Paolo

Da Wiki Maria Valtorta.
Saulo il persecutore, di Lorenzo Ferri dal volume “Valtorta and Ferri

Saulo è un allievo di Gamaliele.

Diventerà apostolo di Gesù con il nome di Paolo di Tarso, “apostolo delle genti”[1].

Nel L’Evangelo come mi è stato rivelato di Maria Valtorta il personaggio di Saulo appare nel periodo della Glorificazione di Gesù e di Maria, successivo alla Resurrezione e Ascensione di Gesù.

È presente nell’episodio del martirio di Santo Stefano, divenuto diacono di Cristo.

Saulo è tra i più accesi sostenitori della condanna di Stefano, suo antico compagno di studi e, come lui, discepolo di Gamaliele. Il futuro apostolo si schiera apertamente con coloro che infieriscono contro Stefano e, dopo aver assistito al processo e alla condanna, si unisce agli aguzzini che conducono il diacono al luogo del supplizio. Nel frattempo entra in un’accesa disputa con il suo maestro Gamaliele, che invece disapprova la violenza e rifiuta di partecipare alla condanna.

Carattere ed aspetto fisico

Nel racconto del processo di Stefano emerge un Saulo animato da un forte zelo religioso, ma ancora incapace di distinguere l’amore per la Legge dalla durezza verso coloro che egli ritiene suoi trasgressori:

Tra i furenti più furenti vi è un giovane basso e brutto, che chiamano Saulo. La ferocia del suo volto è indescrivibile. (EMV 645.2)

Saulo viene descritto da Maria Valtorta come un uomo di aspetto poco avvenente. Il ritratto che ne offre è molto severo:

Saulo invece è basso, tarchiato, quasi rachitico, con gambe corte e grosse, un poco divaricate ai ginocchi, che si vedono bene perché si è levato il manto ed ha solo una veste a tunica corta e bigiognola. Ha le braccia corte e nerborute come le gambe, collo corto e tozzo, sorreggente una testa grossa, bruna, con capelli corti e ruvidi, orecchie piuttosto sporgenti, naso camuso, labbra tumide, zigomi alti e grossi, fronte convessa, occhi scuri, piuttosto bovini, per nulla dolci e miti, ma molto intelligenti sotto le ciglia molto arcuate, folte e arruffate. Le guance sono coperte da una barba ispida come i capelli e foltissima, però tenuta corta. Forse, per causa del collo così corto, pare lievemente gobbo o con spalle molto tonde. (EMV 645.3)

Percorso apostolico

Saulo nel processo e nel martirio di Santo Stefano

Saulo e Gamaliele di Lorenzo Ferri dal volume “Valtorta and Ferri

Particolarmente significativo è il confronto di Saulo con il suo maestro Gamaliele[2] quando quest’ultimo decide di abbandonare il Sinedrio, perché disgustato dalla violenza che vede perpetrarsi contro Stefano. Saulo non si limita a chiedergli le ragioni del suo allontanamento dal giudizio contro Stefano, ma di fronte al silenzio e alla disapprovazione del maestro insiste nel voler conoscere la sua posizione e gli rivolge una serie di domande sempre più dirette. Comprende che Gamaliele non approva la condanna e cerca ripetutamente di indurlo a esporsi, contrapponendo alle sue argomentazioni le proprie convinzioni con tono polemico e provocatorio.

Questo atteggiamento rivela un carattere impetuoso, combattivo e fortemente assertivo. Saulo appare dotato di una notevole intelligenza e di una grande energia interiore, ma queste qualità sono ancora orientate in modo esclusivo verso ciò che egli considera la difesa della Legge. La sua convinzione è così profonda da renderlo poco disposto ad accogliere un punto di vista differente, anche quando proviene dall’autorità del proprio maestro.

Nella contrapposizione con Gamaliele si manifesta inoltre una certa intransigenza: Saulo non cerca realmente un confronto aperto, quanto piuttosto mettere in discussione la posizione dell’interlocutore e ricondurlo alle proprie convinzioni. E quando Gamaliele afferma di voler seguire la verità che Dio farà riconoscere, Saulo reagisce con sconcerto e indignazione, arrivando ad accusarlo di tradire la Legge e il Tempio.

Il contrasto tra i due personaggi è molto forte. Gamaliele è presentato come un uomo capace di sospendere il giudizio e riflettere sui fatti per lasciare spazio alla ricerca della verità; al contrario Saulo è dominato dalla certezza delle proprie convinzioni e dall’urgenza di combattere ciò che considera un errore. La sua intelligenza e il suo coraggio sono quindi accompagnati, in questa fase della sua vita, da impetuosità, rigidità di giudizio e forte aggressività polemica che lo portano “con un atto d’ira” ad andare via “sgarbatamente”[3].

Le qualità che in seguito saranno messe al servizio della predicazione cristiana — energia, intelligenza, coraggio, determinazione e capacità di battersi senza esitazioni per ciò in cui crede — sono già presenti in Saulo, ma orientate nella direzione opposta. La sua conversione non apparirà pertanto come la cancellazione di queste caratteristiche, quanto come una loro radicale trasformazione e un loro nuovo orientamento al servizio di Cristo.

Maria Valtorta presenta Saulo tra coloro che sostengono la condanna di Stefano e assistono alla sua lapidazione. È tuttavia significativo osservare che, pur approvando il martirio e prendendo parte attivamente all’aggressione contro il diacono, Saulo non partecipa materialmente al lancio delle pietre. Mentre gli aguzzini iniziano il supplizio, egli è intento a raccoglierne e custodirne le vesti[4]; Maria Valtorta ci offre una sua personale supposizione: “o perché scosso dalle parole di Gamaliele, o perché si sa incapace di colpire bene”[3]. Poco prima dell’inizio della lapidazione, Stefano rivolge a Saulo un ultimo invito, di carattere profetico, a seguirlo sulla via di Cristo. Ma Saulo reagisce con violenza, insultandolo e colpendolo con un calcio:

I carnefici raccolgono i grossi ciottoli e le aguzze selci, che abbondano in quel luogo, e cominciano la lapidazione. Stefano riceve i primi colpi rimanendo in piedi e con un sorriso di perdono sulla bocca ferita, che, un istante prima dell’inizio della lapidazione, ha gridato a Saulo, intento a raccogliere le vesti dei lapidatori: «Amico mio, ti attendo sulla via di Cristo». Al che Saulo gli aveva risposto: «Porco! Ossesso!», unendo alle ingiurie un calcio vigoroso sugli stinchi del diacono, che solo per poco non cade, e per l’urto e per il dolore. (EMV 645.7)

L’età di Saulo

Cristo tra i dottori di Vassili Polenov, 1896

Nello scontro verbale con Saulo, Gamaliele ricorda l’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme, quando il fanciullo interviene nella disputa tra i dottori della Legge sul tema della nascita del Messia. Gesù si oppone alla posizione di Sciammai e da ragione a Hillel dimostrando che il Messia annunciato è già nato. Poi formula la profezia del segno che Gamaliele attenderà per tutta la sua vita.

Nel richiamare quell’episodio, Gamaliele offre anche un’indicazione sull’età relativa di Saulo. Gli dice infatti che, all’epoca, egli era ancora “un piccolo, non ancora figlio della Legge”[5], mentre Gamaliele insegnava già nel Tempio. Intende così sottolineare la distanza generazionale e formativa tra i due, quasi come a dirgli: “io ero già un maestro quando tu eri ancora un bambino e proprio in quel periodo fui testimone di qualcosa che mi segnò per tutta la vita”.

Il passo ci permette quindi di dedurre che Saulo fosse ancora un bambino piccolo quando Gesù aveva già dodici anni e che fosse pertanto più giovane di Lui. Tuttavia non consente di stabilire né l’età precisa di Saulo né la differenza d’età tra i due. Si tratta dunque di un’indicazione sull’età relativa, coerente con la successiva presentazione di Saulo come leggermente più giovane di Gesù.

Saul di Giscala: un possibile riferimento a Paolo?

Carta della Palestina: Giscala

Durante il Terzo anno della Vita pubblica[6] Gesù si reca con gli apostoli alla tomba di Hillel, che si trova nei pressi di Giscala. Per raggiungerla, il gruppo deve attraversare la città. Maria Valtorta osserva che Giscala è “vasta e bella e ben tenuta”[7] e nota la presenza di numerosi dottori della Legge, riuniti in gruppi con i loro allievi, a conferma della presenza di un fiorente centro di studi rabbinici proprio in quella città.

Il passaggio di Gesù e degli apostoli suscita l’attenzione dei rabbi e dei loro discepoli. Alcuni reagiscono con scherno e ostilità, altri chiedono che venga chiamato Giuda di Keriot, che evidentemente conoscono. Viene incaricato un giovane chiamato Saul, proprio perché è “soltanto allievo”[7], di andare da Giuda per riferirgli che i rabbi desiderano parlargli.

[Scrive Maria Valtorta:] Il giovane detto Saul, un mingherlino, pallido, tutt’occhi e bocca, va da Giuda e gli dice: «Vieni. Ti vogliono i rabbi».

«Non vengo. Sto dove sono. Lasciatemi stare».

Il giovane torna e riferisce ai suoi capi. (EMV 340.7)

L’identificazione di questo giovane con il futuro apostolo Paolo non è esplicitata nel testo, ma alcuni elementi possono renderla plausibile: il nome Saul, la presenza a Giscala[8] in un ambiente di formazione rabbinica[9], la tradizione riportata da san Girolamo[10] secondo cui Giscala sarebbe stata la patria d’origine della famiglia di Paolo[11] e la compatibilità dell’età del giovane con quanto emerge successivamente nell’Opera. Si tratta tuttavia di elementi indiziari che non consentono di stabilire con certezza che il giovane Saul di Giscala sia proprio l’apostolo Paolo.

Un ulteriore elemento di cautela è costituito dalla descrizione fisica. Il giovane Saul di Giscala è infatti descritto come “un mingherlino, pallido, tutt’occhi e bocca”, mentre Saulo, al tempo del processo e della lapidazione di Stefano, è presentato come “piccolo, tarchiato, quasi rachitico, con le gambe corte e grosse, un po’ divaricate alle ginocchia”[12]. La differenza tra i due ritratti non esclude necessariamente che si tratti della stessa persona, considerando il diverso momento della vita, ma costituisce un ulteriore motivo per mantenere prudenza nell’identificazione.

La conversione di Saulo sulla via di Damasco

Anania rende la vista a Saulo di Pietro da Cortona

L’Opera di Maria Valtorta non narra l’episodio della conversione di Saulo. L’episodio che cambia radicalmente la sua vita è raccontato negli Atti degli Apostoli[13], mentre si reca a Damasco per proseguire la persecuzione dei discepoli di Cristo.

Saulo, infatti, ottenuta dal sommo sacerdote l’autorizzazione necessaria, è incaricato di recarsi nelle sinagoghe di Damasco per arrestare e condurre a Gerusalemme gli uomini e le donne fedeli a Cristo. Ma durante il viaggio, quando è ormai vicino alla città, una luce dal cielo lo avvolge improvvisamente. Caduto a terra, ode una voce che lo chiama per nome e gli domanda: “Saulo, Saulo, perché mi perséguiti?”. Saulo comprende allora che colui che sta perseguitando è Gesù stesso. Gli viene ordinato di entrare in città, dove gli sarà indicato ciò che dovrà fare.

Quando si rialza, Saulo si accorge di essere diventato improvvisamente cieco. I suoi compagni lo conducono a Damasco, dove rimane per tre giorni senza mangiare né bere, nell’oscurità.

A Damasco, il Signore appare in visione al discepolo Anania e gli ordina di recarsi da Saulo. Anania, conoscendo la fama del persecutore, esita, ma il Signore gli rivela che Saulo è stato scelto per portare il suo nome davanti alle genti, ai re e ai figli d’Israele. Anania va dunque da lui, gli impone le mani e Saulo recupera la vista. Quindi riceve il battesimo e diviene cristiano.

L’incontro con Cristo risorto sulla via di Damasco segna la svolta decisiva nella vita di Saulo: il persecutore dei cristiani diventa loro fratello nella fede e, ricevuta la missione apostolica, sarà destinato a portare il Vangelo alle genti. La tradizione cristiana chiamerà questo evento “conversione di san Paolo” e ne celebrerà la memoria liturgica il 25 gennaio.

Origine del suo nome

San-paolo-2.webp

Saulo, in ebraico Šā’ûl, è un nome di origine ebraica che significa “richiesto”, “domandato” o “chiesto [a Dio]”. Il nome deriva dalla radice ebraica š-’-l, “chiedere, domandare, richiedere”. Secondo la propria testimonianza[14] Saulo è ebreo della tribù di Beniamino, porta dunque un nome di antica tradizione biblica, già attestato nell’Antico Testamento e che richiama in particolare Saul, il primo re d’Israele, appartenente anch’egli alla tribù di Beniamino[15].

Paolo, invece, è un nome che deriva dal latino Paulus, nome personale romano derivato dall’aggettivo paulus, che significa “piccolo”, “di piccola statura”, “modesto”.

Saulo e Paolo sono i due nomi con cui è conosciuto l’Apostolo delle genti: Saulo è il suo nome ebraico, mentre Paolo è il suo nome romano. Gli Atti degli Apostoli utilizzano inizialmente il nome Saulo, poi presentano il personaggio come “Saulo, detto anche Paolo”[16], adottando prevalentemente quest’ultimo nome. Il passaggio da Saulo a Paolo non viene quindi presentato come un cambio di nome avvenuto con la conversione, ma come l’affermarsi del suo nome romano nel contesto della sua missione apostolica tra i pagani.

Dove lo incontriamo nell’Opera?

Volume 1: EMV 17

Volume 7: EMV 474

Volume 10: EMV 640 EMV 645 EMV 652

Da altre opere di Maria Valtorta

I Quaderni del 1943
Cover libro Centro Editoriale Valtortiano

Dice Gesù: «O tu che piangi perché la separazione[17] ti è penosa e ti pare totale, pensa a ciò che ti dice Gesù. E vedrai che essa separazione non è totale e che il dolore diminuisce.

Il mio apostolo[18] dice una parola ispirata alla quale solitamente vien dato significato riferentesi solo ai viventi della Terra. Ma ne ha uno più ampio e profondo che Io svelo a voi tutti, figli che piangete, a voi tutti dolenti che soffrite per la morte di un vostro diletto.

Colui o colei che ora son morti, non si nutrirono forse del Sangue mio e della Carne che s’è fatta pane agli uomini? E, se se ne nutrirono, la virtù del Sangue e della Carne del vostro Salvatore non permane forse in essi anche oltre alla morte?

E che fa la morte umana rispetto allo spirito sopraumano? Ha forse potere, la piccola morte, di separare da Me, che vivo eterno, parti delle mie membra, solo perché esse sono morte sulla Terra? E voi non vivete forse in Me, costituendo quella parte del mio mistico Corpo che vive sulla Terra?

Non sono forse queste verità inoppugnabili? Sì, che lo sono.

Sappiate, sappiate, o voi tutti che piangete per il dolore di un lutto recente, che colui che piangete non è morto, ma vive in Me. Sappiate che il medesimo Pane, che vi ha sfamato l’anima mentre eravate uniti sulla Terra, mantiene la vita e la comunione fra i vostri spiriti viventi quaggiù ed i trasumanati viventi in Me.

Nulla può fare la piccola morte di male agli spiriti immortali. È la grande morte quella da temersi, quella che veramente vi toglie in eterno un vostro parente, un vostro coniuge, un vostro amico. La grande morte, ossia la dannazione dell’anima, la quale separa realmente da Me cellule del mio mistico Corpo cadute in preda delle cancrene di Satana». (Q43, 7 ottobre)

Dice Gesù: «Quando un uomo, anche lontano dalla conoscenza del vero Dio, conosce, per elevazione di anima retta, che un Dio vi deve essere e nel suo cuore eleva un altare al Dio ignoto di cui parla Paolo[19], questo uomo è molto più vicino a Dio di coloro che, dopo essere stati istruiti sull’esistenza di Dio, hanno voluto dare teorie umane alle mirabili opere di Dio». (Q43, 5 novembre)

[Dice Gesù:] «Imparate da Me, Sacerdote eterno, come si è sacerdoti. Esser sacerdoti vuol dire essere angelici, vuol dire essere santi. In voi le folle dovrebbero vedere il Cristo con una evidenza totale. Ahi! che spesso mostrate loro un aspetto più simile a quello di Lucifero.

Di quante, di quante anime Io chiederò conto ai miei sacerdoti! Vi ripeto il detto di Paolo[20]. E credete che fareste meglio a confessare apertamente che non potete più rimanere in quella via anziché vivere come vivete. Mi abiurereste voi soltanto. Rimanendo, recidete da Me tante anime. Lasciate una buona volta da parte tante frange e tante sollecitudini». (Q43, 13 novembre)

[Dice Gesù:] «Tutte le profezie antiche e moderne (dico antiche quelle da Adamo alla mia venuta e moderne quelle dalla mia venuta al momento presente, poiché i vostri venti secoli sono una frazione d’ora rispetto alla mia Eternità) presentano dei punti in cui sembrano errate, poiché secondo voi dovevano accadere in un dato periodo e non sono accadute. Ma l’occhio del mio servo vede col mio Occhio. Voi invece vedete col vostro. Onde il mio servo parla o ripete in mio Nome, e ciò che voi credete già superato può essere evento ancora da avverarsi nel futuro. Questo per tutte le profezie, anche quelle dei più grandi spiriti.

A chi guarda coi suoi occhi umani può parere errata e contraddetta dai fatti anche la Profezia perfetta: la mia. Non parrebbe, leggendo i Vangeli[21], che la fine del mondo segue di poco la distruzione di Gerusalemme? Ma quanti secoli sono intercorsi da allora? Eppure la fine del mondo verrà preceduta dai segni che dico e che all’ignoranza e alla paura vostra già tante volte sono parsi prossimi. Io solo so il momento che avranno inizio e non reputo necessario di dirlo. Anche per bontà verso i viventi di quell’ora.

Non vorrete certo pensare che Io, Profeta perfetto perché depositario dei segreti della Divinità, abbia errato! Come non vorrete credere che abbiano errato Pietro[22], Paolo e soprattutto Giovanni[23], che era rimasto fuso al suo Maestro anche oltre il tempo del mio soggiorno fra gli uomini. E non dice Pietro: “La fine d’ogni cosa è vicina”[24]? E Paolo: “... Noi viventi rimasti sino alla venuta del Signore”[25], e ancora: “Voi ben sapete che chi lo trattiene è il Signore, perché non si manifesti che a suo tempo. Già il mistero dell’iniquità è in azione”[26]? Parrebbe dunque che l’Anticristo fosse fin da allora in azione e solo Dio non gli permettesse di manifestarsi in pieno per essere da Me incenerito. Ed esorta i cristiani di allora a rimanere saldi nella fede per resistere all’iniquità in azione. E il mio Giovanni, infine, il più illuminato, colui al quale i Cieli furono cogniti con prospettive di eventi avvenire noti solo a Dio e fu aperto il mio Cuore con tutti i segreti più segreti, non termina il Libro così eccelso che pare scritto con penna rapita ad un arcangelo: “... il tempo è vicino... Ecco, Io vengo presto[27]. Colui che attesta queste cose dice: Sì, vengo presto”?

Or dunque dico a voi le stesse parole dei miei santi: “Davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno. Non è che il Signore ritardi, ma usa pazienza...[28] Ci sono delle cose difficili a capirsi che gli ignoranti e i poco stabili travolgono a loro perdizione”[29].

Oh! beati i credenti e i contenti senza bisogno di troppe prove, beati coloro che riposano sulla parola del Signore anche se par loro oscura e non si procurano i tormenti di Tommaso[30], che soffrì più giorni degli altri per non credere alla mia Risurrezione, ed altri giorni poi per il pentimento di non aver creduto altro che dopo aver constatato!

“Le stupide questioni, le genealogie, le dispute e le battaglie, sfuggitele, essendo inutili e vane”[31], come dice Paolo». (Q43, 9 dicembre)

Dice il Padre Eterno: «Scrivi, ché vi è chi lo desidera e pensa a questo.

Paolo di Tarso, un tempo sinedrista convinto e persecutore accanito dei discepoli di Cristo, tornato alla Luce attraverso ad una folgorazione divina e divenuto l’Apostolo instancabile del Figlio mio, nell’Areopago d’Atene annunziò[32] agli Ateniesi quel Dio ignoto al quale essi avevano dedicato un altare». (Q43, 29 dicembre)


I Quaderni del 1944
Cover libro Centro Editoriale Valtortiano

[Scrive Maria Valtorta:] Distinguo gli apostoli Pietro e Paolo perché, per quanto luminosi e bianco- vestiti come tutti, hanno il volto già più distinguibile degli altri: un caratteristico volto ebraico. Mi guardano con benignità (meno male!). (Q44, 10 gennaio)

  • Il giorno 11 gennaio Maria Valtorta riceve una serie di ‘dettati’ contro la dottrina della rincarnazione (o metempsicosi), tra i quali anche quello dell’apostolo Paolo. Sempre l’11-1-44, ore 10:

[Dice Paolo:] «Stolti! I morti non ritornano. Con nessun nuovo corpo. Non vi è che una risurrezione: quella finale. […] Eredi di Dio per volere di Dio, non vogliate, o fratelli, perdere questa eredità per seguire carne e sangue ed errore della mente.

Io pure errai[33] e fui contrario alla Verità, fui persecutore del Cristo. Il mio peccato m’è sempre presente, anche nella gloria di questo regno le cui porte me l’apersero il mio pentimento, la mia fede, il mio martirio per confessare Cristo e la vita immortale. Ma quando la Luce mi atterrò, facendosi conoscere, io abbandonai l’errore per seguire la Luce.

A voi la Luce si è fatta conoscere attraverso a venti secoli di prodigi, innegabili anche al più feroce negatore e al più ostinato. Perché dunque volete, voi fortunati che avete per testimonianza di essa Luce venti secoli di divine manifestazioni, perché volete voi rimanere nell’errore?». (Q44, 11 gennaio)

Al termine del ‘dettato’ di San Paolo Maria Valtorta scrive:

E così è venuto anche S. Paolo. Alla grazia! Che uragano! Non mi stupisco che abbia travolto, sotto la veemenza della sua parola, anche gli ateniesi abituati ai loro oratori! Se Giovanni è sospiro di vento profumato di cielo, Paolo è ciclone carico di tutti gli elementi atti a piegare le più proterve cime.

Credo che il ciclo sia chiuso. E se tutto questo concerto di note non penetra in loro[34] (……) non so cosa più potrà penetrare. Avevo desiderato un dettato in merito da mesi e mesi. Ho atteso. Ma ne ho avuti sette e, se io fossi al posto di taluni, mi parrebbe d’essere come un topo in trappola o uccello nella rete. L’evidenza mi stringerebbe da tutti i lati.

Che proprio parlasse anche S. Paolo non me l’aspettavo. (Q44, 11 gennaio)

  • ‘visione’ di San Paolo nel carcere Tullianum di Roma del 29 febbraio:

[Scrive Maria Valtorta:] E Paolo, con le braccia aperte a croce, prega – basso, bruttino anziché no, ma un tipo che colpisce – in mezzo al sotterraneo. È vestito, come fosse un servo lui pure, di una veste corta e scura, ed ha un piccolo mantelletto con cappuccio che per pregare si è buttato indietro. Alle sue spalle sono i due che ha nominato, vestiti come lui, ma molto più giovani. […] E assisto alla Messa dei martiri che viene celebrata da Paolo e servita dai due preti che l’accompagnano. […]

[Dice Gesù:] Il piccolo martire che resta con le manine strette al calice, anche oltre la morte, vi insegna dove è la forza. Nell’Eucarestia. Quando uno si nutre di Me, secondo il detto di Paolo[35], non vive più per sé ma vive in lui Gesù. E Gesù ha saputo sopportare tutti i tormenti, senza flettere. Perciò chi vive di Me sarà come Me. Forte. Abbiate fede». (Q44, 29 febbraio)

Dice Gesù: «O voi cristiani del ventesimo secolo, che ascoltate come racconti fiabeschi le storie dei miei martiri e vi dite: “Non può esser vero! Come lo può essere? Infine erano anche essi uomini e donne! Ciò è leggenda”, sappiate che ciò non è leggenda. Ma è storia. E se voi credete alle virtù civiche degli antichi ateniesi, spartani, romani, e vi sentite esaltare lo spirito per gli eroismi e le grandezze degli eroi civili, perché non volete credere a queste virtù soprannaturali e non vi sentite esaltare lo spirito e spronarlo a eletta imitazione al racconto delle grandezze e degli eroismi dei miei eroi? […]

I miei martiri hanno tenuto a compiere la loro missione e il ministero ricevuto da Me di santificare il mondo e rendere testimonianza al Vangelo. Di nessun’altra cosa si sono preoccupati. Essi, per la Grazia vivente in loro e da loro tutelata con una cura quale non davano per la pupilla dei loro occhi e per la vita che gettavano con ilare prontezza, sapendo di gettare corruttibile spoglia per acquistarne una incorruttibile di infinito valore, erano tornati “uomini e donne”, non più bruti. E da uomini e donne, figli del Padre celeste, vivevano e agivano.

Come dice Paolo[36], essi “non hanno bramato né oro, né argento, né vesti da alcuno”, ma anzi si sono fatti spogliare e si sono volontariamente spogliati di ogni ricchezza, fin della vita, “per seguire Me” sulla Terra e nel Cielo.

“Con le loro mani” sempre come dice l’apostolo, “han provveduto al bisogno loro e di altri”, hanno dato la Vita a sé ed hanno portato altri alla Vita». (Q44, 5 marzo)

[Dice Gesù:] «Dice Paolo[37] che Io “avendo con forti grida e con lacrime offerto preghiere e suppliche, nei giorni della mia vita mortale, per salvare l’uomo da morte spirituale, fui esaudito per la mia riverenza”. E aggiunge che, giunto alla perfezione per aver imparato (ossia compiuto per obbedienza) divenni causa di eterna salute per tutti quelli che mi sono obbedienti.

Paolo, con parola che lo Spirito fa vera, dice dunque che Io, Figlio di Dio fatto Uomo, raggiunsi la perfezione con l’obbedienza e potei esser Redentore per questa. Io, Figlio di Dio. Io raggiunsi la perfezione con l’obbedienza. Io redensi con l’obbedienza.

Se meditate profondamente questa verità, dovete provare quello che prova uno che, prono su un’alta insenatura marina, guarda fissamente la profondità e la immensità del mare e gli pare sprofondare in questo liquido abisso di cui non conosce profondità e confine.

L’obbedienza! Mare sconfinato e abissale nel quale Io mi sono tuffato prima di voi per riportare alla Luce coloro che erano naufragati nella colpa. Mare in cui devono tuffarsi i veri figli di Dio per essere redentori di se stessi e dei fratelli. Mare che non ha solo le grandi profondità e le grandi onde, ma anche le spiagge basse e le lievi ondette che sembrano scherzare con la rena del lido, così care ai bambini che giuocano con esse.

L’obbedienza non è fatta unicamente di grandi ore in cui obbedire è morire, come Io ho fatto, in cui obbedire è strapparsi da una Madre, come Io ho fatto, in cui obbedire è rinunciare alla propria dimora, come Io ho fatto lasciando il Cielo per voi. L’obbedienza è fatta anche di minuscole cose di ogni ora, compiute senza brontolii, man mano che vi si presentano». (Q44, 16 marzo)

[Dice Gesù:] «Vi è una frase[38] che voi, da Me scelti, meditate troppo poco. È dell’apostolo Paolo. Dice: “Quando a Colui che mi segregò fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato per sua grazia piacque di rivelare in me il suo Figliuolo… io subito senza dar retta alla carne e al sangue…”. Dopo è tornato Paolo fra le genti. Ma ormai, per ubbidienza a Dio, aveva terminato la “segregazione” iniziata da Dio col porre in disparte carne e sangue per darsi tutto all’Amore vero.

Siete tutti dei “segregati”, voi, i miei scelti a particolare missione. Te ne ho già parlato[39] giorni or sono. “Esci dal tuo paese e dal tuo parentado”». (Q44, 7 luglio)

  • ‘dettato’ del 4 agosto sulle indulgenze e la Comunione dei Santi:

[Dice Gesù:] «Preghiere per ottenere una ancor più longanime pazienza da Dio, preghiere per ottenere da Lui folgori non di punizione ma d’amore che convertano i peccatori come lo fu Saulo sulla via di Damasco[40], […] ». (Q44, 4 agosto)

Dice Gesù: «E vi risponderò con le parole[41] dell’apostolo Paolo: “Le membra che sembrano più deboli sono le più necessarie, quelle che stimiamo le più ignobili nel corpo le rivestiamo con più ornamenti, e quelle meno decenti le trattiamo con maggior riguardo, mentre le parti oneste non han bisogno di riguardi. Ora Dio ha disposto il corpo in maniera da dare maggior onore alle membra che non ne avevano”». (Q44, 21 agosto)

Dice Gesù: «Digli a mio nome: Gamaliele[43], Nicodemo[44] e Saulo[45] erano “dottori difficili” e cercavano di spiegarsi il soprannaturale, che non sapevano e non accettavano che teoricamente, con il naturale. Ma quando la mia Grazia li prese perché… perché anche nel loro errore vi era un fondo che rendeva non maligno l’errore – cosa che Io non perdono, perché è la malizia quella che mi fa ribrezzo – quando la mia Grazia li volle, essi divennero colui che difende il primo martire, colui che mi stacca dalla Croce, colui che mi predica fra le genti con la forza di un uragano di Grazia». (Q44, 26 dicembre)


I Quaderni del 1945-1950
Cover libro Centro Editoriale Valtortiano

[Dice Gesù:] «In verità vi dico che quando una creatura ha raggiunto l’eroicità nella virtù o, come dice Paolo[46], la creatura “è divenuta forte nel Signore e nella sua virtù potente”, allora è che occorre rivestirsi “dell’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo”, perché è allora che, come sempre dice l’Apostolo, la creatura “non combatte più colla carne e col sangue, ma contro i principi e le potestà, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro i maligni spiriti dell’aria”, ossia contro l’Inferno fortissimo, il quale scatena direttamente le grandi bufere delle potenti tentazioni in un ultimo sforzo per tentare di abbattere lo spirito gigante che gli resiste.

La tentazione è, allora, un peccato o una gloria? Un bene o un male? Non è peccato. E, pur essendo un elemento del Male, si può tramutare in mezzo di bene e di gloria per la libera volontà con cui l’uomo la respinge. Non è coartato ad alcun uomo, non lo fu neppure al Cristo, il libero arbitrio di poter cedere o non cedere alle tentazioni. Tentazione respinta, merito acquistato. Per questo Dio ha lasciato all’uomo la sua splendida libertà di volere. Perché attraverso ad essa, e con merito proprio, l’uomo pervenisse ad una meritata gloria». […]

Paolo di Tarso scrive[47], a coloro che avrebbero potuto smentirlo se egli avesse esagerato o mentito nel descrivermi: “Quel Gesù, fatto di poco inferiore agli angeli, a motivo della morte patita, è coronato di gloria e di onore avendo per grazia di Dio gustato la morte per tutti. E certo ben si conveniva a Colui per il quale e dal quale sono tutte le cose… di rendere perfetto per via di sofferenza l’autore della loro salvezza… Anche Lui ha avuto in comune con gli uomini la carne e il sangue per distruggere morendo colui che aveva l’impero della morte… Infatti Egli non assunse gli angeli, ma il seme di Adamo assunse. Dovette dunque essere in tutto simile ai fratelli per diventare pontefice misericordioso e fedele davanti a Dio e per espiare i peccati del popolo, perché avendo sofferto ed essendo stato provato Egli stesso, potesse aiutare quelli che sono nella prova… Noi non abbiamo un pontefice che non possa aver compassione delle nostre infermità, essendo Egli stato tentato in tutto come noi, ma senza peccato… Ogni pontefice… è costituito… perché offra doni e sacrifici per i peccati e possa aver compassione degli ignoranti e dei traviati essendo egli stesso circondato di infermità… Certo era conveniente che noi avessimo tal pontefice, santo, innocente, immacolato, segregato dai peccatori, sublimato sopra i Cieli”.

Dunque anche Saulo, dotto e contemporaneo degli Ebrei del mio tempo, divenuto Paolo, pieno di sapienza e verità, con la realtà della mia figura storica e con le luci dello Spirito Santo, testimonia che Io sono vero Dio e vero Uomo, uguale al Padre per Natura divina e increata, uguale alla Madre per Natura umana e creata, Cristo senza interruzione e in eterno Riparatore, Salvatore e Redentore perfetto». (Q47, 18 febbraio)

[Dice Gesù:] «È l’amore che Io voglio in te per tutti coloro che ti odiano… Se sapessi come questo amore che diamo a quelli che sono gli irriducibili nemici nostri, gli inconvertibili, opera miracoli! Diretti, a loro stessi, come lo fu l’amore di Stefano per Saulo, amore che gli ottenne l’incontro con Me sulla via di Damasco. O indirettamente. (Q47, 16 maggio)

  • ‘dettato’ del 17 maggio 1947 dello Spirito Santo. Ore 4,15 antimeridiane:

«Tanto più un’anima è figlia di Dio, secondo il concetto teologico di S. Paolo apostolo (ai Romani c. 8 v. 14)[48], e tanto più è sollecita a seguire i consigli dello Spirito Santo, il quale non suscita mai nei figli di Dio desideri irrealizzabili (ai Galati c. 5 v. 17)[49] e prega in voi gridando: “Padre”, sapendo che il Padre conosce ciò che vuole l’Amore intercedendo in nome dei santi, ossia secondo i suoi desideri d’amore, perché l’amore incendi la Terra (Romani 8 v. 26-27 e Galati cap. 4, v. 6)[50]». (Q47, 17 maggio)

[Dice Gesù:] «Aggiungerai questo. Questa lezione insegna una volta di più che la Potenza di Dio sa usare ai suoi fini di bene anche le persone e cose meno meritevoli, e che la Sapienza di Dio può, di persone e cose meschine, talora più che meschine, fare suoi strumenti per raggiungere un fine di grazia, sia che in loro sia tendenza al Bene, come negli Apostoli, o spirito nemico del Bene vero, come in Saulo di Tarso; ma basta, per questi ultimi, che al tocco della Grazia risponda arrendevolezza di cuore. E una volta ancora si alza il mio monito: Non chiedete mai “perché” a Dio di certi suoi atti (come fare sacerdoti del sacrificio del Figlio di Dio peccatori e gentili) e non giudicate, secondo le apparenze, gli strumenti di Dio, perché il più piccolo fra gli uomini può essere elevato a “più grande” fra i servi di Dio, se Io lo voglio e lui aderisce, con umiltà, al mio volere.» (Q47, 27 luglio)

Dice Gesù: «Hai mai meditato su quanto vuol dire l’espressione che ricorre sulle labbra dei teologi parlando di tutti gli scritti dell’Antico e Nuovo Testamento: “Dice la Sapienza, dice il Signore”? Poco fa hai sentito dire da un predicatore: “Dice il Signore: ‘Quando io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli….’”. Non ha detto: “Dice Paolo[51]. Ma “dice il Signore”.

Perché? Per rispetto pensando che Dio è l’informatore di ogni azione dell’uomo? Anche. Ma soprattutto perché va detta la verità. E la verità è che nei suoi amatori Dio tanto è presente che la personalità, e soprattutto il pensiero di essi, si annulla in quello di Dio, e non è più Paolo, Pietro, Giovanni, Giacomo o Giuda. Pietro Paolo Giovanni Giacomo Giuda, portavoce di Dio, dicono ciò che Dio parla in loro: voce di Dio, dicono le sue parole. E così, in tempi più lontani, Isaia, Geremia, Jesai bar Sirac, Sofonia, Michea, Zaccaria… e in tempi più vicini tutte le voci del Signore, sparse nei secoli per dire agli uomini le parole di Dio. Quelle parole che sono altrettante luci, altrettante medicine, altrettante grazie». (Q47, 14 settembre)

  • ‘visione’ del 19 ottobre 1947 della venerazione angelica di S. Michele e S. Gabriele alla B. V. Maria:

Scrive Maria Valtorta: Dopo essere stata tutto ieri con la visione della zona romana che dalla basilica di S. Paolo va verso la campagna che va verso sud rispetto a Roma, zona sulla quale vidi cader delle rose il 5 maggio u.s., avendo alla mia sinistra la Via Appia, una delle poche località di Roma che ricordo bene per averla vista nella mia unica sosta[52] di tre giorni a Roma nel 1920 (ottobre) andando a visitare la tomba di S. Paolo, e a destra il Tevere che va verso il mare — e non so perché per tutto un giorno io debba aver avuto presente questa zona di campagna romana — come viene la notte viene anche Maria Ss. a bearmi… E fin qui nulla di così straordinario da farmi scrivere queste parole. […]

Oggi è il terzo giorno che, dopo aver pregato la B. V. delle Tre Fontane, ho avuto la grazia fisica che imploravo. (Q47, 19 ottobre)

Dice Gesù in merito all’epistola della prima domenica di Avvento:

«Nessuno, fra i cristiani, oserebbe dire che Paolo non è stato Apostolo, ripieno dello Spirito dello Spirito di Dio, di grazia e santità. Ma come allora spiegano, coloro che speculano con tutti i mezzi nelle parole dell’Opera per dire “il portavoce ha fatto errore”, la contraddizione delle parole di Paolo[53]: “… essendo già l’ora di svegliarsi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina di quanto credemmo. La notte è inoltrata e il giorno si avvicina”?

Queste parole — e non è l’unica volta che Paolo parla della seconda venuta del Cristo, dei tempi ultimi, del giudizio finale — sembra che indichino un ben prossimo (ai giorni di Paolo) sorgere del giorno eterno. Ma quale lungo tempo d’alba ha mai questo giorno, se questo tempo dura da 20 secoli e ancor vi è tempo al giorno! Mancò allora in Paolo lo spirito profetico? E se ciononostante egli è chiamato Vaso di elezione, Apostolo delle Genti, e la sua parola è di poco inferiore al Vangelo per potenza ammaestrativa, come si può gettare pietre a te, piccolo Giovanni, se, ai miopi occhi dei leggenti, alcune mie, dico mie parole da te trascritte sembrano contraddire le credenze antiche e i fatti passati, presenti, futuri, così come sono noti o previsti?

In verità ti dico che non sbagliò Paolo interpretando male le mie parole (Luca 21 v. 32, Marco, 13 v. 30)[54] e vedendo prossimo il giorno di Dio, così come non sbagli tu, piccolo Giovanni.

Egli perché, come tutti coloro che lo Spirito dello Spirito che è Dio investe e innalza ai cieli della veggenza, vede attraverso la pupilla di Dio, ossia in un eterno presente. Il fatto di ora e il fatto che avverrà fra secoli, pari sono per colui che contempla rapito in Dio. Quei fatti sono. Quei fatti sono veri. Che sia oggi il loro avverarsi o fra decine d’anni o di secoli, quei fatti saranno, e solleciti per chi li contempla nel gorgo luminoso dell’eternità nel quale sono pulviscolo di attimi gli anni e i secoli». (Q47, 1 dicembre)

  • commento di Maria Valtorta del 31 dicembre 1947 al fascicolo sulla “Madonna delle 3 Fontane”:

Dico: non mi fa stupore che sia apparsa a un peccatore, a un protestante. Anzi dico che poté avvenire benissimo. Prima di tutto perché un’anima, più anime (quelle della intera famiglia Cornacchiola) si sono salvate. Poi perché così i soliti negatori di noi veggenti non potranno sventolare le solite ragioni di… infantilismo suggestionato e di isterismo allucinato. Vorrei che a molti peccatori e nemici di Dio e della Chiesa apparisse Dio e la Vergine, sia per convertirli, come fu di Saulo sulla via di Damasco, sia perché il mondo incredulo si persuada che Dio può tutto e vere sono le sue manifestazioni agli spiriti. (Q47, 31 dicembre)

  • ‘dettato’ del 2 gennaio 1948 dello Spirito Santo che precede l’inizio della prima delle Lezioni sull’Epistola di Paolo ai Romani[55]:

Mentre la divina Voce parla io penso: “Diranno che queste cose furono già dette”. E la Voce divina:

«È vero. E i dotti, che pur essendo anche eccessivamente convinti di esser dotti frugano fra le gemme senza numero, che Dio ti ha donate, per ornarsene, annoteranno una volta di più queste parole, le confronteranno, le sminuzzeranno come medici che indagano i segreti della natura e della vita e morte degli uomini. Ma tu no. Tu non ricordi e non cataloghi. Per te è sempre nuovo. E bello. Tu sei il fanciullo semplice e pieno di fede e amore. E Io parlo per te. Per te sola. Quale migliore, pacifica compagnia, per il tuo avviarti al Regno della Vita e varcarne la soglia, delle mie lezioni tratte dalle epistole di colui[56] che predicò Cristo anche dopo la morte col triplice sgorgo delle 3 Fontane, là dove ora si è aperta una sorgente di miracolo per la misericordia di Maria, Chiave alla apertura di ogni divina Misericordia?» (Q48, 2 gennaio)

[Dice Gesù:] «Eccoci nella mia città di Nazaret. Anche in essa sono Maestro e autore di miracoli. Ma essa non mi ama e “a cagione[58] della incredulità dei nazareni il Cristo non fece in Nazaret molti miracoli”. Essa non mi ama, e quando Io dico ad essa la verità per amore verso la mia città che vorrei santa — la verità detta a chi pecca per trarlo dal suo errore è sempre carità e della più eletta — essa prende pietre per lapidarmi[59] e, trascinatomi in cima al monte, cercarono di farmi perire.

Anche tu, in quella che dovrebbe essere la tua città (l’Ordine dei Servi di Maria) non sei amata, e per questa loro incredulità non puoi dare l’altro miracolo delle spiegazioni delle Epistole Paoline, che solo Io posso rendere chiare, in piena verità e rispondenza col pensiero di Paolo. E perché dici la verità ti lapidano e vorrebbero precipitarti. Le pietre, sì, ti feriscono, ma farti decadere non riescono, perché tu passi con Me in mezzo a loro. E se non muteranno, non solo passerai con Me, ma con Me te ne andrai lungi da loro. Mancano soltanto ancora poche gocce del loro mal liquido a far piena la misura del calice della loro incredulità, del loro disamore, e della mia sopportazione. Colmo che sia, Io ti trarrò meco lungi da loro, per darti almeno un trapasso pacifico fra le braccia dell’Amore, senza che gli uomini ti turbino l’estrema ora con le loro grida e azioni non buone». (Q49, Marzo 1949)

[Dice Gesù:] «Questi… sono i “sentimentalisti” della religione, coloro che dopo una predica, una cerimonia religiosa, un ritiro, una lettura, vorrebbero emulare Paolo nell’evangelizzare le genti, Giovanni il vergine nella castità, Lorenzo nel martirio, Gerolamo nella penitenza, ma passata l’emozione ricadono nel “godimento della vita”. Vogliono far diventare incendio la fiammolina che arde in loro… e nella fiammata passeggera, sforzata, distruggono anche la fiammolina…

Vogliono essere atleti, primi in tutte le manifestazioni religiose, fare, trascinare, essere insegna, faro, voce; e premono, sforzano tanto da divenire agli altri pauroso velario che mi mostra quale non sono; luce ingannevole perché illumina Me e la religione in modo irreale che sgomenta le povere anime, le più numerose, timorose tanto; catena che strozza l’amica religione, sostegno degli spiriti, e ne fa una Nemesi armata di flagelli e castighi.

E premono e sforzano sino a spossarsi e giacere, poi, esauriti, incapaci di lottare con Satana che attende quell’esaurimento per assalire e prostrare; quando, pur per reazione umana — paragonabile a quella che avviene a certe macchine troppo sforzate — non si distruggono, non precipitano in carnalità bestiali per aver voluto troppo rapidamente divenire angeli senza essere vocati a tal vocazione, e soprattutto per avere voluto divenire tali da loro, accatastando zit zit, fimbrie e telefin[60], ma dimenticando che la via per salire dove si diviene angeli è nel Vangelo vissuto». (Q49, 11 settembre)

  • nel ‘Commento’ all’Apocalisse” San Paolo viene citato cinque volte:

Eppure alla prima tentazione [Eva] cedette, mentre innumerevoli anime, sebbene macchiate dalla Colpa, e molte creature, sebbene aventi in sé i fomiti — quella terribile “legge della carne” che fece gemere Paolo, Agostino e molti altri che ora sono santi e sante in Cielo — non cedettero. […]

Saulo di Tarso personalmente non uccideva i cristiani, ma “approvava il loro assassinio” e “desolava la Chiesa entrando nelle case e portando via uomini e donne che faceva mettere in prigione”. Era un anticristo in atto lui stesso, lui che poi sarà l’Apostolo e Vaso d’elezione, lui che poi combatterà così bene contro l’anticristo, subito sorto nelle diverse regioni dove erano sorte le chiese di Gesù.

Ma mentre “spirante minacce e stragi contro i discepoli del Signore”, munito di lettere per le sinagoghe di Damasco onde poter condurre prigionieri a Gerusalemme quanti avesse trovato di quella fede”, andava a Damasco, che gli avvenne? L’incontro col Cristo presso Damasco. E che gli disse il Cristo? Forse gli chiese: “Perché perseguiti i miei servi?” No. Gli disse: “Perché mi perseguiti?”.

Gesù era il perseguitato. È Gesù che soffre la persecuzione nei suoi servi. Perché Gesù è in essi. Continua in essi la sua Passione. E chi perseguita il servo di Dio, il figlio adottivo di Dio e fratello di Gesù, ancora colpisce la Parola del Padre, il Figlio Unigenito del Padre, Gesù che è, come Dio, nel Padre e nei veri cristiani. […]

Come Paolo fu “l’uomo” in cui la legge della carne lottava contro quella dello spirito. L’uomo che dopo esser stato rapito al terzo cielo conobbe ancora lo schiaffo dell’angelo di Satana, lo stimolo della carne. Come “uomo” furono tanti altri servi di Dio, martiri del loro io, beati per aver vinto l’io ed essersi rigenerati in Cristo. […]

Già, pur non essendo ancora in atto la devastazione e la persecuzione, molti rinnegano la via già scelta, perché l’abominio si spande come perfida gramigna, e la carità si raffredda mentre sorgono i falsi profeti di cui parla il Cristo nel capo 24 di Matteo e Paolo nel c.II della II epistola ai Tessalonicesi. […]

Molti secoli dopo Ezechiele, Paolo, agli Ebrei, dirà: “… Cristo… venuto attraversando un tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto da mano d’uomo”. (Commento all’Apocalisse)


Quadernetti
Cover libro Centro Editoriale Valtortiano
  • ‘dettato’ del 21 novembre 1945:

[Scrive Maria Valtorta:] Una strana letizia mi pervade. E un insolito benessere. Canto, e ci riesco, come un canarino a primavera. Così per tutta mattina. Al pomeriggio, mentre sono sola, penso a tante cose, fra le quali, con insistenza, all’ultima lettera di Giuseppe con la promessa di riconciliarsi e con le sue frasi ammirative per i missionari, ai quali mi paragona.

Dico: «Eh! Signore! E pensare che io volevo essere missionaria! Almeno della Compagnia di S. Paolo volevo essere. E invece!…».

E Gesù mi dice: «Ma lo sei! E mieti raccolti più abbondanti che se fossi missionaria nel mondo e sana. Non ti ho negato nulla di ciò che desideravi spiritualmente. Ma anzi ho sublimato il tuo desiderio. Tu sei la “missionaria”, la “paolina”, la “evangelizzante”, mia piccola Maria Giovanni della Croce. E oggi hai mietuto per il mio granaio una grande conquista: il tuo Tuldo». (Quadernetti 21.11.45)

  • ‘dettato’ del 25 Aprile 1948:

Innalzate il mio segno nel cuore degli uomini e Satana fuggirà da loro. Questo e non altro vi salverà. Perché questo è arma spirituale e valida. Satana e i suoi servi sono vinti non dai partiti e dalle parole e atti umani, ma da ciò che è soprannaturale.

Fate ciò che Io dico ed Io sarò con voi.

Ma dirò con Paolo: “Badate di non resistere a Colui che parla, perché se non scamparono coloro che ricusarono di ascoltare chi parlava loro dalla Terra, molto meno scamperete voi se voltate le spalle a Chi parla dal Cielo”[61]». (Quadernetti 25.4.48)


Libro di Azaria
Cover libro Centro Editoriale Valtortiano
  • ‘dettato’ del 24 febbraio 1946, Domenica di Sessagesima:

[Dice Azaria:] «Secondo ammaestramento della Liturgia d’oggi, specialmente per voi, strumenti straordinari, è nelle parole di Paolo, Dottore delle Genti, il quale “rapito fino al terzo cielo... udì parole arcane che non è lecito all’uomo di proferire”.

Voi non siete rapiti al terzo cielo, ma udite parole arcane, che però vi sono date perché siano date. Siete dunque molto inferiori a Paolo. Eppure: udite le parole di colui che meritò di essere rapito tanto in alto da sentire i segreti, i misteri di Dio! Egli confessa di essere stato schiaffeggiato da un angelo di Satana e, giustificando il Signore di averlo permesso, illustra le ragioni di bontà per cui fu permesso l’assalto satanico: “Affinché la grandezza delle rivelazioni non mi facesse insuperbire, m’è stato dato lo stimolo della carne, un angelo di Satana che mi schiaffeggi”. Riconosce di essere ancora uomo, ossia soggetto alle tentazioni sataniche. Non dice: “Io, che fui nel terzo cielo, sono un serafino intangibile”. No. Umilmente dice di essere un uomo, circuito da Satana, e vede che questo serve a tenerlo umile nonostante la grandezza di ciò che egli ha ricevuto. E vi insegna la medicina per essere liberati: “Tre volte ne pregai il Signore perché lo allontanasse da me”». (Azaria, Lezione I)

  • ‘dettato’ del 10 marzo 1946, Prima domenica di Quaresima:

[Dice Azaria:] «Ecco la parola di Paolo. Fu anch’egli una voce da quando Dio lo fece suo, una voce instancabile ed eroica, ed è un maestro delle voci. Ascolta questo maestro che parla ai diffusori della Parola di Dio in modo speciale, pur parlando ai fedeli in genere. Del resto ogni cristiano non dovrebbe predicare Cristo e il Dio vero, avendo a principale scopo della sua istruzione quello di istruirsi nella Sapienza per poterne parlare, e a principale scopo dei suoi giorni praticare ciò che ha imparato, per predicare ancora Dio e il suo Cristo con tutti gli atti della sua vita virtuosa?

Paolo dice: “Vi esortiamo a non ricevere invano la grazia di Dio”. Il mio Signore ti ha più volte parlato per formarti ad una capacità buona di ricevere la grazia straordinaria. Ti ha detto che ove entrasse superbia e disubbidienza il dono diverrebbe castigo. Ti ha mostrato che se è dono è anche giogo, e obbliga ad una virtù continua per non divenire condanna.

Egli lo ha detto: “A chi molto è dato, molto è chiesto”. Sì. A voi è negato di poter dire: “Non sapevo”. Perciò, sapendo, dovete essere perfetti secondo le vostre forze e conoscere che sempre più aumentano perché la Sapienza fortifica le anime che l’accolgono con umiltà.

Tu pensi: “E se uno riceve tiepidamente il dono?”. Se uno così fa, o, peggio ancora, lo corrompe con aggiunte umane o sataniche, allora le forze non aumentano ma regrediscono, si traviano, e la Sapienza si ritira dopo aver condannato.

Ricevi allora attivamente, sempre più attivamente, la grazia di Dio. Devi giungere al punto che anche un respiro sia regolato secondo una buona volontà di servire la grazia e farla fruttare. Il Signore può esigere questo dono totale di te dopo che “ti ha esaudita nel tempo propizio e nel giorno della salvezza ti ha soccorso”.

Come allora devi esplicare questo dono totale? Te lo dice Paolo: “Non dando motivo di scandalo a nessuno, affinché non sia vituperato il tuo ministero”, e tu ti diporti in ogni cosa come strumento di Dio, con molta pazienza nelle tribolazioni, nelle necessità e angustie. In qualunque evento. Le flagellazioni dei giudizi malevoli non sono meno dolorose di quelle dei flagelli. E le proibizioni non sono meno carceranti delle prigioni. E le incomprensioni o le male interpretazioni, che privano del conforto di essere aiutate nel vostro compito, non sono meno penose delle fatiche, vigilie e digiuni. Ma tu sopporta tutto con purezza, scienza, longanimità, con soavità, con lo Spirito Santo, con carità non simulata, con la parola della verità, con la virtù di Dio, colle armi della giustizia a destra e a manca, in mezzo alla gloria, nelle ore di gloria come in mezzo all’ignominia, nelle ore amare, nella buona e nella cattiva fama». (Azaria, Lezione III)

  • ‘dettato’ del 24 marzo 1946, Terza domenica di Quaresima:

[Dice Azaria:] «Paolo delinea tutto il programma del cristiano, e perciò quello delle voci, che solo per riconoscenza al Signore del gran dono da Lui concesso devono essere perfetti più degli altri, tendere a questa perfezione con perfezione di pensiero. Sai quale è questa “perfezione di pensiero”? È voler essere perfetti non per la gloria futura che concederà la perfezione, ma per amore di figlio beneficato in maniera sovrumana dal Padre e con misura quale solo l’Infinito può dare.

Ecco allora: “Siate imitatori di Dio come figli diletti”. Oh! non vi dice Paolo: “Imitate questo o quel santo”! Vi dice: “Imitate Dio nelle sue perfezioni”. Imitare Dio! Fare perciò un continuo sforzo per raggiungere la perfezione. E farlo con carità, ma anche con umiltà; con fede, ma anche con umiltà; con speranza, ma anche con umiltà. Voi sapete che nonostante ogni sforzo eroico sarete sempre incapaci di possedere la Perfezione di Dio. Ma non vi scoraggiate! Il Padre Ss. sa, perché è perfetto, che la creatura non può essere come il Creatore, e per confortarvi, per giustificare la vostra misura relativa, proclamandola con giustizia “perfetta per la creatura”, ha messo a questa misura un limite: il vostro. Ha detto: “con tutti voi stessi”. “Con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze”, dice il comando immutabile fino alla fine dei secoli, ed eretico e maledetto è chi lo muta o altera, o lo sostituisce con comando d’uomo per altri culti a idee che non da Dio sono, ma sono mescolanza di fumo infernale e d’infernal veleno con fumo e veleno di mala creatura.

Quando uno ama con tutto il suo cuore, anima e forze, ha, per sé stesso, amato perfettamente. Perciò ha imitato Dio che perfetto è nel Bene.

Secondo precetto di Paolo: “Vivete nell’amore come Cristo che ci ha amati e ha dato per noi Sé stesso a Dio in olocausto come ostia di soave odore”.

L’amore perfetto! L’amore di Gesù Cristo Figlio di Dio e Signore Nostro. Amore che giunge al sacrificio. Amore del prossimo che giunge ad immolarsi per il prossimo. Amore per Dio fino a divenire l’Immolato sull’altare della Riparazione». (Azaria, Lezione V)

  • ‘dettato’ del 7 aprile 1946, Domenica di Passione[62]:

[Dice Azaria:] «“La tua famiglia”! Tutti i fedeli sono famiglia di Dio. Ma in ogni famiglia ci sono i prediletti, i più prossimi al capo famiglia. In quella dei fedeli i prediletti siete voi, anime vittime e chiamate a sorte straordinaria. Dio non deluderà la preghiera, e come Padre ti custodirà perché, lo dice Paolo, tu sei della porzione eletta che Gesù ha riscattato col suo Sacrificio. Leggiamo Paolo e meditiamolo». (Azaria, Lezione VII)

  • ‘dettato’ del 14 aprile 1946, Domenica delle Palme:

[Dice Azaria:] «Leggiamo Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Gesù Cristo”. Ecco il modello. Non dice Paolo: di questo o quel santo. Vi dice: di Gesù Cristo». […]

«Però ascoltate ciò che dice terminando Paolo: “Per questo però anche, Dio lo esaltò e gli donò un Nome che è sopra ogni altro nome, tale che nel nome di Gesù si deve piegare ogni ginocchio in Cielo e in Terra e nell’Inferno, ed ogni lingua deve confessare che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre”.

Con le dovute proporzioni, oh! non temete, care anime vittime e voci, vi sarà dato da Dio un nome che è sopra a quello che vi hanno dato gli uomini, un nome già scritto in Cielo. E un giorno verrà che almeno per uno spazio di tempo ogni ginocchio d’uomo, che non meritò di essere alla destra del Signore e Giudice, dovrà piegarsi davanti ai trionfatori, e il vostro nome sarà noto, e più di uno di quelli che vi giudicarono, sbagliando il giudizio, muterà di colore davanti alla verità. Si piegheranno non per darvi spontaneo onore, ma schiacciati dai fulgori che dal Cristo Giudice ai suoi santi usciranno, facendo un abbacinante mare di luce tutto scritto a parole di Verità, coi nomi di verità». (Azaria, Lezione VIII)

  • ‘dettato’ del 21 aprile 1946, Pasqua di Risurrezione:

[Dice Azaria:] «Ma occorre, come dice Paolo, “levare il vecchio fermento”. Il fermento delle passioni si rinnovella con maggior sveltezza di quello che fa il lievito nella farina che la massaia intride e tiene al tepore. L’anima volonterosa sempre lo leva e sempre lo ritrova. Il mondo, gli avvenimenti, le delusioni, le constatazioni, le gioie, le pene, tutto tende a mettere nell’anima un lievito di malizia, di impurità, di menzogna, di rivolta. No, no, care anime. Un solo lievito deve essere in voi. Quello santo, puro, vero, della Parola di Dio, dell’Amore di Dio. Perché la Parola è Amore». (Azaria, Lezione IX)

  • ‘dettato’ del 16 giugno 1946, Prima domenica dopo Pentecoste e festa della Ss. Trinità:

[Dice Azaria:] «Sentilo Paolo come ti parla, anima ferita dall’umanità che ti circonda. Paolo, la grande “voce”, ti assicura che le imperscrutabili vie di Dio e i suoi giudizi, incomprensibili agli uomini, sono giusti e buoni, ricchi di sapienza e scienza Divine.

Non Lui sbaglia, ma coloro che si pretendono da più di Dio e, con le opere, se non con le parole, mostrano di reputarsi degni di consigliare Iddio. E parlano mentre l’occhio di Dio li misura, e non pensano che tutto è prova, e non temono di essere puniti per aver fallito la prova. E non tremano di mostrare di mancare all’amore, e di amarsi ma non di amare. Né Dio né la creatura. Perché amore è ubbidienza, e qui non c’è ubbidienza. Perché amore è azione, e qui non c’è azione. Non c’è carità». (Azaria, Lezione XVII)

  • ‘dettato’ del 20 giugno 1946, Corpus Domini:

[Dice Azaria:] «Ora quale è quel fedele che fa oltraggio al suo Signore? E quale quel suddito che fa offesa al suo Re? E quale quel discepolo che beffeggia il suo Maestro? E quale quel figlio che offende sua Madre? È il fedele, il suddito, il discepolo, il figlio peccatore, duro di cuore, degno di castigo. Quello che da sé stesso si crea la condanna, le condanne anzi. Perché nel tempo è la perdita dell’aiuto di Gesù e Maria, nell’eternità è la perdita del possesso di Dio.

Eppure molti, dimentichi dell’ammonimento di Paolo, vanno alla Mensa Santa senza “provare sé stessi” e mangiano di quel Pane, si abbeverano di quel Sangue, con l’anima impura, e Pane e Sangue, che sono Redenzione, condanna diventano, essendo sacrilegamente ricevuti dal peccatore.

Non per questo Egli, il Divino, si è fatto Uomo e si è dato. Ma affinché l’uomo diventi dio. Non si è fatto Pane per darvi morte, ma per darvi Vita. Folle d’amore, dopo avervi salvati e redenti, volle vivere in voi, crocifissori, e farvi dèi, perché l’amore sublime ha di questi sublimi paradossi. Da Dio si fece Uomo, e gli uomini lo uccisero, ed Egli, degli uomini, volle fare degli dèi. E dèi vi fa con l’Eucarestia che, bene ricevuta, vi transustanzia in Lui, come dice Paolo: “Non vivo io, ma vive Cristo in me”». (Azaria, Lezione XVIII)

  • ‘dettato’ del 30 giugno 1946, Domenica fra l’Ottava del S. Cuore e Commemorazione di S. Paolo:

[Dice Azaria:] «Ecco Paolo, l’antico Saulo, persecutore ingiusto di Cristo nei suoi servi. Dice: “So bene in chi ho posta la mia fiducia e sono certo che Egli è così potente da conservare il mio deposito...”. Senti come Paolo si riposa, e per sé stesso, per l’uomo passato, per l’apostolo presente, per la dottrina che la morte gli impedirà di continuare a diffondere, per tutto. Egli sa in chi ha posta la sua fiducia e non teme di nulla. Come Dio lo ha levato dal pantano del passato, come lo ha guidato per le vie dell’apostolato, così raccoglierà dalle mani dell’apostolo ucciso il tesoro che vi aveva messo, per consegnarlo ad altri che lo propaghino, continuando il lavoro spezzato dalla morte. Tesoro di Dio non perisce e Dio non delude le buone volontà.

Non temere. Getta sopra il Signore le tue ansietà, come dice il Graduale della S. Messa tra l’Ottava del Sacro Cuore, perché quando un figlio “grida al Signore, Egli ne esaudisce la voce”, Egli che sa la verità delle azioni degli uomini e non occorrono lunghe orazioni per spiegargli di che c’è bisogno, né per sbalordirlo onde non veda. Egli, che “scruta e conosce, e sia che uno si segga o si alzi lo sa”. Egli che tutto può e che come ha fatto di Simone un Apostolo, così del fariseo zelante e nemico del Cristianesimo, del Cristianesimo ne ha fatto l’Apostolo, e ciò perché, sia nell’uno che nell’altro, “la grazia di Dio non fu vana in essi, ma rimase sempre in essi” attiva e trasformante». […]

«E dopo il beato Pietro a tutti i credenti, e tanto più a quelli che per ciò che hanno avuto di elezione devono corrispondere con assoluta dedizione, ecco Paolo che pare parli proprio a voi “voci”. Parli anzi in vostro nome, rispondendo per voi al mondo degli increduli o dei titubanti: “Vi dichiaro[63] che il Vangelo da me predicato non è dall’uomo, perché io non l’ho ricevuto né imparato dall’uomo, ma per rivelazione di Gesù Cristo”». […]

«Taluni, come Paolo, credendo di far bene, hanno respinto il dono? Lo hanno detto: ubbìa, vedendolo in cuore ad altri? Si esaminino. Perché? Con quale pensiero lo hanno fatto? Con quello di negare che Dio può tutto? Se sì, hanno peccato. Con quello che ciò che la Chiesa possiede è sufficiente e che è inutile voler perfezionare ciò che è perfetto? Se è per questo pensiero non hanno peccato, perché un amore rispettoso, zelante “della tradizione dei padri”, li ha mossi. Ma quando Dio chiama non fate resistenza. Imitate Paolo. Ascoltate ciò che dice: “... io subito, senza dare retta alla carne e al sangue... mi ritirai... poi tornai a Damasco...”, ossia ubbidì al Signore». (Azaria, Lezione XX)

  • ‘dettato’ del 7 luglio 1946, Quarta domenica dopo Pentecoste:

[Dice Azaria:] «Ed ora leggiamo Paolo. Ecco che ti conforta con una santa parola. Accettala perché è verità. Paolo la disse sulla Terra. Ma ora scende dai Cieli, confermata dall’approvazione di Colui che più di tutti patì e che, divinamente glorioso, manifesta nel suo Corpo che ha patito e che perciò è glorioso come Uomo oltre che come Dio. “Io tengo per certo che i patimenti del tempo presente non sono da paragonarsi alla futura gloria che sarà manifestata in noi”.

Ciò è. Molti i patimenti dei figli veri del Dio vero. Ma superiore, senza misura, la gloria futura che avranno in Cielo». […]

«“Voi siete dèi” è scritto nella Scrittura e nelle lettere di Paolo. Né Gesù ha negato che l’uomo, facendosi santo con uno sforzo costante verso la perfezione, non divenga simile a Dio Padre suo con la proporzione di figlio verso il Padre, dello spirito creato allo Spirito Ss. Increato». (Azaria, Lezione XXI)

  • ‘dettato’ del 21 luglio 1946, Sesta domenica dopo Pentecoste:

Dice Azaria: «Per dare conforto al tuo spirito, compatendo la debolezza della materia che non può stare applicata, Dio mi manda a parlare, come è supplicato nell’Introito, onde tu non abbia a sentirti “come coloro che discendono nella fossa”. E per rassicurarti che “non morrai” ma “vivrai in Cristo”, ti propongo la meditazione dell’epistola[64] di Paolo, così poco compresa anche da chi si dice fervente cattolico». (Azaria, Lezione XXIII)

  • ‘dettato’ del 28 luglio 1946, Settima domenica dopo Pentecoste:

[Dice Azaria:] «Leggiamo Paolo, ora, il beato Paolo che dà un’altra versione sulla utilità del soffrire[65].

È cosa vera che raggiungere la santificazione vuol dire soffrire, mentre seguire la Tentazione vuol dire materialmente godere. Perché la via della santificazione è cosparsa di rinunce, di lotte, di dolore, mentre la via della Tentazione è cosparsa di appagamenti e di una apparente calma che è inganno celante la verità della disperazione futura ed eterna». […]

«“Certamente la fine delle cose vergognose è la morte”, dice Paolo. Mentre, con la liberazione dalle schiavitù del senso e del peccato, e col servizio leale di Dio, la fine è la pace, la gloria, la Vita, il Possesso di Dio.

Amate dunque la sofferenza e la mortificazione, come mezzi di espiazione in un primo tempo, di santificazione poi, e lodate il Signore che vi concede di offrire un sacrificio continuo, più eletto di quello di offerte materiali di denaro o di doni simili agli arieti e ai vitelli dell’antica Legge. Il sacrificio della vostra volontà, delle vostre passioni, di tutto l’io alla paterna provvidenza di Dio, perché vi conduca, come ha condotto suo Figlio anche alla morte di Croce, per essere oltre che redentori vostri, redentori dei vostri fratelli». (Azaria, Lezione XXIV)

  • ‘dettato’ del 4 agosto 1946, Ottava domenica dopo Pentecoste:

[Dice Azaria:] «Ascolta S. Paolo[66]: “Noi non siamo debitori alla carne per vivere secondo la carne”. Nulla dovete di sudditanza alla carne, se realmente volete vivere. Perché la carne è morte, quando è regina; la carne è mezzo, quando è schiava. Morte e mezzo di che? A che? Allo spirito e dello spirito.

Lo spirito dominato da una carne prepotente muore. Lo spirito dominatore della carne vive e si orna dei meriti acquistati, delle vittorie conseguite attraverso le sofferenze della carne domata. Se gli uomini meditassero la regalità dello spirito, e quale dignità dà all’uomo essere un essere in cui lo spirito regna, veramente nessun uomo vorrebbe vivere diversamente che per lo spirito.

Sentite l’Apostolo: “Coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio sono figli di Dio”». (Azaria, Lezione XXV)

  • ‘dettato’ del 11 agosto 1946, Nona domenica dopo Pentecoste:

[Dice Azaria:] «Paolo enumera i peccati di Israele: il culto all’idolo d’oro». […]

«Paolo, dopo l’idolatria, ricorda la fornicazione e il suo castigo: l’uccisione dei licenziosi, perché nel Popolo di Dio, destinato ad entrare nella Terra Promessa, non potevano essere impuri, fornicatori, idolatri, omicidi, menzogneri e abominevoli, per opera dei figli di Levi, zelanti dell’onore di Dio più che dello stesso amore per il proprio sangue, che “nel sangue del figlio e del fratello” uccisi per riparare l’offesa fatta al Signore “consacrarono le loro mani per ottenere la benedizione”». […]

«Grande l’ammonimento di Paolo: “Chi crede di stare in piedi guardi di non cadere”». […]

«Paolo dice: “Non vi hanno, finora, assaliti che tentazioni umane”». […]

«Conforta Paolo, schiaffeggiato tre volte dall’invido angelo tenebroso, a non temere». (Azaria, Lezione XXVI)

  • ‘dettato’ del 18 agosto 1946, Decima domenica dopo Pentecoste:

[Dice Azaria:] «Paolo dice: “Sapete che quando eravate i Gentili vi lasciavate trascinare dietro agl’idoli muti a talento di chi vi conduceva”[67]. Ma erano più grandi peccatori quei Gentili che si lasciavano trascinare dietro agli idoli da quelli che, con veste di sacerdoti pagani, presentavano loro gli idoli come dèi, o voi che, conoscendo il Dio vero, già rigenerati dalla Grazia, seguite tanto sovente gli idoli che la triplice concupiscenza e Satana vi presentano?

Veramente voi siete più peccatori perché, conoscendo la Verità, la posponete alle cose vane e viziose. Quei Gentili, come i Gentili di ora, come gli idolatri attuali, una volta conosciuta la Verità l’hanno seguita, anche a costo della vita, ripudiando eroicamente il passato per abbracciare la Fede divenuta il loro eterno Presente». (Azaria, Lezione XXVII)

  • ‘dettato’ del 25 agosto 1946, Undicesima domenica dopo Pentecoste:

[Dice Azaria:] «Gesù Ss. ti chiama “piccolo Giovanni”. Io oggi vorrei chiamarti “piccolo Paolo”. Non Saulo, ma Paolo. Perché Saulo non sei mai stata. La Carità ti ha folgorata prima che l’età della ragione ti facesse responsabile delle tue azioni, e tu fosti cieca al mondo da allora, vedendo soltanto il fulgore gaudioso in cui il tuo Signore ti si disvelava sempre più; tu fosti morta al mondo e il mondo a te, perché sempre e per sempre ti aveva preso lo Spirito che non è del mondo e tu avevi preso Lui per tua Vita.

Ma un piccolo Paolo sei divenuta per volere di Dio. E il volere di Dio è questo: che tu abbia a dare ai fratelli il Vangelo che hai ricevuto[68]. Anche a te, non apostolo, non maestro, minima fra tutti, come scienza e grado secondo gli uomini, strumento utile soltanto per il merito della tua carità che non ha mai rifiutato a Dio di servirlo e ha desiderato di essere consumata nel servizio purché i fratelli amino il Signore, anche a te, e proprio per queste due ultime cose, è apparso anche a te il Signore, e lo hai visto e udito, e lo vedi e senti, e lo vedrai e sentirai qui e oltre.

E allora, piccolo Paolo, con il grande Paolo di’ le parole sincere, umili, riconoscenti, e siano queste la chiusura di questa meditazione domenicale prima di volgere gli sguardi dello spirito a Colui che una volta di più ti si presenta per farti beata, per ammaestrarti e per darti le lezioni da passare alle anime. “Per la grazia di Dio sono quello che sono, e la grazia che mi ha data non è stata vana, anzi ho faticato più di tutti loro. Non io però, ma la grazia di Dio che è con me”[69]». (Azaria, Lezione XXVIII)

  • ‘dettato’ del 1 settembre 1946, Dodicesima domenica dopo Pentecoste:

[Dice Azaria:] «Ecco ciò che sono i servi di Dio, i suoi strumenti nelle diverse missioni alle quali Dio li consacra. Sia che siano apostoli o vittime, sia che siano dottori o fedeli, sia che siano “voci”, devono essere gli altari dell’incenso e dell’olocausto dai quali deve esalare a Dio non già l’odore di Paolo o di Pietro, di Benedetto o Bonaventura, di Maddalena o Teresa, di Maria, te, o di altri, ma unicamente il profumo di Cristo».

«Paolo chiede: “E per tali cose chi di noi più adatto?”». […]

«Paolo, parlando a nome degli Apostoli di cui è l’ultimo, per partecipazione al corpo apostolico, ma non è ultimo veramente per valore, dice: “Siete voi la nostra lettera... conosciuta e letta da tutti gli uomini, essendo noto che voi siete una lettera di Cristo redatta da noi, scritta non con l’inchiostro ma con lo spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole vive dei cuori di carne”[70]».

E queste parole, che sono di Paolo, sono in realtà parole dello Spirito di Dio, il quale a voi si rivolge, o strumenti di Dio, parlando per le labbra dell’Apostolo: “Voi siete una pagina vivente del Cristo redatta da Noi: Padre, Figlio, Spirito Santo, col nostro Spirito, sul vostro stesso cuore”. Ecco ciò che siete, veri strumenti di Dio». (Azaria, Lezione XXIX)

  • ‘dettato’ del 15 settembre 1946, Quattordicesima domenica dopo Pentecoste:

[Dice Azaria:] «Pregate indicando al Padre il mistico Capo della Chiesa, onde, per rispetto al Volto del suo Cristo, l’Altissimo intervenga ad impedire gli sfregi che già subì nel Venerdì Santo, figura di quelli che nei secoli, e sempre più violenti, si sarebbero avventati contro il Capo e il Corpo mistico di Cristo. E per pregare con merito pregate da giusti, ossia, come dice il Beato Paolo, “camminate secondo lo spirito”, non soddisfacendo i desideri della carne». (Azaria, Lezione XXXI)

  • ‘dettato’ del 22 settembre 1946, Quindicesima domenica dopo Pentecoste:

[Dice Azaria:] «“Se viviamo di spirito, camminiamo secondo lo spirito, senza provocarci o invidiarci a vicenda”, dice l’Apostolo nell’Epistola di oggi[71]. Confrontiamo le azioni. Da un lato sei tu, col tuo disinteressato spogliarti di ciò che ti poteva dar gloriaanche umana». […]

«Ora osserviamo l’altro lato [l’Ordine dei Servi di Maria]. Senza merito alcuno da parte loro, a loro Dio offerse un dono[72], un grande dono, mettendo alcune clausole. Se avessero meditato le parole di accompagnamento al dono, avrebbero compreso che non era che la prova del loro spirito». […]

«Non hanno meditato. La vanagloria li ha presi nei suoi tentacoli, ne ha strozzato la carità, la giustizia, il discernimento, l’ubbidienza. Li ha fatti crudeli, invidi, provocatori e torturatori di un’innocente.

Parla a te, Paolo, o parla a loro? A loro parla, come a quelli che dovrebbero essere maestri nello spirito. Tu non puoi parlare ad essi. Ognuno al suo posto. Parlano, attraverso a te, ad essi la Sapienza e le tue azioni, e non servono. Ma Paolo, l’Apostolo delle Genti, può parlare ad essi. Caritatevole, ma fermo, egli dice loro: “Se uno fosse caduto in qualche fallo... istruitelo con spirito di dolcezza”.

Ecco un loro errore nell’errore di giudizio che non è sincero. Dicono che tu puoi essere ingannata? Ma allora perché, con amore, non ti mostrano in che? Perché? Perché non è vero il loro asserto, e non hanno base per provare le loro dimostrazioni. E a questo primo errore di volerti mortificare, per non confessare che Dio ti ha amata straordinariamente, ecco che uniscono quello di essere senza dolcezza con te». […]

«Agli illusi Paolo consiglia: “Ciascuno esamini le proprie opere e avrà così da gloriarsi soltanto in sé stesso e non per altri, perché ciascuno porterà il suo peso”. Gloriarsi in sé stesso dell’aiuto che Dio gli ha dato, della missione che gli ha presentato, eleggendolo con speciale amore, e della sua propria rispondenza alla volontà del Signore. Non d’altro gloriarsi. E umiliarsi riconoscendo i propri errori, causa delle proprie sventure e delle altrui, e dolersi non delle sventure proprie che sono espiazione all’errore, ma di aver danneggiato il prossimo.

Agli avari e invidi, che avidamente prendono e del preso fanno uso ingiusto, Paolo dice: “Chi è catechizzato… faccia parte dei suoi beni a chi lo catechizza”». […]

«Questo dice Paolo ai suoi successori: i maestri di spirito. Ma a loro è inutile dirlo. A te l’ho detto, perché senta il dovere di intensificare sempre più preghiera e sacrificio per essi, e perché tu possa dire parole giuste - te le ho indicate - a chi si interesserà al tuo caso». (Azaria, Lezione XXXII)

  • ‘dettato’ del 29 settembre 1946, Sedicesima domenica dopo Pentecoste:

[Dice Azaria:] «E Paolo insegna[73] cosa fare per ottenere il soprannaturale aiuto a corroborazione della creatura che è spirito e carne. “A questo fine piego il ginocchio dinanzi al Padre del Signor Nostro Gesù Cristo... perché vi conceda... [di essere] mediante lo Spirito di lui potentemente corroborati in modo che Cristo abiti per la fede in voi... e voi, radicati e fondati nella carità, possiate con tutti i santi comprendere... ciò che supera ogni scienza, ossia la carità di Cristo, perché siate ripieni di tutta la pienezza di Dio”». (Azaria, Lezione XXXIII)

  • ‘dettato’ del 6 ottobre 1946, Diciassettesima domenica dopo Pentecoste:

[Dice Azaria:] «Questa unione assoluta, questa totale donazione a Dio, questo annullarsi in Dio, spogliandosi dell’io per essere assorbiti da Dio - l’io è materiale e con esso non si può entrare nel Signore che è puro Spirito - predispone a quella unione, donazione, umiltà, carità, pazienza e mansuetudine che Paolo dice essere essenziali per poter essere veri cristiani, uniti al Cristo, uniti a Dio, uniti allo Spirito, col vincolo della pace fra i fratelli, e della carità nei suoi due rami che si stendono, uno al Cielo ad abbracciare il trono di Dio, l’altro sulla Terra a carezzare il prossimo. Allora realmente formate un sol corpo e un solo spirito, tutt’uni con il Signore, con una sola fede, un sol battesimo, un solo Padre che è su tutti e in tutto, e specialmente nelle membra del corpo di Cristo, viventi membra nelle quali le grazie infuse realmente vivono e vivificano». (Azaria, Lezione XXXIV)

  • ‘dettato’ del 13 ottobre 1946, Diciottesima domenica dopo Pentecoste:

[Dice Azaria:] «E meditiamo Paolo. Esser la testimonianza di Cristo confermata in mezzo ai fedeli non vuol dire già che quei fedeli abbiano ricevuto il Battesimo e gli altri Sacramenti. Ma vuol dire che le loro opere testimoniano il loro essere imitatori di Cristo. Le pratiche religiose limitate alle ore del culto, l’osservanza di certe date cerimonie senza che poi, finite queste, la religiosità, l’ubbidienza ai precetti e consigli di vita cristiana prosegua intensa e sincera in tutte le ore, ed eventi, e azioni della giornata, non costituiscono testimonianza di Cristo in voi, ma unicamente ipocrisia, o, per lo meno, una ben debole vita cristiana». […]

«Paolo, grande maestro della dottrina del corpo mistico di cui Cristo è il capo, rallegrandosi coi suoi Corinti per la testimonianza di Cristo che essi danno, della magnifica vitalità dei membri vivi e volonterosi si rallegra e non già dei parassiti che sono un peso e un pericolo per gli altri e uno scandalo e una vergogna e un’offesa a Dio, che “né tiepidi né caldi”, come sono, “li rigetta da Sé”, come dice l’Apocalisse.

Paolo si rallegra per vedere confermata dalle virtù dei cristiani il carattere di cristiani dei Corinti “divenuti ricchi di ogni cosa, di ogni dono di parole e di scienza” per la grazia di Dio ottenuta per il Cristo, e mantenuta e aumentata dei meriti della creatura di buona volontà». (Azaria, Lezione XXXV)

  • ‘dettato’ del 20 ottobre 1946, Diciannovesima domenica dopo Pentecoste:

[Dice Azaria:] «E meditiamo Paolo che continua ad enumerare le condizioni per essere realmente dei cristiani. Rinnovarsi nello spirito della mente. Ossia assumere un pensiero che contempli e giudichi eventi e azioni da subire o da fare da un punto di vista soprannaturale. L’uomo, anche cattolico, non si sforza a vivere e ad agire nella morale cristiana». […]

«Però nel vero cristiano, essendo più forte lo spirito che la carne, presto il movimento umano si placa e, fermo restando l’amaro della esperienza fatta, si perdona, non si reagisce verso chi ci ha procurato questa amara esperienza, e nessuna vendetta viene fatta verso il colpevole. Ecco allora che, come dice Paolo: “Se vi adirate potete e dovete non peccare”. Non si può impedire all’io di soffrire per un’offesa ricevuta, ma ciò non è peccare. Peccare è quando si ribatte offesa a offesa mancando alla carità». (Azaria, Lezione XXXVI)

  • ‘dettato’ del 27 ottobre 1946, Ultima domenica di ottobre. Festa di Cristo Re e ventesima domenica dopo Pentecoste:

[Dice Azaria:] «Militare eroicamente è procedere secondo il codice che Paolo fissa ai suoi cristiani. La vita del cristiano è perpetua milizia, e milizia eroica, perché in lotta continua contro le stesse cose che combatté Gesù Cristo Ss. nei suoi 33 anni di vita terrena per conservarsi Agnello senza macchia». […]

«Paolo dice: “Non vi ubbriacate col vino, sorgente di lussuria, ma siate ripieni di Spirito Santo”. Oh! non è a temersi soltanto il vino tratto dalla vite, ma anche e più ancora il vino della superbia, inebbriante più del succo della vite. La superbia non fa dell’uomo un superuomo ma un pigmeo, ma un animale, unicamente un animale ragionevole - e poco anche questo, perché la superbia offusca la ragione - un animale, e non più un dio, e ciò per l’assenza dello Spirito Santo, che fugge dai superbi e dagli impuri. Del resto la superbia è l’impurità dello spirito. La presenza dello Spirito di Dio divinizza l’uomo, la superbia lo priva di questo Spirito, e l’uomo discende». (Azaria, Lezione XXXVII)

  • ‘dettato’ del 3 novembre 1946, Ventunesima domenica dopo Pentecoste:

[Dice Azaria:] «Come si ottiene di rimanere in questa fortezza? Lo dice Paolo: “Rivestendovi dell’armatura di Dio”, ossia prendendo le sue virtù per farne piastre alla corazza di difesa. Perché solo le forze di Dio possono resistere alle forze che vi assalgono, e che non sono i piccoli uomini, che all’apparenza sono i vostri assalitori; non sono le forze della carne e del sangue latenti, in voi stessi; ma sono i dominatori di questo mondo tenebroso, i principi e le potestà infernali che sono in realtà gli agenti motori di quelli che vi danno assalto e dolore». […]

«Fede, fede, fede. Chi crede alla vita futura da godere uniti a Dio, chi crede alle verità insegnate non si perde. I dardi infuocati, dice Paolo - io dico anche i dardi avvelenati del Maligno - vengono resi freddi e innocui dal candido fiume della Fede. Fede, Fortezza e Sapienza. E avrete lo spirito vittorioso sulle seduzioni e assalti di tutto ciò che è odio a Dio». (Azaria, Lezione XXXVIII)

  • ‘dettato’ del 10 novembre 1946, Ventiduesima domenica dopo Pentecoste:

[Dice Azaria:] «Senti Paolo che quasi riprende il mio concetto di prima? L’Apostolo confida di salvare i suoi fratelli. Perché? Perché li ama con le stesse viscere di Cristo, col suo amore, col suo Cuore, col suo dolore. Li ama nelle catene avute per avere evangelizzato, nel martirio che si avvicina, li ama, con Cristo, sino alla fine. “E avendoli amati... li amò sino alla fine”». (Azaria, Lezione XXXIX)

  • ‘dettato’ del 17 novembre 1946, Ventitreesima domenica dopo Pentecoste:

[Dice Azaria:] «Non è superbo Paolo dicendo: “Imitate me”. Semplicemente dice ai suoi fedeli di imitarlo, perché la misericordia di Dio, unita alla volontà dell’uomo, aveva fatto di lui: Paolo, un perfetto ritratto di Cristo. Così come altrove aveva detto le sue colpe passate, così come altrove aveva confessato che, già Apostolo, l’angelo di Satana lo aveva percosso, altrettanto qui dice: “Imitatemi”, come altrove dice sinceramente di aver goduto delle rivelazioni del Signore e di essere stato assunto al terzo cielo». […]

«Se anche non troverete chi vi porge la mano fra i sacerdoti di Cristo, così come Paolo esorta il fedele compagno e i suoi Filippesi a fare con Sintica ed Evodia, state salde, pensando che i vostri nomi sono scritti nel libro della vita, perché vivete, lavorate, soffrite e morite per la gloria di Dio e la conoscenza del Vangelo». (Azaria, Lezione XL)

  • ‘dettato’ del 24 novembre 1946, Ventiquattresima domenica dopo Pentecoste:

[Dice Azaria:] «Non c’è che una via per giungere al Cielo. Quella del rinnegamento di sé stessi e dell’amore alla croce. Via che è, come dice Paolo: sapienza e intelligenza spirituale e conoscenza della volontà di Dio». (Azaria, Lezione XLI)

  • ‘dettato’ del 1 dicembre 1946, Prima domenica d’Avvento:

[Dice Azaria:] «Ed ora io ti dico ciò che Paolo diceva ai Romani[74]. Ma te lo dico in un altro senso di quello che Paolo ha dato al suo dire. Ti dico: la tua salvezza è più vicina ora di quanto tu puoi immaginare. La notte è inoltrata. Il più del periodo triste e buio è passato e il giorno si avvicina. Mi intendi? Il giorno si avvicina». […]

«Non sto, ché troppo è chiara l’epistola, a spiegarti le parole di Paolo. Ma termino con le parole della Comunione: “Il Signore si mostrerà benigno”». (Azaria, Lezione XLII)

  • ‘dettato’ del 8 dicembre 1946, Immacolata Concezione e seconda domenica d’Avvento:

[Dice Azaria:] «Paolo dice che tutto quanto è stato scritto per farvi sapienti nel Signore, è stato scritto perché si conservi la speranza. Quale speranza? Quella delle promesse divine. Ma le promesse, che sono certe - e perciò bisogna, più ancor che sperare: credere, assolutamente credere che si compiranno - avranno compimento se voi saprete perseverare e operare con pazienza e con la forza che viene dalle consolazioni, di cui è ripiena la Scrittura, nelle diverse contingenze della vita». […]

«E con la fede e la speranza ecco, nelle parole di Paolo, ancora ricordata la carità, senza la quale ogni altra cosa è vana. Anche la vita di più austera virtù sarebbe vana se non fosse congiunta alla carità. Colui che praticasse le più austere penitenze, che fosse temperante, onesto, continente, che credesse in Dio, che sperasse in Lui, che fosse osservante dei Comandi e Precetti, ma che non amasse il suo prossimo, mortificherebbe le sue virtù in modo tale da espiare ben lungamente il suo peccato di egoismo». […]

«Io ti dico però con Paolo che questi ultimi, dei tempi d’ora, superano nell’amore che rendono all’amore quelli che si credono i perfetti. Sempre così, ora come 20 secoli fa. I sapienti insapienti, ossia quelli che sanno la lettera ma non lo spirito di essa, non sanno comprendere, e credere, e accettare che Gesù Cristo, il Salvatore, è venuto, e viene, più per i Gentili che per i suoi, più per le pecore senza pastore, o per quelle inselvatichite, o anche ferite e rognose, che per le 99 pecorelle già in salvo nel suo Ovile». (Azaria, Lezione XLIII)

  • ‘dettato’ del 22 dicembre 1946, Quarta domenica d’Avvento:

[Dice Azaria:] «Dispensatori straordinari della Parola, non mai sufficientemente data, dato il lavoro continuo delle forze avverse contro la Parola e lo spirito dell’uomo, non mai sufficientemente conservata, assimilata, fatta vita dell’individuo per fare dell’individuo il cittadino eterno, sono le “voci”. Cosa si richiede da esse, come dai Sacerdoti, maestri nella spiegazione della Parola così come le “voci” sono i canali della Parola? Ecco quello che dice S. Paolo: “Quel che si richiede nei dispensatori è che ciascuno sia trovato fedele”.

Molti sono i chiamati, pochi quelli che sanno rimanere fedeli alla loro missione». […]

«E quando sai rimanere fedele e sai che Dio ti può considerare tale, di’, a quelli che ti vorrebbero giudicare, che anzi esprimono giudizi - e non tutti quei giudizi sono creduti buoni dagli stessi che li fanno, ma li fanno per ragioni in parte scusabili e in parte inscusabili - di’ le parole di Paolo. Ditele, tutti voi, dispensatori della Voce di Dio: “A me pochissimo importa di essere giudicato da voi o da un tribunale umano, anzi neppur da me mi giudico; perché, sebbene io non mi senta colpevole di cosa alcuna, non per questo sono giustificato, essendo il mio giudice il Signore”». (Azaria, Lezione XLV)

  • ‘dettato’ del 19 gennaio 1947, Seconda domenica dopo l’Epifania:

Dice Azaria: «Grande lezione è nell’Epistola di S. Paolo[75]. Lezione nella quale è resa manifesta la necessità del seguire il decimo Comandamento sin dall’infanzia e nelle cose tutte, per giungere alla giustizia anche nelle cose sante.

Perché, anima mia, si può essere ingiusti anche in ciò che è giusto. Non perché le cose giuste possano divenire ingiuste per sé stesse, ma perché l’uomo le può disordinatamente volere e praticare. E così delle cose sante. Il furto, o almeno il desiderio smodato, concupiscente, del soprannaturale, è più diffuso di quel che non si creda, ed assume violenze e costanze quali neppur il furto materiale e il desiderio smodato assumono». (Azaria, Lezione XLIX)

  • ‘dettato’ del 26 gennaio 1947, Terza domenica dopo l’Epifania:

[Dice Azaria:] «Ma per tutti ecco la lezione di Paolo[76]. Lezione di umiltà, di carità, di pace e di misericordia.

Siate saggi per amore di Dio solo, non per averne lode dagli uomini e tanto meno da voi. Nessuno è buon giudice di sé stesso o dei fratelli; perciò non giudicate né voi stessi né i fratelli. C’è chi giudica per tutti. Ma il bene vostro non sia unicamente fatto per voi, ma la vostra vita sia come una luce nel mondo, una luce buona che illumina e invoglia altri a fare ciò che voi fate e che persuade molti alla santità della Religione». (Azaria, Lezione L)

  • ‘dettato’ del 2 febbraio 1947, Domenica di Settuagesima:

[Dice Azaria:] «Anima mia, leggi oggi il salmo 17 di Davide. È per te profetico. E le parole del salmista ti siano preludio al gaudio. Leggiamo Paolo[77], confortatore ed esempio dei lottatori per amore di Dio.

Con giusto paragone l’Apostolo dice che la vita del cristiano è una spirituale vita di atleta nella grande arena della Terra, durante il giuoco più o meno lungo della vita umana per conquistare il premio che spetta ai vincitori. E, sempre molto giustamente, fa notare che i corridori negli stadi si sottopongono ad ogni sorta di astinenze per un incerto premio, perché uno solo dei corridori lo vince, e per un premio corruttibile che, per quanto possa essere di valore, non dura che un tempo relativo, mentre coloro che lottano per ottenere il premio eterno sono certi di ottenerlo, tutti, poiché Dio è buono e dà premio anche a chi non è il primo atleta, ma con tutte le sue forze e con tenace volontà fa quanto è capace di fare per ubbidire a Dio, né cessa dopo un tempo il premio del Signore, ma dura per l’eternità». (Azaria, Lezione LI)


Lezioni sull’Epistola di Paolo ai Romani
Cover libro Centro Editoriale Valtortiano
  • ‘dettato’ del 4 gennaio 1948, Lezione 2ª:

[Dice l’Autore Ss.:] «Un tempo ci fu, per Paolo, in cui, ancor più che vergognarsi di credere in proprio nel Vangelo, si vergognava del Vangelo come di un obbrobrio gettato fra le ispirate parole, o le dotte parole della sapienza di Israele. E per cancellare quell’obbrobrio, scritto nelle menti dei seguaci del Nazareno, perseguitava gli stessi spegnendo, in uno, parole evangeliche e vita, credendo di vincere. Ma la Parola eterna, quella che nessuna forza umana o diabolica può far tacere, lo atterrò sulla via di Damasco, chiedendogli: “Perché mi perseguiti?”». […]

«Imitate Paolo nel suo secondo tempo di vita mortale, posto che lo sapete imitare quando è ancor Saulo di Tarso, della tribù di Beniamino, fariseo e persecutore dei cristiani. E non vergognatevi di apprendere, voi, i novelli rabbi, cose di fede e sapienza sinora da voi ignorate, di apprenderle da una piccola voce.

Rispetto al ricco, potente e imponente Gamaliele, simile a un re per fasto e per cortigiani, vivente libro della sapienza di Israele, il mite Maestro di Nazaret doveva apparire ben spregevole a Saulo di Tarso che ne conosceva la condizione sociale, il metodo di insegnamento e la maniera di vita... Ma quando gli caddero le scaglie del fariseismo, non dalle pupille degli occhi ma dello spirito, e con decenne applicazione penetrò nella sapienza del Vangelo “virtù di Dio a salvezza di ogni credente”, Paolo riconobbe che nel Vangelo “si manifesta la giustizia che vien dalla fede e tende alla fede”». (Lezione 2ª: Rm 1,17)

  • ‘dettato’ del 8 gennaio 1948, Lezione 5ª:

[Dice il Ss. Autore:] «Ma per quanto Paolo parlasse a uomini del tempo suo, a uomini viventi in mezzo ai pagani - più che a pagani: a senza dio alcuno (perché se ancor avessero rispettato un dio, ossia una legge morale, anche se imperfetta, perché anche l’uomo assolutamente ignorante di ogni codice religioso sente istintivamente, quando non è uno che non vuole sentire, la esistenza di un Ente Supremo al quale il suo spirito aspira per sua propria natura spirituale, per cui cerca, come spirituale che è, di riunirsi allo Spirito dal quale ebbe principio) a senza alcun dio, volutamente voluto ignorare per non avere alcun freno di legge morale anche sol naturale - per quanto Paolo parlasse a questi uomini viventi fra questi mostri, no, ancora ha lasciato la tinta più fosca del quadro». […]

Questo Paolo non lo conobbe. No. La misericordia di Dio gli tenne occulto questo peccato che fa fremere il Cielo tutto. E - ascoltate bene, o voi che col Cielo fremete d’orrore - e se coloro che profanano le Sacre Specie ignorassero che in esse è il Cristo vivo e vero, così come fu in Terra ed è in Cielo, se non credessero alla sua Presenza nelle Specie consacrate, a semplice atto di magia si ridurrebbero le loro pratiche. Ma essi sanno. E questo costituisce il loro peccato senza perdono.

Non è applicabile per loro la preghiera del Redentore, perché essi “sanno ciò che fanno”. Non è applicabile la parola di Paolo - “Avendo conosciuto che la divinità, quale che sia pensata e creduta, premia i giusti e punisce i malvagi, perché un concetto di giustizia, anche se molto imperfetto, lo pensa ogni credente nella divinità che si è creata, o che conosce di essere vera ed unica, non compresero che chi fa tali cose è degno di morte” - perché essi comprendono, e ciononostante compiono la profanazione suprema». (Lezione 5ª: Rm 1,24-31)

  • ‘dettato’ del 16 gennaio 1948, Lezione 9ª:

Dice il Ss. Autore: «La grande misericordia di Dio risplende ancor più luminosamente infinita nelle parole di Paolo che, ispirato, proclama come unicamente coloro che non riconoscono nessuna legge - né naturale, né soprannaturale, né ragionevole - periranno, mentre quelli che hanno conosciuto la Legge e non l’hanno praticata, dalla stessa Legge, che salva, saranno condannati; e ancora: che i Gentili, che non hanno la Legge, ma naturalmente e ragionevolmente fanno ciò che la Legge, a loro sconosciuta, prescrive - dandosi, per solo lume di ragione, rettezza di cuore, ubbidienza alle voci dello Spirito, sconosciuto ma presente, unico maestro al loro spirito di buona volontà, ubbidienza a quelle ispirazioni che essi seguono perché la loro virtù le ama, e non sanno di servire inconsapevolmente Dio - che questi Gentili, che mostrano con le loro azioni che la Legge è scritta nel loro cuore virtuoso, nel giorno del Giudizio saranno giustificati.

Osserviamo queste tre grandi categorie, nel giudizio divino delle quali risplendono misericordia e giustizia perfette.

Coloro che non riconoscono nessuna legge, né naturale, né umana, e perciò ragionevole, né sovrumana. Chi sono? I selvaggi? No. Sono i luciferi della Terra». […]

«Seconda categoria: gli ipocriti, i falsi, coloro che irridono Dio, avendo la Legge, ma avendola solo, non praticandola». […]

«Terza categoria: i Gentili. Al tempo d’oggi diamo tale qualifica a quelli che non sono cristiani cattolici. Chiamiamoli così, mentre meditiamo le parole di Paolo. Essi, che non avendo la Legge fanno naturalmente ciò che la Legge impone - e son legge a se stessi mostrando così come il loro spirito ami la virtù e tenda al Bene supremo - essi, quando Dio giudicherà per mezzo del Salvatore le azioni segrete degli uomini, saranno giustificati». (Lezione 9ª: Rm 2,12)

  • ‘dettato’ del 17 gennaio 1948, Lezione 10ª:

Dice l’Autore Ss.: «Veramente che l’osservanza dei precetti della Legge è circoncisione anche per l’incirconciso, e al tempo di ora è assoluzione anche per quelli che non sono della Legge. Paolo dice: “Vero giudeo non è chi tale apparisce, né è circoncisione quella che si manifesta nella carne, ma è giudeo colui che tale è interiormente; la circoncisione è quella del cuore, secondo lo spirito e non secondo la lettera, e questa avrà premio da Dio”». […]

«Al Signore che si mostra dalla parte d’oriente, e dà ad essi la voce della sua potenza, essi, i profeti nuovi, gli araldi del Verbo, i suoi continuatori nello spargere la Buona Novella, gli evangelisti nuovi - non perché facciano un nuovo Vangelo, ma perché vi aiutano a veder luminosamente il mistero del Vangelo di Cristo, e Paolo di Tarso è uno dei primi di questi nuovi evangelisti - al Signore che si manifesta, lucente divino Sole che sorge da oriente e scorre ad occidente sull’Universo suo, essi, ora e poi, fanno corteggio, ed esultando coi serafini faranno coro nell’ora finale cantando nella verità della loro natura soprannaturale - non Gentili come sono considerati da troppi, ma eletti fra il popolo eletto - il loro: “L’anima mia magnifica il suo Signore... che ha rivolto lo sguardo su noi piccoli... e grandi cose ha fatto in noi Colui che è potente”». (Lezione 10ª: Rm 2,17-29)

  • ‘dettato’ del 1 febbraio 1948, Lezione 13ª:

[Dice il Ss. Autore:] «Paolo scrive, riportando le parole della Scrittura: “Abramo credette a Dio e gli fu imputato a giustizia”. Ma sebbene la Scrittura dica questo dopo che Abramo credette alla promessa divina di una discendenza, veramente Io vi dico che Abramo credette molto prima, quando già aveva la certezza che da Sarai non avrebbe avuto discendenza, quando, profugo fuor dalla sua terra e dal suo parentado, era nelle condizioni meno favorevoli a credere che il Signore avrebbe fatto di lui “una grande Nazione” e che alla “sua progenie Dio avrebbe dato quella terra” che poscia fu la Palestina, quella terra estesa “a settentrione, mezzogiorno, oriente e occidente”, data a lui e ai suoi posteri, a quella “progenie che Dio avrebbe moltiplicata come polvere della Terra”». (Lezione 13ª: Rm 4,2-5.13.16)

  • ‘dettato’ del 12 febbraio 1948, Lezione 15ª:

[Dice il Divinissimo Autore:] «Primogenito di tutte le creature, immagine dell’invisibile Iddio, come lo definisce Paolo; Agnello immacolato e senza macchia, preordinato dalla creazione del mondo per fare gli uomini partecipi della divina natura, come scrive Pietro; vincitore, Re dei re e Signore dei signori, come lo canta Giovanni: Novello Adamo, non concepito da uomo ma dallo Spirito del Signore Eterno, posto in Maria, paradiso vivo dove la Trinità prende le sue compiacenze, l’amore di Dio prese carne, il Verbo amato dal Padre s’incarnò per essere offerto vittima per la salute del mondo». (Lezione 15ª: Rm 5,1-5)

  • ‘dettato’ del 13 febbraio 1948, Lezione 16ª:

[Dice il Divinissimo Autore:] «Ecco, questo Spirito dello Spirito di Dio, la superessenza del Divino Amore, ve lo [ha] dato il Cristo, e ve lo ha dato per Maria, Madre del Cristo e Madre vostra, non in un senso simbolico ma reale, perché è madre colei che dà la vita, e Maria vi ha dato la Vita e conseguentemente lo Spirito Santo, ossia Colui che mantiene la Vita in voi e, più ancora, fa di voi dei portatori di Cristo, più: degli altriCristi”, secondo la frase di Paolo: “Non sono più io che vivo: è Cristo che vive in me”». (Lezione 15ª: Rm 5,5)

  • ‘dettato’ del 20 maggio 1948, Lezione 22ª:

Dice il Dolce Ospite: «Dal v. 14 al v. 25 è lezione che andrebbe sempre ripetuta dai maestri di spirito a loro stessi, alle anime farisaiche che vedono il bruscolo nell’occhio dei fratelli e lo censurano aspramente mentre non vedono la trave dell’anticarità che è nel loro e che schiaccia il loro spirito sotto il peso dell’egoismo e della superbia, e andrebbe ripetuta alle povere anime». […]

«Chi li ha scritti è Paolo, fariseo figlio di farisei, discepolo di Gamaliele, di quel Gamaliele che era una biblioteca vivente di tutta la dottrina d’Israele. Paolo, prima feroce persecutore di quelli che credeva anatema, poi vaso di elezione e di giustizia, apostolo perfetto, eroico nell’evangelizzare e nel reprimere l’antico suo io, degno di salire con la parte eletta della sua anima al terzo cielo e udirvi le misteriose parole divine. Un uomo, dunque, che per l’intransigenza della sua prima epoca di vita e per l’eroicità della sua seconda epoca di vita, potrebbe pensarsi essere stato sempre al di sopra degli stimoli carnali.

Se lo fosse stato, però, non avrebbe potuto essere “l’Apostolo dei Gentili”, di quelli cioè che la licenza consentita dal paganesimo faceva, salvo poche eccezioni di spiriti naturalmente virtuosi, più bruti che creature dotate di ragione e coscienza». (Lezione 22ª: Rm 7,14-25)

  • ‘dettato’ del 21-28 maggio 1948, Lezione 23ª:

Dice il Dolce Ospite: «Per ben comprendere le parole di Paolo, bisogna ben considerare il Peccato d’origine». […]

«Per ben comprendere la confessione di Paolo, che è la desolata voce di tutti gli uomini che, volonterosi di operare perfettamente il bene, si sentono impotenti ad eseguirlo con la perfezione desiderata, bisogna contemplare il frutto della Colpa prima, e perciò anche la Colpa prima, per non trovare ingiusta la condanna e la conseguenza.

Paolo confessa: “Io sono carnale, venduto e soggetto al peccato”. E prosegue: “Non so quel che faccio; non faccio il bene che voglio, ma il male che odio». […]

«“Per opera di un sol uomo il peccato è entrato nel mondo”, è scritto. Ed è verità. Questo dolore, prima che da Paolo, è detto dalla Sapienza, dal Verbo docente, dai Salmisti. Da Dio sempre perciò, perché è sempre Dio che parla per bocca dei suoi ispirati». […]

«Anche i più grandi contemplatori - e metto qui i nomi di Giovanni e Paolo per indicarvi due già redenti da Cristo, ai quali si aperse il Cielo sino al terzo e al settimo grado, e anche Mosè, Ezechiele, Daniele, che videro, rispettivamente, “il tergo di Dio”, la “luce lasciata dall’Infinita Luce”, “l’Essere dall’aspetto d’uomo” ma che era “fuoco d’elettro” e “voce che si faceva sentire da sopra il firmamento”, “l’Antico dei giorni il cui volto era velato dal fiume di fuoco che scorreva rapidamente davanti alla sua faccia” lasciando visibili soltanto i capelli e le vesti - non poterono conoscere l’Inconoscibile sinché furono tra i mortali i due primi, nel Cielo dopo la Redenzione gli altri». […]

«Come per Paolo, la vita di ognun di voi è lotta interiore fra la carne e lo spirito, fra l’aspirazione al Bene e l’azione non sempre perfettamente buona, lotta in cui Dio vi conforta e aiuta. Per questo, nessuno abbia scandalo se un suo prossimo confessa con la parola e l’azione d’esser come Paolo “carnale e soggetto”. E nessuno si accasci se comprende di esserlo. Ma l’esempio di Paolo guidi e sostenga». (Lezione 22ª: Rm 7,14-25)

  • ‘dettato’ del 7-11 giugno 1948, Lezione 25ª:

[Dice il Dolce Ospite:] «Quei prodigi dei quali parla Paolo nella IIª Epistola a quei di Tessalonica (c. II). Quei prodigi di cui parla Giovanni nel XIII capo del suo Apocalisse». […]

«La volontà dell’uomo può rendere attivissimo questo dono dello Spirito d’Amore, sufficiente per se stesso a far conseguire il fine per cui gli uomini furono creati: la predestinazione alla Grazia e alla Gloria. Perché, in verità, tutti coloro che sono mossi dall’amore divengono “figli di Dio” (Paolo ai Romani c. 8 v. 16) poiché ogni loro azione ispirano all’amore, ossia al bene verso Colui che sentono esservi, anche se esattamente non lo conoscono, e verso i loro simili; e vivono perciò secondo la legge naturale-morale, messa e conservata da Dio Creatore nel cuore dell’uomo.

È di costoro che S. Paolo scrive: “Quando i Gentili, che non hanno legge, fanno naturalmente ciò che la legge impone, e non avendo legge son legge a se stessi, e mostrano che il timor della legge è scritto nel loro cuore, testimone la loro coscienza... saranno giustificati nel giorno in cui Dio, per mezzo di Gesù Cristo, giudicherà le azioni segrete degli uomini”». (Lezione 25ª: Rm 7)

  • ‘dettato’ del 29 gennaio 1950, Lezione 30ª:

Dice lo Spirito Santo: «L’Apostolo si rivolge ai figli di Dio. L’Amore pure si rivolge ad essi, quello stesso Amore che ispirò Paolo e che ispira, ammaestra e santifica coloro che hanno amore a Dio. Anche in essi è “la legge del peccato”, congenita alla carne da quando essa volle gustare il frutto proibito.

Nessuno dei servi di Dio ignorò questo giogo, questa catena, questo “aculeo” di cui parla lo stesso Paolo, che pur fu rapito al terzo Cielo e udi parole arcane, ma non per questo fu risparmiato dagli assalti “di un angelo di Satana”, eccitatore crudele, invido della santità dell’Apostolo, degli stimoli della carne.

E l’ispirato Apostolo, che è penetrato nei misteri di Dio senza poter ripetere quelle “parole arcane” che glieli hanno svelati, non leva lamenti per questi assalti e stimoli, non leva rimproveri al Signore che li ha permessi, ma “avendo lo spirito di Cristo in lui” comprende la ragione soprannaturale di amore e di giustizia che permise quegli assalti e quello stimolo dopo “la grandezza delle rivelazioni”, accetta la risposta di Dio e proclama: “Dunque mi glorierò delle mie infermità affinché in me abiti la potenza di Cristo”». […]

«Tutta la dottrina di Gesù, tutta la dottrina di Paolo, si ritrovano in questa lezione. […]

«Anche la dottrina di Paolo è in questa lezione. La profonda dottrina del Corpo mistico». (Lezione 30ª: Rm 8,9-11)

  • ‘dettato’ del 3 marzo 1950, Lezione 33ª:

Dice lo Spirito Santo: «“La creazione è stata assoggettata alla vanità”, dice Paolo». […]

«Paolo scrive - ed è frase mal capita o per insufficienza di intendere o per volontà di intendere male allo scopo di sconfortare gli uomini dal perseguire il Bene per avere il Cielo, ché tanto non c’è salvezza per l’uomo di tendenza peccatore; teoria eretica nata da rami che si separarono dal tronco della mistica Vite, da membra ribelli che si staccarono dal mistico Corpo; professione contro l’Amore Divino che ha creato predestinando alla Grazia e alla Gloria, e non già per la dannazione, che la Chiesa Docente giustamente condanna - Paolo scrive: “Assoggettata alla vanità non per sua volontà, ma di Colui che l’assoggettò con la speranza che essa pure sia liberata dalla servitù della corruzione per aver parte alla libertà gloriosa dei figli di Dio”». (Lezione 33ª: Rm 8,20-21)

  • ‘dettato’ del 29 marzo 1950, Lezione 35ª:

[Dice lo Spirito Santo:] «Paolo dice: “Non vivo io, Cristo vive in me”. Ogni cristiano che operi questa trasformazione terrena, che è il mezzo per cui dopo la morte egli si trasformerà in erede eterno del Cielo, erede in possesso della sua parte di eredità, può dire con Paolo: “Non io, Cristo vive in me”. E veramente le sue azioni saranno azioni fatte secondo lo spirito di Cristo, le sue orazioni saranno orazioni che continueranno l’orazione continua fatta da Cristo mentre era in Terra, i suoi patimenti saranno veramente continuazione e compimento ai patimenti di Cristo, per lo stesso scopo: la santificazione degli uomini; e conseguenti lo stesso fine: l’esaltazione gloriosa ed eterna, dopo l’umiliazione e il martirio dell’immolazione». (Lezione 35ª: Rm 8,26-27)

  • ‘dettato’ del 2 giugno 1950. 1° venerdì del mese del S. Cuore, Lezione 38ª:

[Dice il Divinissimo Autore:] «Invocando lo Spirito Santo, abitatore dei cuori e dei corpi dei giusti, Voce parlante alla coscienza che ne fa la sua voce di ammaestramento, di guida, di legge, Paolo dice: “Ho una grande tristezza, un continuo dolore nel cuore, vorrei essere io stesso separato da Cristo per i miei fratelli (per il bene dei miei fratelli), che sono del sangue mio secondo la carne: gli Israeliti, ai quali appartengono l’adozione in figli (di Dio), la gloria, l’alleanza, la legge, il culto, le promesse, i patriarchi, e dai quali è (venuto), secondo la carne, il Cristo...”

Paolo era ebreo e israelita, discendente d’Abramo, e lo attesta come colui che testimonia e si gloria della nobiltà del sangue avuto dagli avi, anche dopo che la folgorazione sulla via di Damasco lo strappò alla Sinagoga arida per immergerlo nel settemplice fiume di grazie che sgorga dal seno della Chiesa, dalla Pietra stabilita dal Pontefice eterno: il Cristo, contro la quale invano Saulo si era avventato, non sfracellandosi nell’urto solo per un volere divino che aveva stabilito per Saulo grandi cose». […]

«Paolo era di Tarso nella Cilicia. Cittadino romano, quindi, perché la Cilicia dipendeva da Roma. Ma giudeo della tribù di Beniamino per nascita e per la Legge, ché pochi come lui, tra i proseliti, o gli abitanti della Diaspora, o gli stessi farisei di Palestina, erano ardenti nelle pratiche mosaiche e farisaiche come Saulo, che era ardente sino al fanatismo e all’ingiustizia.

L’attaccamento ai fratelli nel sangue e nella passata fede permaneva dunque anche dopo aver abbracciato la nuova fede ed essersi fatto Apostolo di Cristo, il più ardente degli apostoli, anzi, avendo trasportato se stesso, con tutta la sua intransigenza, con tutto il suo fanatismo del tempo passato, congeniti alla sua natura umana, nel tempo nuovo.

Ma poiché il passaggio era avvenuto per opera straordinaria di Dio - il Verbo incarnatosi - così il suo amore ai fratelli d’un tempo s’era trasformato, come ogni cosa in lui, da affetto terreno a carità soprannaturale. Anche la sua intransigenza e il suo fanatismo si erano trasformati, pur permanendo. Ché Saulo, l’ardente, intransigente, fanatico fariseo, lapidatore di Stefano, se non con le pietre con le parole, persecutore dei cristiani, divenuto Paolo, divenne ardente non nell’odio ma nell’amore, intransigente per l’onore di Dio e il bene delle anime, prima con se stesso e poi con tutti, da Pietro pontefice all’ultimo fedele». […]

«Quel peccato di deicidio è il dolore che stringe ed empie il cuore di Paolo. La loro ostinata permanenza in questo peccato, che durava con il durare della persecuzione a Cristo col perseguitare i cristiani, era la grande tristezza di Paolo. Al punto che Paolo desidera, e quasi chiede, d’esser separato da Cristo, suo Amore degli amori, purché essi pervengano a pentirsi e ad amarlo, meritando così di divenire vivi figli adottivi di Dio e fratelli del Cristo, non solo per la carne - assunta da Lui per discendenza da Adamo per linea di madre, e da Abramo, Isacco, Giacobbe e, per successive generazioni, Jesse, poi, infine, ultima Maria della stirpe di Davide, per cui Gesù di Nazaret è israelita del ceppo più puro del Popolo eletto - ma anche per coeredità nel Regno del Padre celeste. Coloro che vogliono essere veri cristiani devono avere gli stessi sentimenti di Paolo per i fratelli separati, figli prodighi di diverse specie, da quella di coloro che sono cristiani perché in Cristo credono, ma non sono membra del Corpo mistico perché non uniti al ceppo della Mistica Vite, ossia della Chiesa Romana, sia di coloro che sono membra morte di questa Chiesa Romana, avendo avuto il battesimo e altri sacramenti dalla vera Chiesa, ma che poi, o per mala voglia che li fece cadere in colpe mortali e in forme di vita peccaminose, o per essere caduti in eresie di diverse specie, sono incorsi nelle sanzioni ecclesiastiche (per superstizioni, idolatrie anche per l’uomo, commercio col demonio, appartenenza a sette anticristiane, spiritismo, magia e altre cose del genere)». (Lezione 38ª: Rm 9,1-13)

  • ‘dettato’ del 22 giugno 1950, Lezione 40ª:

[Dice il Divinissimo Autore:] «Molte volte - e ne è esempio Paolo - dalle grandi miserie, dai vasi di argilla, magari colmi di fango di lussuria e d’odio, Dio trae i suoi vasi di elezione». (Lezione 40ª: Rm 9,19-24)

  • ‘dettato’ del 16 luglio 1950, Lezione 41ª:

[Dice il Divinissimo Autore:] «Ed è detto ciò che dice Paolo, riportando altri punti delle profezie d’Osea e Isaia. E ciò che è detto si compì. E Popolo suo divennero i Gentili e i pochi israeliti che seppero accogliere il Cristo, divenendo, per questo, “figli di Dio”». (Lezione 41ª: Rm 9,25-29)

  • ‘dettato’ del 24 luglio 1950, Lezione 42ª:

[Dice il Divinissimo Autore:] «E anni dopo, quando già Saul era Paolo, e Pietro era Pontefice e ripieno di Spirito Santo da tempo, ancor così viva era la prevenzione verso i Gentili che Dio, a far persuaso Pietro di non respingere il centurione Cornelio di Cesarea, dovette operare un duplice miracolo (Atti c. X v. 11-16 e c. X v. 25-33) e una conferma, sia per Pietro che per gli altri Apostoli e fratelli di Giudea, pronti a rimproverare Pietro per il suo operato (Atti c. X v. 44-48 e c. XI v. 2 e versetti 15-17)». (Lezione 42ª: Rm 9,30-3)

  • ‘dettato’ del 1 settembre 1950, Lezione 43ª:

Dice il Divinissimo Autore: «Non può quindi dirsi che Dio non abbia misericordia e giustizia anche per Israele. Attende. Da secoli, dopo averlo preparato da secoli ad accogliere il Cristo e a riconoscerlo per tale, da secoli attende che Israele torni sulle vie della Verità e della Vita per aprirgli le braccia e il Regno.

Buono col popolo colpevole, Iddio; come buono l’Apostolo venuto da quel popolo, amato da esso sinché fu di quel popolo e fedele sino al fanatismo delle idee di quel popolo, e poi schernito e odiato da esso come un rinnegatore della Legge ebraica e un disertore della Sinagoga e della stirpe.

Paolo, buono perché vero seguace, servo e apostolo di Cristo, di cui ha accolto ogni insegnamento, e specie quello sulla carità, così in contrasto col suo temperamento focoso e duro ma che predicò e praticò eroicamente, piegando e spezzando se stesso e il suo io sino a farsi, di questa lotta tra la natura e la volontà, un martirio intimo, incruento, ma non meno doloroso, dice: “Il voto del mio cuore e la preghiera che faccio è che siano salvati, perché so che hanno lo zelo di Dio ma non secondo la cognizione del vero e, ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio”.

Paolo dunque, esperto del peccato e delle cause che costituivano il peccato degli ebrei che non si vollero sottomettere alla giustizia di Dio, per averlo commesso egli stesso prima della folgorazione sulla via di Damasco, dà giusti nomi, anche se palesemente non li dice, alle passioni non buone che traviano Israele, e riconosce che esse sono le stesse che preclusero l’Eden e il Paradiso, per secoli, ad Adamo, così come per secoli precluderanno il Paradiso agli ebrei. Esse sono ancora una volta i frutti concupiscenti nati dal veleno sparso dal Serpente per corrompere i due Innocenti. Sono superbia, disubbidienza, avarizia». (Lezione 43ª: Rm 10,1)

  • ‘dettato’ del 14 settembre 1950. Esaltazione di S. Croce, Lezione 44ª:

Dice il Divinissimo Autore: «Quando ancora tal comando e insegnamento non era stato dato e ripetuto instancabilmente dal Cristo, ma solo era stato dato ad un solo: Mosè, e per un numero molto limitato di volte, Mosè, sentendo prossima la fine del suo tempo mortale, perché il popolo, morto lui, non deviasse fuor dalla via del Signore, raccolse il suo popolo e promulgò la Legge al cospetto degli Anziani e delle tribù, e le maledizioni e benedizioni congiunte alle opere fatte secondo o contro la Legge di Dio, terminando con le parole che Paolo ricorda». […]

«Non hanno forse gli eventi confermato la parola di Paolo: “Non c’è distinzione tra Giudeo e Greco”?; e ancora: “Nessuno che parli per lo Spirito di Dio dice anatema a Gesù... C’è varietà di doni, ma è lo stesso Spirito che opera in tutti, ad utilità comune”?». […]

«La povertà dello strumento serve, d’altronde, a far risplendere la potenza e l’azione diretta di Dio. Ma questi strumenti di Dio possono ben gridare al Signore il lamento dei profeti e degli apostoli, ripetuto e riassunto da Paolo: “Chi ha creduto a ciò che noi diciamo?”». […]

«Non la spada né i tormenti, ha detto Paolo, possono separare da Cristo chi ama il Cristo. Non lo poterono i romani pagani coi primi cristiani. Non lo possono gli indemoniati servi dell’Anticristo attuale coi loro sudditi». (Lezione 44ª: Rm 10,5-21)

  • ‘dettato’ del 2 novembre 1950, Lezione 46ª:

[Dice il Divinissimo Autore:] «Verrà il momento in cui tutte le cose operate da Dio, incomprensibili ora, vi si sveleranno. Ed allora insieme a Paolo ripeterete: “O profondità delle ricchezze della Sapienza e scienza di Dio!”». (Lezione 46ª: Rm 11,25-36)

  • ‘dettato’ del 8 novembre 1950, Lezione 47ª:

[Dice il Divinissimo Autore:] «Perché questo, più che i riti esteriori, costituisce il culto ragionevole di cui parla Paolo. Non la forma sola, ma la sostanza del culto a Dio. E la sostanza è data dal rinnovarsi, un continuo rinnovarsi dell’io individuale, come è continuo il rinnovarsi del creato tutto nei suoi animali, vegetali e [nelle sue] stagioni, un continuo rinnovarsi spiritualmente e moralmente per farsi un’umanità nuova e sempre più trasformarsi in Cristo. È data, la sostanza del culto a Dio, da un continuo, faticoso, e anche talora doloroso, ascendere verso la perfezione per fare la Volontà di Dio, la prima e comune Volontà divina per tutti i creati con somiglianza divina e con predestinazione alla gloria: che si facciano santi per salire alla dimora del Padre, in eterno». (Lezione 47ª: Rm 12-13)

Per saperne di più su questo personaggio

Dizionario dei personaggi dell’Evangelo secondo Maria Valtorta

Questo paragrafo è parzialmente estratto dal volume in lingua francese: Dizionario dei personaggi dell’Evangelo secondo Maria Valtorta[78]:

San Paolo (nome romano di Saulo) viene celebrato il 29 giugno insieme a san Pietro. Sarebbe nato tra il 5 e il 15 d.C.[79] Secondo le descrizioni di Maria Valtorta, avrebbe circa 27 anni al momento della lapidazione di Stefano, seguita dalla sua conversione sulla via di Damasco, e 62 anni al momento del suo martirio. Secondo san Giovanni Crisostomo[80], invece, avrebbe avuto 68 anni al momento della sua decapitazione, nel 67; si tratta di un’ipotesi poco accolta.

In un ‘dettato’ a Maria Valtorta, Gesù precisa che Paolo fu per un certo periodo membro del Sinedrio[81]. Questo spiegherebbe la missione di arrestare i cristiani che il Sinedrio gli affida, secondo quanto riferito negli Atti degli Apostoli[82].

Il suo aspetto secondo la tradizione

Paolo si descrive come “l’aborto”[83]. Negli Atti di Paolo e Tecla (apocrifo del II secolo), uno dei discepoli di Paolo lo descrive con “una testa calva, un naso lungo e largo, sopracciglia nere, folte e congiunte, spalle larghe, gambe storte”. Questa descrizione presenta delle somiglianze con quella riportata sopra da Maria Valtorta.

La sua origine

Paolo dice di sé: “Io sono un Giudeo, nato a Tarso in Cilìcia, ma educato in questa città, formato alla scuola di Gamaliele nell'osservanza scrupolosa della Legge dei padri, pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi”[84].

Secondo san Girolamo[85] Giscala era il villaggio d’origine dei genitori di san Paolo, prima che emigrassero a Tarso. È in questo importante centro di formazione rabbinica che, secondo Maria Valtorta, Gesù incontra Saulo[86].

La fine della sua vita

Gli Atti degli Apostoli si concludono con la prigionia di Paolo a Roma. Egli beneficia della custodia militaris: prende in affitto una casa nella quale dimora sotto la sorveglianza di un soldato. Nulla viene detto circa l’esito del processo davanti a Cesare. È probabile che abbia beneficiato di un proscioglimento.

Liberato nella primavera del 63, potrebbe essersi recato in Spagna, come suggeriscono la sua Lettera ai Romani[87], Clemente di Roma[88] e alcuni testi apocrifi[79]. Paolo si reca poi a Creta e in Macedonia, fino a Troade; qui viene nuovamente arrestato.

Secondo Eusebio di Cesarea, fu incarcerato a Roma nell’autunno del 67. Qui scrisse la seconda Lettera a Timoteo, che contiene il suo testamento spirituale.

Paolo non fu crocifisso, ma decapitato sotto Nerone, in quanto cittadino romano[89].

Nel 2009 è stata autenticata la sua tomba sotto l’altare della basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma.

Note

  1. o “apostolo dei Gentili”, ossia “dei pagani”, dal latino gentēs con il significato di “pagani, non-cristiani”
  2. EMV 645.2-5
  3. 3,0 3,1 EMV 645.6
  4. Atti 7,58
  5. EMV 645.5
  6. nel primo periodo di 4 mesi
  7. 7,0 7,1 EMV 340.7
  8. Giscala (Jish o Gush Ḥalav) era effettivamente un centro ebraico importante dell’Alta Galilea. Giuseppe Flavio la descrive come una città della Galilea e ne parla ampiamente nel contesto della prima guerra giudaica.
  9. Esiste una testimonianza archeologica di una sinagoga a Giscala. Questo dimostra una presenza istituzionale e religiosa ebraica
  10. nel suo commento alla Lettera a Filemone e nel De viris illustribus.
  11. La Jewish Encyclopedia conferma il collegamento tradizionale fra Giscala e la famiglia di Paolo.
  12. EMV 645.3
  13. At 9,1-22 e At 26,12-18
  14. Lettera ai Filippesi: Fil 3,5
  15. La storia di re Saul è narrata, soprattutto, nel Primo libro di Samuele.
  16. Atti degli Apostoli: At 13,9
  17. dalla mamma, deceduta tre giorni prima. Per lo stesso motivo verrà il conforto del 9 ottobre.
  18. San Paolo in 1 Corinzi 10,16-17
  19. nel discorso riportato in Atti 17,22-31. Accanto alla data, la scrittrice mette a matita il rinvio a Sapienza 13-14.
  20. forse con riferimento alle raccomandazioni contenute nella Prima lettera a Timoteo 1Tm 3,1-12; 1Tm 5,17-25; Tito 1,5-9.
  21. per esempio: Matteo 24,34; Marco 13,30; Luca 21,32.
  22. 2 Pietro 1,21
  23. 1 Giovanni 2,18-21
  24. 1 Pietro 4,7
  25. 1 Tessalonicesi 4,15
  26. 2 Tessalonicesi 2,6-7
  27. Apocalisse 22,20.
  28. 2 Pietro 3,8-9
  29. 2 Pietro 3,16
  30. Giovanni 20,24-29
  31. Tito 3,9
  32. come si legge in Atti 17,22-31
  33. come si narra in Atti 9,1-22. Il presente “dettato” sembra riprendere gli interventi di Paolo in Atti 17,22-34; 1 Corinzi 15.
  34. cioè i cultori della dottrina della rincarnazione o metempsicosi, e forse qualcuno di essi in particolare (come farebbero capire i puntini tra parentesi), ai quali sono stati dedicati i “dettati”.
  35. in Galati 2,20.
  36. in Atti 20,33-35; tre giorni or sono, nel ‘dettato’ del 2 marzo.
  37. in Ebrei 5,7-9. Accanto alla data, la scrittrice aggiunge il rinvio a Ebrei 5,7.8.12.14; Eb 6,1.4.6.8.
  38. che è in Galati 1,15-16.
  39. il 27 giugno commentando Atti 7,2-3, che riprende il comando espresso in Genesi 12,1.
  40. di cui si narra in Atti 9,1-9.
  41. che sono in 1 Corinzi 12,22-24.
  42. è Padre Pietro Maria Pennoni, anch’egli dei Servi di Maria (ma in seguito uscirà dall’Ordine) del Convento di Viareggio, il cui Priore era Padre Migliorini.
  43. Atti 5,34-39; Atti 22,3
  44. Giovanni 3,1-21; Giovanni 7,50-51; Giovanni 19,39
  45. Atti 7,58; Atti 8,3; Atti 9,1-30; Atti 22; Atti 26
  46. in Efesini 6,10-12
  47. in Ebrei 2,9-18; Ebrei 4,14-15; Ebrei 5,1-3; Ebrei 7,26.
  48. Rm 8,14
  49. Gal 5,17
  50. Rm 8,26-27; Gal 4,6
  51. infatti l’espressione è in 1 Corinzi 13,1.
  52. cui accenna all’inizio del capitolo “In Calabria” nella parte terza dell’Autobiografia.
  53. che sono in Romani 13,11-12.
  54. Lc 21,32; Mc 13,30
  55. Sono 48 ispirate lezioni che illustrano e commentano i sedici capitoli della Lettera paolina. Nelle Lezioni sull’Epistola di Paolo ai Romani Maria Valtorta attribuisce l’altissima teologia che le viene ‘dettata’ allo Spirito Santo, che vuole essere chiamato “Dolce Ospite”
  56. è san Paolo, che fu decapitato a Roma nell’anno 67 e la cui testa, rimbalzando tre volte, fece scaturire tre fonti d’acqua. Nella stessa località, detta appunto delle “Tre Fontane”, nel 1947 apparve Maria Ss., come la scrittrice ha riferito ampiamente il 31 dicembre 1947.
  57. La Passione redentrice di Gesù e quella di Maria Valtorta e dell’Opera
  58. come è detto in Matteo 13,58; Marco 6,5-6.
  59. come si narra in Luca 4,28-30.
  60. come i fili degli zizit nel ‘dettato’ del 28 gennaio 1947, potrebbero essere ornamenti delle vesti del tipo dei “filattèri” e delle “frange” di cui si parla in Matteo 23,5.
  61. Eb 12,25
  62. La Domenica di Passione è diventata, con la riforma liturgica, la Quinta Domenica di Quaresima. Essa apriva la Settimana di Passione, che si concludeva con la Domenica delle Palme, che ora è detta “Domenica delle Palme e della Passione del Signore”. È rimasta invariata la successiva Settimana Santa, che termina con la Domenica di Pasqua di Risurrezione.
  63. La dichiarazione paolina, che qui viene proposta ai “portavoce”, può giustificare il titolo dell’Opera sulla vita di Gesù, scritta da Maria Valtorta e pubblicata in dieci volumi: L’Evangelo come mi è stato rivelato.
  64. Romani 6,3-11
  65. Romani 6,19-23
  66. Romani 8,12-17
  67. 1 Corinzi 12,2
  68. espressione che avvalora la nostra precedente nota: La dichiarazione paolina, che qui viene proposta ai “portavoce”, può giustificare il titolo dell’Opera sulla vita di Gesù, scritta da Maria Valtorta e pubblicata in dieci volumi: L’Evangelo come mi è stato rivelato. La scrittrice non aveva ancora portato a termine l’Opera, come si comprende dalle ultime parole della frase che segue.
  69. 1 Corinzi 15,10
  70. 2 Corinzi 3,2-3
  71. Galati 5, 25-26
  72. sono argomenti di uno scritto che si può leggere nel volume I quaderni del 1944 sotto la data del 15 ottobre.
  73. Efesini 3,13-21
  74. Romani 13,11-14
  75. Romani 12,6-16
  76. Romani 12,16-21
  77. 1 Corinzi 9,24-27; 1 Corinzi 10,1-5
  78. Dictionnaire des personnages de l'évangile selon Maria Valtorta, di mons. René Laurentin, François-Michel Debroise, Jean-François Lavère, Éditions Salvator, 2012.
  79. 79,0 79,1 Cf. A.M. Gérard, Dictionnaire de la Bible, 1989.
  80. San Giovanni Crisostomo, Tomo 6, Orazione 30 su san Pietro e san Paolo, citato da Tillemont, Memorie per servire alla storia ecclesiastica, tomo I, p. 192 e nota 1, p. 541.
  81. “I Quaderni del 1943”, 29 dicembre
  82. At 9,1-2
  83. Prima lettera ai Corinzi: 1Cor 15,8
  84. Atti degli Apostoli: At 22,3
  85. San Girolamo, De viris illustribus, 5.
  86. Lavère collega a questo contesto l’episodio di Giscala narrato da Maria Valtorta nel capitolo EMV 340.7, nel quale compare un giovane allievo dei rabbi chiamato Saul. Il testo valtortiano, tuttavia, non identifica esplicitamente il giovane con il futuro apostolo Paolo.
  87. Rm 15,24-28
  88. Clemente di Roma, Lettera ai Corinzi.
  89. Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, II, 25, 5.