Gamaliele
È una delle più eminenti figure del giudaismo del I secolo. Nipote del celebre maestro Hillel, gode di grande prestigio presso il popolo ebraico, come attestano sia il Talmud sia gli Atti degli Apostoli[1].
Maestro autorevole della scuola farisaica, tra i suoi discepoli figurano Stefano (il futuro primo martire cristiano) e il suo compagno Erma, Saulo di Tarso (il futuro apostolo Paolo), Giuseppe detto Barnaba e il suo compagno Filippo di Canata (il giovane ricco), anch’essi ricordati nell’Opera valtortiana.
Sia il padre sia il figlio di Gamaliele portano il nome di Simeone. Quest’ultimo siede anch’egli nel Sinedrio, ma nel L’Evangelo come mi è stato rivelato di Maria Valtorta viene descritto come privo dell’autorevolezza e del carisma che distinguono il padre e il nonno.
Secondo l’Opera valtortiana[2], Gamaliele risiede abitualmente a Gamala di Giudea[3], località situata a nord-ovest di Gerusalemme.
Carattere ed aspetto fisico
Nell’Opera di Maria Valtorta, Gamaliele è presentato come un uomo di grande autorevolezza, la cui figura riflette la dignità del maestro della Legge e del membro del Sinedrio. Il suo aspetto è descritto con particolare accuratezza, mettendone in risalto la nobiltà dei lineamenti, lo sguardo penetrante e il portamento solenne:
Pensa, con le palpebre piuttosto abbassate sugli occhi severi, e quando le alza i due scurissimi occhi fondi e pieni di pensiero si mostrano in tutta la loro severa bellezza ai lati del lungo naso sottile e sotto la fronte un poco calva di vecchio, alta, segnata da tre rughe parallele e sulla quale una vena grossa, bluastra, mette quasi un V al centro della tempia destra. (EMV 160.1)
Gesù, in una frase, ne sottolinea bene il carattere, descrivendolo come un fariseo e dottore della Legge profondamente fedele alla propria tradizione religiosa, ma al tempo stesso animato da onestà e senso della giustizia:
[Dice Gesù:] «Gamaliele giudica bene. Fariseo e dottore sino alla midolla, ma onesto e giusto ancora».(EMV 114.3)
Maria Valtorta lo osserva con attenzione durante la ‘visione’ del convito di Giuseppe di Arimatea, dove è presente anche Nicodemo:
Gamaliele prende posto al centro della mensa, fra Gesù e Giuseppe. Dopo Gesù è Lazzaro. Dopo Giuseppe, Nicodemo. Ha inizio il pasto dopo le preci di rito, che Gamaliele dice dopo un tutto orientale scambio di cortesie fra i tre principali personaggi, ossia Gesù, Gamaliele e Giuseppe.
Gamaliele è molto dignitoso, ma non superbo. Ascolta più che parlare. Ma si capisce che medita su ogni parola di Gesù, e spesso lo guarda coi suoi fondi occhi scuri e severi. Quando Gesù tace per esaurimento dell’argomento, è Gamaliele che con una opportuna domanda riaccende le conversazioni. (EMV 114.5)
Una descrizione particolarmente dettagliata dell’aspetto fisico di Gamaliele compare durante il processo del Sinedrio contro Santo Stefano, quando l’anziano maestro della Legge si scontra con il suo discepolo Saulo di Tarso. Maria Valtorta mette in evidenza il forte contrasto tra le due figure:
Gamaliele alto, di nobile portamento, bello nei tratti fortemente semitici, dalla fronte alta, dai nerissimi occhi intelligenti, penetranti, lunghi e molto incassati sotto le sopracciglia folte e diritte, ai lati del naso pure diritto, lungo e sottile, che ricorda un poco quello di Gesù. Anche il colore della pelle, la bocca dalle labbra sottili, ricordano quelle di Cristo. Solo che Gamaliele ha la barba e i baffi, un tempo nerissimi, ora molto brizzolati e più lunghi.
Saulo invece è basso, tarchiato, quasi rachitico, con gambe corte e grosse, un poco divaricate ai ginocchi, che si vedono bene perché si è levato il manto ed ha solo una veste a tunica corta e bigiognola. (EMV 645.3)
Nell’Opera, Gamaliele appare spesso vestito di bianco.
Percorso apostolico
L’Evangelo come mi è stato rivelato di Maria Valtorta mostra il percorso di Gamaliele che si estende dall’infanzia di Gesù fino agli anni successivi alla sua morte e risurrezione. È tra i primi a conoscerlo nel Tempio di Gerusalemme e tra gli ultimi a riconoscerlo come Messia. Gamaliele attraversa così un lunghissimo itinerario di fede che costituisce uno degli sviluppi spirituali più significativi dell’Opera valtortiana.
Vedi anche: Gamaliele e il segno atteso.
Il suo primo incontro con il Signore avviene nel periodo della vita nascosta di Gesù quando il dodicenne si reca al Tempio di Gerusalemme per sostenere l’esame della maggiore età. Profondamente colpito dalla sapienza di Gesù durante la disputa nel Tempio con i dottori, Gamaliele ascolta da Lui una misteriosa profezia destinata ad accompagnarlo per molti anni:
[Dice Gesù:] «Attendetemi nella mia ora. Queste pietre riudranno la mia voce e fremeranno alla mia ultima parola». (EMV 41.9)
Quando incontra nuovamente Gesù durante Primo anno della Vita pubblica[4], non riconosce nel rabbi di Nazaret il fanciullo conosciuto anni prima. Rimane tuttavia aperto al dialogo e, pur senza aderire immediatamente alla sua predicazione, manifesta un sincero rispetto nei suoi confronti.
Vi è un silenzio. Gesù si volge a Gamaliele: «E tu non chiedi miracoli per credere?».
«Non saranno i miracoli di un uomo di Dio quelli che mi leveranno l’aculeo, che porto nel cuore, di tre domande che sempre rimangono senza risposta».
«Quali domande?».
«È vivo il Messia? Era quello? È questo?». (EMV 114.8)
Durante il Secondo anno della Vita pubblica[5], vi è un nuovo incontro di Gesù con Gamaliele sulla strada da Neftali a Giscala. In questa occasione l’illustre dottore della Legge manifesta il suo pensiero:
«Ti sono amico, Gesù. Non ti credo inferiore a me, ma più grande». (EMV 160.2)
Nel corso del Terzo anno della Vita pubblica[5], Gamaliele si distingue per la sua rettitudine e indipendenza di giudizio, opponendosi in più occasioni alle ingiustizie perpetrate dal Sinedrio. Uomo di integrità morale, si scandalizza quando, al processo per il delitto commesso da Eleazar ben Anna (figlio del Sommo Sacerdote Anna), quest’ultimo viene assolto mentre il suo accusatore, parente della vittima, viene condannato. Esce dall’aula dicendo:
«Venga presto il nuovo Sansone a far perire i filistei corrotti». (EMV 376.9)
Nel periodo della Preparazione alla Passione, Gamaliele denuncia gli intrighi orditi contro Gesù e, dopo la risurrezione di Lazzaro, riconosce pubblicamente la superiorità del Maestro sugli altri rabbini d’Israele affermando davanti al Sinedrio:
[Dice Gamaliele:] «Io stesso lo riconosco come il più grande Rabbi d’Israele».
«Tu! Tu, Gamaliele, dici questo?».
«Lo dico. E di essere… detronizzato da Lui mi onoro, perché sin qui io avevo conservato la tradizione dei grandi rabbi, l’ultimo dei quali fu Illele, ma dopo me non avrei saputo chi poteva raccogliere la sapienza dei secoli. Ora me ne vado contento, perché so che essa non morrà, ma anzi diventerà più grande, perché aumentata dalla sua, alla quale certo è presente lo Spirito di Dio».
«Ma che dici, Gamaliele?».
«La verità. Non è chiudendosi gli occhi che si può ignorare ciò che noi siamo. Noi non siamo più sapienti, perché principio della sapienza è il timor di Dio, e noi siamo peccatori senza timore di Dio. (EMV 549.8)
Questa certezza, tuttavia, non è ancora definitiva e lascia nuovamente spazio al dubbio, pur senza trasformarsi nell’ostilità che anima gli altri membri del Sinedrio.
Durante la Passione di Gesù, nelle fasi del processo che si svolgono in casa di Caifa, Gamaliele protesta contro le irregolarità del procedimento, dichiarandolo pubblicamente e lasciando il Sinedrio:
Gesù tace.
«Illegale è il tuo ministero, lo sai. E passibile di morte. Parla».
«Illegale è questa nostra seduta. Alzati, Simeone, e andiamo», dice Gamaliele.
«Ma rabbi, ammattisci?».
«Rispetto le formule. Lecito non è procedere come procediamo. E ne farò pubblica accusa». E rabbi Gamaliele esce, rigido come una statua, seguito da un uomo sui trentacinque anni che gli somiglia. (EMV 604.11)
Quel gesto pubblico di Gamaliele viene ricordato anche nel volume de I Quaderni del 1945-1950, alla data del marzo 1949. Nel ‘dettato’ conosciuto come “Il parallelo tra le due Passioni”[6], lo stesso Gesù indica Gamaliele come assente alla Sua condanna:
[Dice Gesù:] «Io l’ho ricordato il gesto di Gamaliele, del più grande dei rabbi d’Israele, ebreo sino al midollo più interno delle ossa, incrostato alle tradizioni, anzi chiuso nel diaspro inattaccabile della vecchia dottrina, ma un giusto sempre. Non m’era stato amico e non nemico quando ero libero e forte. Attendeva il segno per credere che Io fossi il Messia. Ma quando mi vide in un’ingiusta veste di malfattore, non credendomi ancora il Cristo, uscì però dal suo riserbo per richiamare alla legalità i giudici ebbri di odio. Se avesse saputo far giusto il suo fermo credere alle luminose parole di un Fanciullo sapiente in una Pasqua lontana, sarebbe stato sul Golgota con Giuseppe e Nicodemo. Ma era troppo legato il suo credere, e quindi di ostacolo a vedere la verità». (Q45-50, marzo 1949)
La svolta decisiva avviene sul Golgota. Al momento della morte di Gesù, quando la terra trema al suo ultimo respiro, Gamaliele comprende finalmente il significato della profezia ricevuta molti anni prima nel Tempio e “gettato a terra ai piedi della croce”[7], finalmente riconosce in Gesù il Messia atteso.
Nel periodo della Glorificazione di Gesù e di Maria lo ritroviamo profondamente “stravolto e invecchiato”[8], si ritira dalla vita pubblica e inizia un intenso cammino di conversione, frequentando la casa di Nicodemo[9] e ricercando con angoscia la verità, la luce e il perdono.
Durante il processo a Santo Stefano, Gamaliele viene interrogato dal suo antico discepolo Saulo, allora fervente persecutore dei seguaci di Gesù e destinato, dopo la conversione, a diventare l’apostolo Paolo. Sebbene Gamaliele non abbia ancora compiuto la propria definitiva adesione a Cristo, le sue parole rivelano che il suo lungo percorso interiore è ormai prossimo alla conclusione, alla domanda di Saulo, infatti, ammette di non essere ancora un seguace di Gesù, ma dichiara apertamente di desiderare di diventarlo qualora giunga a riconoscere in Lui il Messia:
Gamaliele continua a non guardarlo e a tacere.
Saulo allora chiede: «Ma sei tu forse, anche tu, seguace di quel malfattore detto Gesù?».
Gamaliele ora parla e dice: «Non lo sono ancora. Ma, se Egli era Colui che diceva, e in verità molte cose stanno a dimostrare che lo era, io prego Dio che io lo divenga».
«Orrore!», grida Saulo.
«Nessun orrore. Ognuno ha un’intelligenza per adoperarla e una libertà per applicarla. Ognuno dunque l’usi secondo quella libertà che Dio ha dato ad ogni uomo e quella luce che ha messo nel cuore di ognuno. I giusti, prima o poi, li useranno, questi due doni di Dio, nel bene, ed i malvagi nel male». E se ne va […] (EMV 645.2)
Secondo il racconto dell’Opera valtortiana, il percorso di conversione di Gamaliele giunge a compimento alcuni anni più tardi. Ormai completamente cieco, il vecchio rabbi si reca al Getsemani, dove incontra San Giovanni e la Vergine Maria. Non chiede loro di riacquistare la vista degli occhi, ma quella dello spirito, giungendo così alla piena fede in Cristo. Confortato dalle parole di Maria Santissima e ormai deciso ad aderire a Cristo, manifesta a Giovanni il desiderio di entrare senza indugio nella Chiesa nascente e gli chiede di accompagnarlo da Pietro per ricevere il battesimo:
[Dice Gamaliele:] «Ora che le parole di Maria e tue mi hanno confortato, voglio entrare subito nel l’Ovile del Maestro, prima che il mio vecchio cuore, affranto da tante cose, si fermi». (EMV 647.8)
Secondo la tradizione storica, Gamaliele muore circa cinque anni dopo questi avvenimenti, all’età di settantacinque anni.
Origine del suo nome
Il nome Gamaliele deriva dall’ebraico Gamlīʾēl, generalmente interpretato come “ricompensa di Dio” o “Dio è la mia ricompensa”. Il nome è composto da gamal, “ricompensare”, “ricompensa”, e El, “Dio”, elemento frequente nella formazione dei nomi propri ebraici.
Il nome era già attestato nella tradizione ebraica precedente al I secolo. Nell’epoca di Gesù fu portato da Gamaliele il Vecchio, celebre maestro della Legge e figura di grande autorevolezza nel giudaismo farisaico, identificato nell’Opera di Maria Valtorta con il personaggio che accompagna a lungo il percorso terreno di Gesù.
Gamaliele è ricordato anche nel Martirologio Romano nel giorno del 3 agosto in occasione dell’invenzione[10] delle sue reliquie e di quelle dei Ss. Stefano, Nicodemo, e Abibo. Sebbene non faccia parte dei santi nel senso tradizionale alcune agiografie e tradizioni lo considerano santo e protettore dei primi cristiani. La venerazione cristiana lo ha considerato soprattutto come modello di sapienza e di prudenza spirituale.
Dove lo incontriamo nell’Opera?
Gamaliele è presente lungo l’intero arco de L’Evangelo come mi è stato rivelato: compare infatti in tutti e dieci i volumi dell’Opera, dal primo, dove è già presente negli episodi dell’infanzia di Gesù, fino al decimo, nel quale viene narrato il suo lungo percorso interiore verso il riconoscimento di Cristo. La sua presenza, inizialmente legata soprattutto alla sua autorevolezza di dottore della Legge, acquista progressivamente maggiore rilievo con l’avvicinarsi della Passione e degli eventi successivi alla morte e risurrezione di Gesù.
Di seguito sono riportati i capitoli nei quali Gamaliele è presente o viene citato negli avvenimenti narrati:
Volume 2: EMV 85 EMV 114 EMV 116 EMV 123
Volume 3: EMV 160 EMV 162 EMV 166 EMV 169 EMV 225
Volume 4: EMV 272 EMV 275 EMV 281 EMV 282
Volume 5: EMV 339 EMV 340 EMV 341 EMV 354
Volume 6: EMV 364 EMV 365 EMV 376
Volume 7: EMV 456 EMV 464 EMV 470 EMV 471 EMV 472 EMV 474 EMV 477
EMV 478 EMV 486 EMV 487 EMV 491Volume 8: EMV 515 EMV 546 548 EMV 549
Volume 9: EMV 560 EMV 570 EMV 576 EMV 581 588 EMV 592 EMV 596
EMV 598Volume 10: EMV 602 EMV 604 EMV 609 EMV 627 EMV 632 EMV 644 EMV 645
EMV 647 EMV 648
Da altre opere di Maria Valtorta
In una ‘visione’ pubblicata nei I Quaderni del 1944 in data 7 agosto[11], Maria Valtorta ci fornisce una accuratissima descrizione di Gamaliele, indicando anche la sua età e un disegno dell’abito che indossava:
È un uomo sui sessant’anni, a giudicare dall’aspetto. Dai 55 ai 60. Alto, di nobile portamento e anche bello nei tratti fortemente semitici. La fronte deve essere alta, ma non è scoperta per un bizzarro copricapo che la copre sino a quasi le sopracciglia molto folte e dritte, che ombreggiano due occhi intelligentissimi, penetranti, neri, molto lunghi di taglio e incassati ai lati di un naso che scende diritto dalla fronte, lungo, sottile, dalle narici palpitanti, lievemente curvo in basso, alla punta. Guance di un avorio carico piuttosto incavate, non per emaciazione ma per conformazione del viso. Bocca piuttosto larga, dalle labbra sottili, ma bella, ombreggiata da baffi che non ne superano gli angoli e che si mescono ad una barba tagliata quadrata, che scende non più di tre dita dal mento; i baffi e la barba, molto ben curati, sono di una brizzolatura tanto accentuata da esser più bianca che nera, come doveva essere inizialmente e come denunciano dei rari fili di un nero fin quasi azzurrognolo tanto è morato.
Ma quello che mi colpisce è l’abito. Sulla testa ha un copricapo fatto di un telo di lino piuttosto rigido, che cinge la fronte e si chiude sulla nuca come la cuffia delle infermiere di Croce Rossa. Il lembo libero ricade, al disopra della fermatura, sul collo e giunge alle spalle. È una specie di cappuccio, insomma, ma da adattarsi di volta in volta. L’abito invece è fatto così. Sotto, una lunga (fino a terra, a coprire i piedi, che infatti non vedo) veste di lino candidissimo, molto ampia, con maniche lunghe e larghe, tenuta a posto alla vita da una ricca cintura che è tutto un gallone di ricamo e di cordoni. La veste ha degli orli ricamati come a bordura, molto ampi. Sopra questa vi è una specie di sopraveste curiosissima. Dietro pare una pianeta da Messa: un pezzo di stoffa tutta ricamata che pende dalle spalle sin verso il ginocchio, aperta ai lati, e che sul davanti scende a V fino all’altezza di dove finisce lo sterno facendo pieghe: 3 per parte, e sullo sterno è tenuta raccolta da una targa lavorata di metallo prezioso, che pare la borchia o chiusura di una cintura preziosa, che va ad allacciarsi ai lati posteriori della pianeta (la chiamerò così) ma non strettamente: appena quel tanto da tenere tutto a posto. Oltre questa fibbia, la pianeta scende senza più pieghe fino al ginocchio.
Questo scarabocchio vorrebbe essere la parte davanti di questa parte dell’abito del fariseo. Non rida di me.
Tutto intorno ai suoi bordi, questa singolare casacca ha dei nastrini messi così:
azzurri, fitti fitti. Questi nastri messi a frangia si ritrovano anche sui bordi di un amplissimo mantello di stoffa morbidissima, pare quasi una seta tanto è pieghevole e lieve, deve essere lino o lana del filato più fino, ma per la candidezza direi lino. Il mantello è tanto ampio che potrebbe bastare a coprire tre persone. Ora è aperto e pende dalle spalle sino a terra, dove si ammucchia con pieghe fastose.
Il fariseo ha le mani conserte sul petto, le braccia conserte, e guarda con severità e direi con disgusto qualche cosa. Non è sprezzante però. Direi addolorato.
Fin qui la prima parte della visione che ho descritto al presente per maggior vivezza, anche perché è tuttora presente alla mia vista come ieri sera. Se sapesse quanto ho studiato la veste del fariseo! Potrei dire e disegnare, se fossi capace, i ghirigori della fibbia preziosa e le greche dei bordi ricamati. (Q44, 7 agosto)
Anche nel giorno successivo dell’8 agosto[12] troviamo un ‘dettato’ riferito a Gamaliele. In particolare, dopo aver tracciato un intimo ritratto del suo pensiero, Gesù rivela che l’ultimo sguardo di Santo Stefano nel momento del martirio, fu un segno capace di indicargli la via verso Dio:
A sera aggiunge Gesù:
«Piccolo Giovanni, ora che ti sei riposato, aggiungi questo.
La Chiesa, divinamente ispirata, ricorda Gamaliele insieme all’invenzione di colui il cui martirio fu la pioggia d’aprile che fa erompere lo stelo in spiga. Ed è in questi giorni di agosto che la Chiesa nei suoi annali ricorda il ritrovamento del corpo di Stefano e colui che trovò la via di Dio, cercata per nostalgia della mia voce fanciulla per tutta la vita, la via che gli indicava lo sguardo rapito del primo mio martire.
Basta, ora. Domani verrò a farti felice.» (Q44, 8 agosto)
Il 3 agosto la liturgia cattolica commemorava l’Invenzione[10] (ritrovamento) delle reliquie di santo Stefano, ricorrenza tradizionalmente collegata anche alla figura di Gamaliele.
Nel 1960, nell’ambito della riforma del calendario liturgico avviata sotto il pontificato di Giovanni XXIII, fu soppressa la memoria liturgica del 3 agosto, tradizionalmente dedicata alla commemorazione del ritrovamento delle reliquie di santo Stefano, protomartire. La ricorrenza si affiancava a quella del 26 dicembre, giorno dedicato alla celebrazione del martirio di Stefano, che godeva quindi di una particolare duplice memoria nel calendario liturgico, come San Giovanni Battista.
Reliquie
Secondo una tradizione medievale, le reliquie attribuite a Gamaliele, a suo figlio Abibo e a Nicodemo, insieme a quelle di santo Stefano, furono scoperte miracolosamente nel V secolo a Kefar Gamala, presso Gerusalemme. La tradizione riferisce che Gamaliele avrebbe provveduto alla sepoltura di Stefano e che, nello stesso luogo, sarebbero stati successivamente sepolti Gamaliele, Nicodemo e Abibo. Secondo il canonico pisano Raffaello Roncioni, le reliquie dei tre personaggi sarebbero state donate alla città di Pisa nel 1100 dal condottiero crociato Goffredo di Buglione[13]. Le reliquie sono tuttora conservate all’interno del Duomo di Pisa (Cattedrale primaziale di Santa Maria Assunta), nell’altare dedicato ai tre santi[14].
Il 10 giugno 2021 l’urna contenente i resti fu aperta nell’ambito di una ricognizione promossa dall’arcivescovo di Pisa mons. Giovanni Paolo Benotto. Gli esami antropologici e genetici, affidati al paleoantropologo Francesco Mallegni dell’Università di Pisa, hanno stabilito che i resti appartengono a tre individui di sesso maschile e hanno evidenziato, tra due di essi, una relazione biologica di tipo padre-figlio. Le analisi hanno inoltre fornito indicazioni compatibili con una provenienza da paesi come Siria, Libano, Israele[15].
Per saperne di più su questo personaggio
Questo paragrafo è parzialmente estratto dal volume in lingua francese: Dizionario dei personaggi dell’Evangelo secondo Maria Valtorta[16]:
San Gamaliele è celebrato il 3 agosto dalla Chiesa cattolica.
Secondo il Talmud, avrebbe sposato la figlia di un sacerdote, Simone ben Natanaele, dalla quale avrebbe avuto due figli: Simeone e Abibo[17]. Divenne presidente del Sinedrio (Nassi) alla morte di Sciammai.
Gli Atti degli Apostoli riferiscono il suo intervento a favore di Pietro e Giovanni durante il loro processo[18]. Secondo papa Clemente I[19] rimase nel Sinedrio per aiutare i primi cristiani: si sarebbe convertito segretamente insieme al figlio Simone[20]. Secondo san Giovanni Crisostomo, si sarebbe convertito prima di san Paolo[21]. Secondo Fozio, sarebbe stato battezzato da san Pietro e san Giovanni, insieme al figlio Abibo e a Nicodemo[22].
Sarebbe morto nel 52 d.C[23].
Il Talmud dice di lui: «È la gloria della Torah che scompare con il rabbino Gamaliele»[24].
Gli viene attribuito un testo apocrifo, il Vangelo di Gamaliele e un testo copto del V secolo ispirato a un altro apocrifo, gli Atti di Pilato.
Secondo una visione che il sacerdote Luciano avrebbe avuto nel 415 d.C.[25], Gamaliele avrebbe fatto seppellire Stefano in una tomba nella quale egli stesso desiderava essere sepolto con la sua famiglia, presso Kaphar Gamala[26].
Note
- ↑ Atti: At 5,34 e At 22,3
- ↑ EMV 570.5
- ↑ Kefar Gamala (o Caphar Gamala) è un antico villaggio menzionato nelle fonti cristiane di epoca bizantina in relazione alla tradizione del ritrovamento delle reliquie di Santo Stefano protomartire e delle sepolture di Gamaliele e dei suoi figli. L’identificazione del sito è oggetto di discussione e comprende diverse proposte, tra cui Jammāla e Beit Jimal.
- ↑ nel terzo periodo di 4 mesi
- ↑ 5,0 5,1 nel primo periodo di 4 mesi
- ↑ capitolo-215
- ↑ EMV 645.12
- ↑ EMV 632.26
- ↑ EMV 644.4
- ↑ 10,0 10,1 questo termine non indica un fatto inventato, ma il ritrovamento delle reliquie di Santo Stefano. Il termine deriva infatti dal latino inventio, da invenire («trovare», «rinvenire»), e appartiene al linguaggio tradizionale della liturgia e della storia delle reliquie.
- ↑ I Quaderni del 1944, 7 agosto
- ↑ I Quaderni del 1944, 8 agosto
- ↑ Maria Luisa Ceccarelli Lemut, «Il Mediterraneo dei Santi. Culti e reliquie a Pisa, secoli VI-XII», in RiMe. Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea, n. 1/II, nuova serie, dicembre 2017, pp. 7-29.
- ↑ Si tratta del quarto altare della navata destra (nella zona dove si trova la Cappella di San Ranieri), opera marmorea di Stagio Stagi (1532-1535)
- ↑ Ricognizione delle reliquie attribuite a Gamaliele, Nicodemo e Abibo, Duomo di Pisa, 10 giugno 2021; studi antropologici e genetici condotti da Francesco Mallegni, Università di Pisa.
- ↑ Dictionnaire des personnages de l'évangile selon Maria Valtorta, di mons. René Laurentin, François-Michel Debroise, Jean-François Lavère, Éditions Salvator, 2012.
- ↑ Tosef., 'Ab. Zarah, III, 10.
- ↑ Atti degli Apostoli: At 5,34-39
- ↑ il 4º papa della Chiesa cattolica
- ↑ Recognitiones, I, 65.
- ↑ Omelia IV sugli Atti degli Apostoli.
- ↑ Fozio, Biblioteca, cod. 171, citando Eustratio, sacerdote della Grande Chiesa di Costantinopoli
- ↑ Talmud e Mons. A. e J. Lemann, Valeur de l’assemblée qui prononça la peine de mort contre Jésus-Christ (1877).
- ↑ Sotah, 15,18.
- ↑ Fonti: Catholic Encyclopedia e Encyclopaedia Judaica.
- ↑ Secondo il sacerdote salesiano e studioso biblico Andrzej Strus, Kefar Gamala sarebbe identificabile con Beit Jimal (Beit Gemal), a circa 26 km a sud-ovest di Gerusalemme: «Beit-Gemal può essere il luogo di sepoltura di Santo Stefano?», Salesianum, 54 (1992), pp. 1–26. Secondo la Jewish Virtual Library, Kefar Gamala sarebbe invece identificabile con Jammāla, località situata a 11 km a ovest di Ramallah, a nord di Gerusalemme.