentre mi segue, o segue altre “voci”, per aggiungerle poi a visione finita. Ma quando lo fa non ci riesce più con esattezza e dimentica parole dette o le scrive male, quali non sono state dette». (Q47, 6 dicembre)
Il ‘dettato’ prosegue descrivendo l’intervento attribuito a Gesù o all’angelo custode per completare i passaggi interrotti o ripristinare quelli che sarebbero stati trascritti in modo errato. L’Opera supera chiaramente le capacità di Maria Valtorta:
[Dice Gesù:] «È allora — e vi ordino di credere a queste parole, ve lo ordino nella mia piena Maestà di Dio e Maestro divino, che può ordinare ai suoi sudditi così come ordinò ai suoi patriarchi e profeti ciò che era da non farsi e da credersi e da eseguirsi per essere suo Popolo eletto sulla Terra e suoi figli eterni nel Regno eterno — è allora che interviene e soccorre il Maestro: Io, Gesù, o l’Angelo Custode del portavoce, assistente venerabondo delle manifestazioni celesti e intelligenza angelica non soggetta a stanchezze e debolezze umane quali le ha il portavoce — che è sempre creatura umana benché sia il diletto Piccolo Giovanni che Io amo in modo straordinario — e soccorriamo lo strumento di Dio, completando i periodi rimasti interrotti, colmando le lacune avvenute nelle frasi, o dettando nuovamente, dal principio alla fine, quei brani nei quali la volontà buona ma ignorante del portavoce ha creato danni, ricostruendo perciò le lezioni quali sono state date e sono state udite. Perciò — e vi ordino di crederlo — l’Opera riporta esattamente il mio pensiero, le mie azioni, le manifestazioni mie, e le parole e azioni di mia Madre, dei Dodici, e di chi si agitava intorno a Me e a noi tutti.
Prendete tranquilli l’Opera così come ve l’ho fatta dare. È giusta. Ed è soprannaturale». (Q47, 6 dicembre)
Il testo riconosce dunque la possibilità di errori secondari della creatura, attribuendoli ai limiti dello strumento umano, e distingue tali errori dalla comunicazione ricevuta, che viene presentata come integra.
8. Errori e refusi non vanno confusi[modifica | modifica sorgente]
Questa distinzione è particolarmente importante per lo studio critico dell’Opera. In un ‘dettato’ di Gesù a Maria Valtorta, si richiama l’attenzione proprio su questo aspetto:
[Dice Gesù:] «Abbiamo a che fare con un mondo ottuso e cattivo, anche se è mondo ecclesiastico, con un mondo che non si occupa di rivedere per approvare sentendo Me nell’opera, ma che con tutte le sue attenzioni vivisezionerebbe l’opera per trovare una parola che, o per la scrittura difficile del portavoce, o per errore di copia, possa apparire errore teologico o anche semplicemente storico. Questa è verità. Ed Io provvedo acciò il malanimo resti deluso». (Q46, 21 gennaio)
Si trovano esempi di errori di Maria Valtorta in alcuni termini specialistici che lei, non conoscendoli, trascrive foneticamente, come Bel Nidrasc o Sciemanflorasc, oppure in oggetti tecnici del mondo di allora che lei conosce e che denomina con parole proprie, come nel caso dello strumento che chiama “cacciavite”.
I refusi[22] possono invece ritrovarsi in interventi successivi introdotti nelle traduzioni dell’Opera in altre lingue.
Altri “errori” possono derivare dalla difficoltà di interpretare correttamente, in un contesto antico, gesti e usanze il cui significato è cambiato nel corso dei secoli, come nel caso del bacio sulla bocca[23]. Un gesto che oggi può essere interpretato prevalentemente come espressione di affetto o di intimità personale poteva infatti assumere, nell’antichità, significati diversi, anche di amicizia, di riconoscimento o di pace. La sua interpretazione richiede pertanto di considerarlo nel contesto storico e culturale dell’epoca.
Gli stessi testi menzionano difficoltà di trascrizione dovute a cause diverse, che la pagina dedicata agli “Apparenti anacronismi nell’Opera di Maria Valtorta” approfondisce e cerca di ricondurre alle rispettive origini.
9. Maria Valtorta “strumento” di Dio[modifica | modifica sorgente]
I diversi elementi esaminati in precedenza contribuiscono a chiarire il modo in cui Maria Valtorta comprende la propria funzione. Ella non si presenta come l’autrice volontaria dei contenuti che riceve, ma come la loro “portavoce” o il loro “strumento”. Don Massimo Cuofano O.S.S.M., uno dei suoi biografi, la definirà “la penna di Dio”[24], in accordo a quanto viene espresso nell’Opera stessa:
[Dice Gesù:] La mia Volontà, espressa in modo chiaro e costante sino dal principio del lavoro – e Romualdo non la ignora – è che la mia Parola sia nota, diffusa, usata da consacrati e da fedeli, mentre lo strumento deve rimanere ignoto sino a dopo la sua morte. Non sarebbe mai celebrata la penna di uno scrittore, neppure per uno di quegli stolti entusiasmi delle folle. Ma è celebrato lo scrittore. Maria è la mia penna. Nulla più. Io sono lo Scrittore. Il Pensiero è il mio. Ne posso dunque disporre come voglio. E Io voglio che il mio Pensiero, tradotto in Parola per impulso d’Amore, vada a vivificare coloro che muoiono in questa Terra dove sono tanto attive le forze del Male. (Q46, 2 giugno)
Questa convinzione emerge già nei primissimi testi dedicati alla sua esperienza mistica[25]. Nel maggio 1943, Maria Valtorta esprime contemporaneamente il timore di sbagliare, la paura dell’orgoglio e il timore di attribuire a un’origine soprannaturale ciò che potrebbe non esserlo:
[Scrive Maria Valtorta:] La fatica fisica è un nulla di fronte alla fatica morale che devo compiere per alzare i veli oltre i quali è il soprannaturale. […] La terza ragione è che di questi favori io ho paura. Paura perché ho sempre il terrore che possano essere un inganno… Possibile che io, io nulla, possa meritare questi favori dal mio Re? E paura che mi provochino della superbia. Sento che se me ne insuperbissi, anche per un attimo, cesserebbero subito, non solo, ma io resterei anche senza quel minimo di soprannaturale che è comune a moltissimi. In castigo per la mia superbia. Oh! ne sono sicura che Gesù mi punirebbe così! (Q43, 13 maggio)
Il suo atteggiamento iniziale non è dunque quello di una persona che rivendichi spontaneamente una missione eccezionale. Un atteggiamento analogo viene attribuito alla venerabile Maria di Ágreda, la quale riferisce di aver resistito per dieci anni prima di mettere per iscritto le rivelazioni che riceveva[26]. Anche Maria Valtorta descrive la propria esperienza come una responsabilità e una prova. Nell’Opera, Gesù la paragona a una forma di “santa schiavitù”:
[Dice Gesù:] Se sapeste, o uomini tutti, che schiavitù è l’essere strumenti di Dio! Santa schiavitù, ma totale! Schiavitù da galeotto al remo. Sonno, fame, sofferenze, fatiche, voglia di pensare ad altro, di leggere cose che non siano le parole di fonti ultraterrene, di dirne e udirne di comuni, voglia di essere, almeno per un giorno, creature comuni e vivere la vita comune, sono tutte cose che la sferza inesorabile del volere di Dio impedisce loro di avere e di rendere realtà. E su tutto questo l’astio degli uomini mette il suo sale e il suo acido, come se sulle piaghe delle sferze il padrone della galera facesse cadere sale e aceto. (Q44, 24 settembre)
L’espressione “santa schiavitù” viene quindi immediatamente precisata attraverso l’immagine della “schiavitù da galeotto al remo”: lo “strumento” di Dio non è presentato come una persona che disponga liberamente di un dono straordinario, ma come qualcuno sottoposto a una volontà che condiziona profondamente la sua vita, anche nelle esigenze e nei desideri più ordinari.
10. Distinzione tra ‘visioni’, ‘dettati’ e altri scritti[modifica | modifica sorgente]
Il 5 gennaio 1944 iniziano le ‘visioni’ storiche della vita di Gesù e di Maria che entreranno a far parte dell’opera L’Evangelo come mi è stato rivelato. Esse hanno inizio con la ‘visione’ dell’Assunzione. È il primo contatto di Maria Valtorta con questo tipo di esperienza mistica. Dieci mesi più tardi, ella precisa:
[Scrive Maria Valtorta:] Stamane sento quella gioia attiva che in me è sempre preludio della sua Parola. Spiego come posso.
Ho una gioia passiva quando, come ieri e l’altro ieri, io giubilo della Presenza ma Essa non mi chiama al servirla. Ho una gioia attiva quando quel “che” indescrivibile che provo mi dice: “Serva del tuo Gesù, Egli ti chiama. Servilo”. […] E da esso passo al lavoro vero e proprio dello scrivere sotto dettatura o del descrivere ciò che mi si presenta. Se è scrivere sotto dettatura, e se la dettatura si appoggia ad un punto della Bibbia, allora prima Gesù mi fa aprire al punto che vuole spiegare. Se invece è dettato senza speciali riferimenti, allora non mi fa prendere neppure in mano la Bibbia né altro libro sacro. Se è visione, essa si presenta, come ho detto, con una figura iniziale[27] che generalmente è il punto culminante della visione e poi si svolge ordinata. Non appena si presenta, mi empie di gioia ancor più viva. Quando la visione ha uno svolgimento ordinato, comincio dal principio. Quando si presenta dal punto culminante, descrivo quel punto e poi, quando si mostra l’antecedente, scrivo quello e il seguito (così fu per quella di rabbi Gamaliele in agosto[28], credo nella prima decina del mese). (Q44, 11 ottobre)
I ‘dettati’ sono introdotti esplicitamente dalla formula “Gesù dice”, mentre le ‘visioni’ sono introdotte dalle espressioni “Vedo” o “Rivedo”: i due fenomeni non possono quindi essere confusi. È inoltre significativa la presenza, nei ‘dettati’, di riferimenti biblici che ne orientano il contenuto. Il rapporto con la Sacra Scrittura costituisce, infatti, un elemento ricorrente nell’esperienza mistica di Maria Valtorta.
Le ‘visioni’ e i ‘dettati’ non sono gli unici elementi costitutivi dell’Opera di Maria Valtorta: alcuni scritti personali la completano. Tra questi, l’Autobiografia[29], si distingue per il suo contenuto che fornisce informazioni sulla sua vita e sulla sua spiritualità, elementi essenziali per il discernimento della sua Opera. Mentre il Commento all’Apocalisse, inserito dall’editore alla fine del volume dei I Quaderni del 1945-1950, non sono formalmente attribuiti. Tuttavia, alcuni indizi lasciano supporre che siano riconducibili alle meditazioni di Maria Valtorta.
11. Il discernimento ecclesiale degli scritti di Maria Valtorta[modifica | modifica sorgente]
I testi di Maria Valtorta si inseriscono, secondo la loro stessa comprensione, nell’ambito delle “rivelazioni private” (dette anche “rivelazioni speciali” o “particolari” nella terminologia teologica). Esse si distinguono dalla Rivelazione pubblica, definitiva e compiuta in Cristo, trasmessa attraverso la Sacra Scrittura e la Tradizione apostolica, che costituiscono il Deposito della Fede affidato alla Chiesa cattolica, chiamata a custodirlo e a interpretarlo autenticamente mediante il Magistero.
Il Catechismo della Chiesa cattolica afferma che le “rivelazioni private” non appartengono al Deposito della fede e che “il loro ruolo non è quello di « migliorare » o di « completare » la Rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica”[30].
Il Magistero della Chiesa cattolica, sulla scia della Sacra Scrittura, riconduce le “rivelazioni private” all’azione dello Spirito Santo, vero Autore e interprete del Santo Vangelo. Ne discerne il valore in rapporto alla loro finalità e alla loro conformità con la Rivelazione pubblica e con la comunione ecclesiale.
Nei testi stessi di Maria Valtorta è formulata esplicitamente una distinzione analoga: l’Opera è presentata come non canonica, pur essendo qualificata come ‘ispirata’:
L’opera che viene data agli uomini attraverso il piccolo Giovanni[31] non è un libro canonico. Ma è sempre un libro ispirato, che Io dono per aiutarvi a comprendere certi passi dei canonici e specie a comprendere ciò che fu il mio tempo di Maestro e a conoscermi: Io, Parola, nelle mie parole. (Q47, 28 gennaio)
Le nuove “Norme per procedere nel discernimento di presunti fenomeni soprannaturali”, pubblicate dal Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF) nel 2024[32], non si preoccupano tanto dell’origine della presunta “rivelazione privata” quanto dei suoi frutti spirituali ed ecclesiali. Il più alto grado di autorizzazione da esse riconosciuto, il Nihil obstat[33], non costituisce una dichiarazione di certezza circa l’autenticità soprannaturale del fenomeno. Piuttosto significa che vengono accolti i numerosi segni di un’azione dello Spirito Santo che possono scaturire “in mezzo a”[34] questi fatti e che, in questa determinata fase, non viene rilevato alcun aspetto particolarmente critico o rischioso per i fedeli. Questo è ciò che sembra osservare anche l’Arcivescovo di Lucca (Toscana), vescovo referente per la causa di Beatificazione di Maria Valtorta.
Quindi è preferibile parlare, a proposito degli Scritti di Maria Valtorta, di un’ispirazione attribuita all’Opera e non presentarla, assolutamente, come una nuova Rivelazione pubblica o come un libro canonico.
Il Wiki Maria Valtorta non formula né pretende di formulare un proprio giudizio sulla soprannaturalità dell’Opera di Maria Valtorta, poiché tale giudizio compete esclusivamente all’Autorità ecclesiastica. Si recepisce pertanto quanto stabilito dal Dicastero per la Dottrina della Fede espresse nel Comunicato del 22 febbraio 2025, dove si afferma che «le presunte “visioni”, “rivelazioni” e “comunicazioni” contenute negli scritti di Maria Valtorta, o comunque ad essi attribuite, non possono essere ritenute di origine soprannaturale, ma devono essere considerate semplicemente forme letterarie di cui si è servita l’Autrice per narrare, a modo suo, la vita di Gesù Cristo»[35].
Ciò non impedisce di prendere in considerazione, su un piano distinto da quello del riconoscimento ecclesiale, i frutti spirituali che numerosi lettori dell’Opera testimoniano di aver ricevuto dalla sua lettura. Tali testimonianze, quando documentate, costituiscono un elemento significativo della ricezione dell’Opera e possono essere presentate e valutate positivamente, senza che ciò comporti alcuna attribuzione di origine soprannaturale all’Opera stessa né possa essere confuso con un riconoscimento ecclesiale della sua autenticità soprannaturale.
Vedi il sito ufficiale dedicato alla raccolta di testimonianze sugli scritti di Maria Valtorta:
Testimonianze sull’Opera di Maria Valtorta, sostenuto dalla Fondazione Erede di Maria Valtorta.
12. Dove trovare questi argomenti nell’Opera di Maria Valtorta?[modifica | modifica sorgente]
Nel L’Evangelo come mi è stato rivelato[modifica | modifica sorgente]
- Maria Valtorta riceve informazioni su dei dettagli attraverso una “seconda voce” che le parla “nel” suo spirito: EMV 41.10.
- Il Signore Gesù spiega a Maria Valtorta perché le ‘visioni’ e i relativi ‘dettati’ non le vengono donate in ordine cronologico: EMV 44.8 e EMV 468.1
- Il Signore Gesù spiega a Maria Valtorta che utilizza le ‘visioni’ e i relativi ‘dettati’ per rendere il suo Vangelo più chiaro e attraente ai fedeli:EMV 45.9.
- Dichiarazione di Maria Valtorta: Assicuro sulla mia coscienza che quanto scrivo, perché lo vedo o lo odo, lo scrivo mentre lo vedo e odo: EMV 361.1.
Negli altri scritti di Maria Valtorta[modifica | modifica sorgente]
- 27 agosto: I ‘dettati’ non si contraddicono tra loro.
- 26 ottobre: “il tono diverso delle mie comunicazioni”.
- 25 gennaio: Istruzioni date a Maria Valtorta sulla necessità di riportare ogni minimo dettaglio delle sue ‘visioni’.
- 7 giugno: Maria Valtorta spiega la differenza tra ‘visioni’ viste “per gli altri”, e ‘visioni’ “esclusivamente” per lei, vive e reali.
- 11 ottobre: Il modo di procedere di Maria Valtorta nelle diverse attività svolte a servizio di Gesù, “scrivere sotto dettatura o del descrivere ciò che mi si presenta”.
- 25 novembre: “Tu sei un nulla. […] Il nulla è divenuto il mio strumento”.
- 19 dicembre 1945: “adeguo le manifestazioni all’ambiente e allo scopo per i quali Io le ho suscitate”.
- 21 gennaio 1946: “non posso permettere che di questo lavoro se ne faccia una burla o poco meno”.
- 2 giugno 1946: Ciò che Gesù vuole per l’Opera: “Date questo pane”. “Cercate una approvazione che difenda e assicuri l’Opera”.
- 14 dicembre 1946: “anche fosse proprio il tuo cuore che suggerisce questi pensieri che poi tu scrivi, segno è che il tuo cuore è pieno di Dio”.
- 28 gennaio 1947: L’Opera è “un libro ispirato”.
- 18 febbraio 1947: Quest’Opera (L’Evangelo come mi è stato rivelato) è stata “dettata e illustrata”. “Quell’opera sono Io”.
- 6 dicembre 1947: Il processo di elaborazione delle ‘visioni’ e dei ‘dettati’.
- 6 gennaio 1948: “Quanto era necessario per avere l’approvazione dell’Opera di Gesù l’hanno avuto. Il resto è tesoro che per averlo bisogna meritarlo”.
- Marzo 1949: “Ti vogliono dire (gli abili detrattori), con parola moderna e scientifica: psicopatica”.
- 16 agosto 1949: “i peccati contro lo Spirito Santo non saranno perdonati”.
Bibliografia[modifica | modifica sorgente]
- Maria Valtorta, Autobiografia, 3ª edizione, Centro Editoriale Valtortiano, Isola del Liri, 1997.
- Maria Valtorta, L’Evangelo come mi è stato rivelato, 4ª edizione, Centro Editoriale Valtortiano, Isola del Liri, 2001.
- Maria Valtorta, I Quaderni del 1943, 2ª edizione, Centro Editoriale Valtortiano, Isola del Liri, 2006.
- Maria Valtorta, I Quaderni del 1944, 2ª edizione, Centro Editoriale Valtortiano, Isola del Liri, 2006.
- Maria Valtorta, I Quaderni del 1945-1950, 2ª edizione, Centro Editoriale Valtortiano, Isola del Liri, 2006.
- Maria Valtorta, Libro di Azaria, 2ª edizione, Centro Editoriale Valtortiano, Isola del Liri, 2007.
- Maria Valtorta, Quadernetti, 3ª edizione, Centro Editoriale Valtortiano, Isola del Liri, 2015.
Note[modifica | modifica sorgente]
- ↑ Illustrazione generata con IA.
- ↑ ma anche scene relative ai martiri dei primi tempi della Chiesa, raccolte nella serie de I Quaderni
- ↑ EMV 41.10
- ↑ Maria Valtorta, Autobiografia, pp. 282-283.
- ↑ Prima Lettera ai Tessalonicesi: 1Ts 5,23 : “Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo”.
- ↑ Maria Valtorta, Autobiografia, p.292
- ↑ L’estasi (ekstasis in greco, che significa “uscire da sé”) è uno stato nel quale l’anima viene elevata al di sopra delle facoltà umane ordinarie. Illuminata da una luce divina, accede a rivelazioni o verità inaccessibili nello stato ordinario. L’estasi è spesso associata a un’esperienza intensa di Dio o a visioni mistiche. Il rapimento contemplativo è una forma elevata di preghiera o di contemplazione nella quale l’anima è profondamente attratta da Dio. La volontà è interamente assorbita nell’amore di Dio, spesso senza visioni né fenomeni soprannaturali visibili.
- ↑ Maria Valtorta, I Quaderni del 1945-1950, 15 aprile 1945, p.54
- ↑ Un portavoce è un intermediario incaricato da Dio di trasmettere un messaggio agli uomini. È questo il ruolo fondamentale dei profeti. Nella Sacra Bibbia si leggono frequentemente espressioni del tipo: “La parola del Signore mi fu rivolta”.
- ↑ il soprannome dato da Gesù a Maria Valtorta.
- ↑ Somma teologica, IIa-IIae, questione 173, articoli 3-4, pp. 931-933.
- ↑ Il castello interiore, sesta dimora, capitolo IV: «Dello stato d’orazione in cui Dio sospende l’anima nel rapimento, nell’estasi o nel ratto, che, a suo avviso, sono una sola e medesima cosa. Del grande coraggio che le è necessario per ricevere alte grazie dalla Sua Maestà».
- ↑ Salita del Monte Carmelo, libro III, capitolo XIII, dove si tratta delle conoscenze spirituali in quanto possono risiedere nella memoria.
- ↑ Le Confessioni, libro X, capitolo VIII, «Della memoria», riguardo al cambiamento prodotto nell’anima di Agostino.
- ↑ Norme per procedere nel discernimento di presunti fenomeni soprannaturali, emanate nel 2024 dal Dicastero per la Dottrina della Fede: Può accadere, infatti, che azioni vere dello Spirito Santo in una situazione concreta, che possono essere giustamente apprezzate, appaiano mescolate ad elementi meramente umani, come desideri personali, ricordi, idee a volte ossessive, o a «qualche errore d’ordine naturale non dovuto a una cattiva intenzione, ma alla percezione soggettiva del fenomeno» (II, art. 15,2°). Del resto, «non si può porre un’esperienza di visione, senza ulteriori considerazioni, di fronte al dilemma rigoroso, o di essere in tutti i punti corretta, oppure di dover essere considerata completamente un’illusione umana o diabolica» (Presentazione, Riconoscimento di un’azione dello Spirito)
- ↑ Lettera del 26 agosto 1912 di Padre Pio da Pietrelcina a Padre Agostino da San Marco in Lamis: «Di questi trasporti d’amore ne ho sentiti molti, e per diverso tempo sono rimasto come fuori di questo mondo. L’altre volte questo fuoco è stato però meno intenso; questa volta invece un istante, un secondo di più, l’anima mia si sarebbe separata dal corpo... se ne sarebbe andata con Gesù». (Epistolario, volume 1)
- ↑ Storia di un’anima, capitolo XII: «A un certo momento mi sentii come ferita da un dardo di fuoco così ardente che credetti di morire. Non vi è alcun paragone possibile per far comprendere adeguatamente l’intensità di questa fiamma. Mi sembrava che una forza invisibile mi immergesse interamente nel fuoco… E quale fuoco era quello! Quale dolcezza! […] mentre, nel giorno di cui parlo, ancora un istante, un secondo in più, e la mia anima si sarebbe separata dal mio corpo…»
- ↑ Autobiografia, p. 339
- ↑ Qualora vi siano precisazioni da aggiungere, Maria Valtorta li indica scrivendoli su fogli separati dai quaderni, durante la rilettura dei testi dattiloscritti da padre Romualdo Migliorini.
- ↑ come nel ‘dettato’ del 21 giugno 1943 e nel secondo e terzo ‘dettato’ dell’11 dicembre dello stesso anno.
- ↑ come nella ‘visione’ del 22 aprile 1943, giovedì santo.
- ↑ dal latino refūsus, è un errore di stampa o errore di battitura nella scrittura di un testo. In senso più esteso, si indica come refuso un errore commesso, per fretta o per distrazione, nello scrivere.
- ↑ EMV 258.9
- ↑ «Per obbedienza scrive la sua autobiografia, la prima opera valtortiana, e da qui inizia la sua attività di scrittrice, diventando per diversi anni la penna di Dio». Dalla biografia di Maria Valtorta di don Massimo Cuofano, dal sito Santi e Beati
- ↑ iniziata nel giorno del venerdì santo, il 23 aprile 1943.
- ↑ «Passai dieci anni della mia vita, durante i quali ricevetti diversi comandi dall’Altissimo e dalla grande Regina del cielo, affinché scrivessi la sua santissima vita; e resistetti per tutto questo tempo, a causa dei miei timori, a quegli ordini divini». Maria di Ágreda, Mistica Città di Dio, libro I, Introduzione, § 19.
- ↑ come per il martirio di santa Fenicola, scritto il 4 marzo.
- ↑ precisamente il 7 agosto.
- ↑ redatta poco prima dell’inizio della sua esperienza mistica, nel febbraio del 1943, per ubbidienza a una richiesta del suo direttore spirituale
- ↑ Catechismo della Chiesa cattolica, § 67
- ↑ il soprannome affettuoso dato da Gesù a Maria Valtorta.
- ↑ Documento sul sito ufficiale del Vaticano: Norme per procedere nel discernimento di presunti fenomeni soprannaturali
- ↑ “niente si oppone”
- ↑ Il Dicastero precisa: L’espressione “in mezzo a”, utilizzata nelle nuove Norme, aiuta a capire che, anche se non si emette una dichiarazione di soprannaturalità sull’evento stesso, comunque si riconoscono con chiarezza i segni di un’azione soprannaturale dello Spirito Santo nel contesto di quanto avviene.
- ↑ Documento sul sito ufficiale del Vaticano: Comunicato circa gli scritti di Maria Valtorta