Sara di Afeca

Da Wiki Maria Valtorta.
Orfani, di Ary Scheffer

Sara è una donna benestante di circa quarant’anni, vedova di un mercante di stuoie di Afeca, rimasta sola e senza figli. Possiede una vasta casa presso la «piazza della fontana rossa» di Afeca, oltre a vigne, frutteti e boschi, che amministra con grande cura, anche con l’aiuto del suo anziano e burbero intendente Samuele. La sterilità del matrimonio e l’assenza di un erede gravano profondamente sul suo animo, poiché teme che quanto lei e il marito hanno costruito nel corso della loro vita sia destinato a rimanere senza continuità.

L’incontro con Gesù, avvenuto nel borgo presso Ippo durante il Terzo anno della Vita pubblica[1], segna una svolta decisiva nel suo cammino spirituale. Mossa dalla compassione per Alfeo, figlio di Meroba, il bambino maltrattato incontrato da Gesù, manifesta il desiderio di adottarlo e di offrirgli una famiglia:

Una donna sui quarant’anni riesce a suon di costanza a farsi strada fino a Gesù e lo tocca in un gomito.

«Che vuoi, donna?».

«Quel bimbo… ho saputo… Io sono vedova e senza figli… Ricordati di me. Sono Sara di Afeca, la vedova del venditore di stuoie. Ricorda. Ho casa presso la piazza della fonte rossa. Ma ho anche qualche vigna e bosco. Ho da dare a chi è solo… e sarei felice…».

«Ricorderò, donna. La tua pietà sia benedetta». (EMV 450.7)

Sara persiste nella sua richiesta di poter adottare il bambino e quando Gesù si congeda dagli abitanti di Ippo per poter essere a Cafarnao nel giorno di sabato, lo segue fuori della città. Ha fatto amicizia con le discepole che “la riguardano come una di famiglia”. Dopo una discussione con Giuda di Keriot che respinge con malgarbo la sua richiesta di ospitare il Signore nella sua casa di Afec, Sara viene consolata da Gesù che accetta il suo invito:

«Conosci vie brevi tra Gamala e Afech?», chiede Gesù alla donna mortificata.

«Oh! sì! Via montana, ma buona, fresca perché fra i boschi. E poi, per le donne, pago io, si può prendere degli asinelli…».

«Verrò a casa tua per consolarti, anche se non posso darti il bambino perché ha sua madre. Ma ti prometto che, se Dio giudicherà che l’innocente disamato ritrovi amore, penserò a te».

«Grazie, Maestro. Tu sei buono», dice la vedova e guarda Giuda in un modo tale che vuol dire: «E tu sei cattivo». (EMV 454.6)

Durante il viaggio verso Afeca, attraversando le sue proprietà, Sara rinnova la richiesta di adottare il bambino, affinché possa ereditare i suoi beni e proseguire l’opera della sua famiglia. Gesù coglie però la motivazione ancora prevalentemente umana che anima questo desiderio e la conduce a riflettere sul valore delle ricchezze terrene e sul vero significato della maternità. Le ricorda che i beni materiali non hanno alcun valore nell’eternità e che una madre autentica non è soltanto colei che genera o accoglie un figlio, ma soprattutto colei che si prende cura della sua anima e della sua crescita spirituale.

Il Signore la invita quindi a un profondo distacco interiore dalle ricchezze e dai progetti puramente umani, esortandola a cercare, anzitutto, la santità:

[Dice Gesù:] «Cura prima te stessa, spogliati dell’umanità ancor troppo viva, libera la tua giustizia da questa crosta di umanità che la deprime, e allora meriterai di esser madre. Perché non è madre solo chi genera o chi ama un figlio adottivo e lo cura e segue nei suoi bisogni di creatura animale. Anche la madre di questo lo ha generato. Ma non è madre perché non ha cura né della sua carne, né del suo spirito. Madre si è quando ci si cura soprattutto di ciò che non muore più, ossia dello spirito, non soltanto di quello che muore, ossia della materia. E credi, o donna, che chi amerà lo spirito, amerà anche il corpo, perché possederà un amore giusto e perciò sarà giusto».

«Ho perduto il figlio, lo comprendo…».

«Non è detto. Il tuo desiderio ti spinga a santità e Dio ti esaudirà. Sempre ci saranno orfani nel mondo». (EMV 456.5)

Durante il soggiorno ad Afeca, un primo segno della benevolenza del Signore verso Sara si manifesta con la guarigione istantanea di Elia di Afeca, uno dei suoi servi, gravemente colpito da una cancrena dopo una caduta da una scala mentre stava imbiancando la casa.

Poco dopo, presso il fóndaco di Sara, Gesù rivolge il suo insegnamento agli abitanti di Afeca e ai numerosi viandanti che attraversano la città. Al termine della predicazione, ormai profondamente trasformata interiormente, Sara comprende che il vero tesoro non consiste nei beni che possiede, ma nel seguire il Maestro. Con l’aiuto degli apostoli, e in particolare di Pietro, matura il definitivo distacco dalle ricchezze e decide di unirsi stabilmente al gruppo delle donne discepole, trasferendosi a Cafarnao:

Gesù si accomiata dalla vedova, vorrebbe cioè accomiatarsi, ma lei si inginocchia e gli confessa le sue decisioni: «Ho deciso di lasciare qui Samuele, migliore come servo che come credente, e venire a Cafarnao presso di Te».

«Io lascerò Cafarnao presto e per sempre».

«Hai là dei discepoli buoni, però».

«Questo è vero».

«Io ho deciso così… In tal modo ti darò prova che so distaccarmi dalle ricchezze e amare con giustizia. Userò il denaro che qui si accumula per i tuoi poveri e per primo povero considererò il bambino, se proprio la madre lo vorrà tenere pur non amandolo. Intanto, ecco questo», e offre una pesante borsa.

«Dio ti benedica con le benedizioni sue e dei beneficati. Molto hai progredito in poche ore».

La donna si fa rossa. Dà uno sguardo in giro, poi confessa: «Io non sono a far tanta miglioria. Il tuo apostolo mi ha insegnato. Quello, quello là, che si nasconde dietro al giovane bruno».

«Simon Pietro. Il capo degli apostoli. Che ti ha detto, dunque?».

«Oh! mi ha parlato così semplice e così bene! Si è umiliato, lui apostolo, a confessarmi che anche lui era come me, ingiusto nei suoi desideri. Oh! non lo posso credere! Ma che però si è sforzato a divenire buono per meritare ciò che desiderava, e che sempre più si sforza a divenirlo per non fare, del bene avuto, un male. Sai, le cose dette fra noi, povera gente, si capiscono di più… Ti offendo, Signore?».

«No. Dài gloria a Dio con la tua sincerità e con la lode data al mio apostolo. Fa’ come egli ti ha consigliato e Dio sia sempre con te, che tendi alla giustizia».

La benedice e si avvia per il primo, diretto verso nord ovest, sotto verdi frutteti stormenti ad un vento improvviso. (EMV 457.5).

Carattere ed aspetto fisico

Cartina della Palestina: Afec

Maria Valtorta la descrive come una donna di circa quarant’anni. Pur appartenendo a una famiglia agiata, si distingue per la generosità e la disponibilità verso i più deboli. Dotata di carattere fermo e di notevoli capacità organizzative, amministra personalmente la casa e le vaste proprietà di famiglia, avvalendosi della collaborazione di numerosi servitori. Tra questi l’Opera ricorda Samuele di Afeca, vecchio intendente e amministratore della casa; Elia di Afeca, miracolosamente guarito da Gesù da una grave cancrena; Filippo di Afeca e Giuseppe di Afeca, servi della casa; Maria di Afeca e Giovanna di Afeca, ancelle al servizio della padrona.

Percorso apostolico

Orfani di Thomas Kennington

Il percorso di Sara di Afeca nell’Opera rappresenta un progressivo cammino di conversione, che la conduce dall’attaccamento ai beni materiali alla piena adesione alla sequela di Cristo. Dopo aver lasciato le proprie ricchezze per unirsi stabilmente al gruppo delle donne discepole, la sua vocazione alla maternità trova finalmente compimento.

In seguito a un delitto avvenuto a Giscala, originato da una vicenda di adulterio, un bambino rimane orfano dopo l’uccisione dei suoi genitori. Gesù, dopo aver pronunciato il suo giudizio sui fatti, affida il piccolo alle cure di Sara, realizzando così la promessa che le aveva fatto ad Afeca circa la possibilità di diventare madre di un orfano.

Tutti colpevoli qui. Tutti. Anche i giudici mossi da opposti moti di vendetta personale. Uno solo l’innocente. E a questo va la mia pietà. Io non posso tornare indietro. Ma chi di voi sarà caritatevole al pargolo ed a Me che soffro per lui?».

Gesù guarda la folla con occhi di mesta preghiera.

In molti dicono: «Che vuoi? Però ricorda: è un bastardo».

«A Cafarnao vi è una donna di nome Sara. È di Afec. Una mia discepola. Portatele il fanciullo e ditele: “Gesù di Nazaret te lo affida”. Quando il Messia che attendete avrà fondato il suo Regno e messo le sue leggi, che non annullano la Parola del Sinai ma ne danno il compimento con la carità, i bastardi non saranno più senza madre, perché Io sarò il Padre di quelli che non hanno padre e dirò ai miei fedeli: “Amate questi per amore di Me”. E altre cose saranno mutate, perché la violenza verrà sostituita dall’amore. (EMV 472.7)

L’episodio costituisce il compimento del cammino spirituale iniziato ad Afeca: dopo aver imparato da Gesù che la vera maternità consiste anzitutto nella cura dell’anima, Sara riceve finalmente la possibilità di vivere quella maternità come autentico servizio di carità. Stabilitasi a Cafarnao, secondo la testimonianza di Maria Salome, diviene madre amorevole non solo per l’orfano di Giscala, ma anche di Alfeo e degli altri i figli di Meroba, rimasti senza la protezione della madre dopo la sua tragica morte:

«parlano della vedova Sara di Afec, che si è stabilita a Cafarnao ed è madre amorosa non soltanto dell’infante di Giscala ma anche dei piccoli figli della donna di Cafarnao che, passata a seconde nozze, non amava più i figli del primo letto e che è morta poi «così male che veramente si è vista la mano di Dio nella sua morte», dice Salome. (EMV 577.2)

Secondo il racconto dell’Opera, Sara di Afeca è inoltre annoverata tra le donne discepole che rimangono fedeli a Gesù fino agli eventi della Passione ed è ricordata tra i testimoni della sua Risurrezione. Durante la Pasqua supplementare celebrata a Betania, il suo nome compare infatti tra quelli delle donne presenti:

Ci sono tutte, proprio tutte, giovani e vecchie, anche quelle che non sono mai venute, come Sara di Afec. Sulla terrazza giuocano i bambini raccolti da Sara, i nipoti di Anna di Meron, Maria e Mattia, il fanciullo Scialem, che era deforme e che era nipote di Nahum e che ora è felice e sano, e altri ancora. (EMV 636.1)

Origine del suo nome

Sara (o Sarai) vuol dire “Principessa”. Il nome richiama quello della moglie di Abramo, una delle grandi figure femminili dell’Antico Testamento[2].

Dove la incontriamo nell’Opera?

Volume 7: EMV 450 EMV 454 EMV 455 EMV 456 EMV 457 EMV 458 EMV 465 EMV 475 EMV 490

Volume 9: EMV 577

Volume 10: EMV 636

Note

  1. Nel terzo periodo di 4 mesi
  2. Genesi 11,29