Tiro
Tra le più importanti città della Fenicia, Tiro fu per secoli un grande porto e un centro nevralgico dei commerci marittimi nel Mediterraneo orientale. Situata sulla costa dell’attuale Libano, nel I secolo d.C. era compresa nella regione della Siro Fenicia.
Descrizione
Maria Valtorta descrive Tiro ne L’Evangelo come mi è stato rivelato e ne traccia anche un bozzetto nel proprio quaderno autografo.
Sono le prime ore del mattino quando Gesù giunge davanti ad una città sul mare. Quattro barche seguono la sua. La città è spinta in mare stranamente, come fosse fabbricata su un istmo. Anzi, come se un esile istmo ne congiungesse la parte tutta sporgente sul mare con quella stesa sulla riva.
Vista dal mare, sembra un enorme fungo, adagiato sulle onde col suo cocuzzolo e conficcato con le radici sulla costa: l’istmo è il gambo. Al di qua e al di là di esso, due porti; l’uno, quello di settentrione, meno chiuso, è pieno di piccole imbarcazioni. L’altro, a meridione, ben più riparato, di grossi navigli in arrivo o in partenza. […]
Girano l’isola e vedo che l’istmo è artificiale, una specie di diga ciclopica che unisce l’isoletta alla terra ferma. Si costruiva senza miserie un tempo! Arguisco da quest’opera e dal numero dei navigli nei porti quanto la città fosse ricca e attiva nei commerci. Dietro alla città, dopo una zona piana, sono collinette di bell’aspetto, e molto lontano è visibile il grande Hermon e la catena libanese. Arguisco anche che questa sia una delle città che vedevo dal Libano. (EMV 251.1)
L’Opera valtortiana fu manoscritta su 122 comuni quaderni di carta. Il disegno di Tiro si trova nel quaderno n. 58 ed è datato 12 agosto 1945. Nella riproduzione è stato mantenuto l’orientamento originale del manoscritto; per leggere correttamente le annotazioni occorre pertanto capovolgere l’immagine. Le scritte riportate da Maria Valtorta sono: Parte di città sul mare – istmo – città sulla riva.
Eventi principali
Durante il Secondo anno della Vita pubblica[1] Gesù raggiunge Tiro via mare insieme agli apostoli e ad alcuni discepoli, tra i quali il pastore Isacco, per evangelizzare i territori della Siro Fenicia. Tra gli elementi che caratterizzano la descrizione di questa missione vi sono alcuni interessanti particolari inerenti la pesca del murice[2] dal quale si ricavava la celebre porpora fenicia, una delle principali risorse economiche di Tiro fin dall’antichità. Dai dialoghi riportati nell’Opera si ricava, ad esempio, che la pesca si svolgeva lungo la costa tra Tiro e Sidone durante i mesi estivi, per poi interrompersi a settembre con l’arrivo delle burrasche autunnali. È il pastore Isacco a fornirci una prima informazione rispondendo a una domanda del Signore:
«Sai un luogo quieto dove potersi riunire?».
«All’estremità del golfo vi è una spiaggia deserta, in cui sono casupole di pescatori, vuote in questa stagione perché malsane e perché la stagione della pesca dei pesci da salagione è finita, ed essi vanno nella Siro-Fenicia alla pesca della porpora. Molti di essi già credono in Te, per averti sentito parlare nelle città di mare e per aver trovato i discepoli, e mi hanno ceduto le casette per i nostri riposi. Vi torniamo dopo una missione. Perché molto è da fare su questa costa. È perfettamente corrotta da tante cose. Vorrei giungere sino alla Siro-Fenicia, e lo potrei fare per mare, perché la costa è troppo arroventata dal sole per farla a piedi. Ma io sono pastore, non marinaro, e fra questi non ve ne è uno che sappia veleggiare». (EMV 250.1)
Giunto nei pressi di Tiro, Gesù si rivolge poi direttamente ai pescatori della costa:
E poi, volgendosi ai pescatori: «Quando finisce la pesca della porpora?».
«Alle burrasche di autunno. Dopo il mare è troppo agitato qui». (EMV 251.4)
La pesca del murice diventa infine il punto di partenza di un insegnamento sulla perseveranza. Dopo aver narrato la parabola del “minatore perseverante”, Gesù richiama l’esperienza quotidiana dei pescatori, trasformando il loro lavoro in un’efficace immagine della vita spirituale:
«Molti sono i miei discepoli e più saranno. Ma la terza parte della metà soltanto sapranno esserlo fino alla fine. Perseverare. È la grande parola. Per tutte le cose buone.
Voi, quando gettate il tramaglio per strappare le conchiglie delle porpore, lo fate forse una volta sola? No. Ma una dopo l’altra e per ore, per giorni, per mesi, pronti a tornare sul posto l’anno seguente, perché questo dà pane e agiatezza, a voi e alle famiglie vostre. E vorreste fare diverso per le cose più grandi quali sono gli interessi di Dio e delle anime vostre, se fedeli; vostre e dei fratelli, se discepoli? In verità vi dico che per estrarre la porpora delle vesti eterne occorre perseverare fino alla fine». (EMV 251.6)
Pur senza descrivere direttamente il processo di estrazione del colorante, questi passi testimoniano come la pesca del murice fosse un’attività ben conosciuta e profondamente radicata nell’economia della costa fenicia. Gesù utilizza una pratica tipica dell’economia produttiva di Tiro, ben nota ai suoi interlocutori, trasformandola in una significativa metafora della perseveranza nella vita cristiana.
Successivamente, all’inizio del Terzo anno della Vita pubblica[3], il Signore è costretto a inviare ad Antiochia, come fuggiaschi, i discepoli Giovanni di Endor e Sintica, per sottrarli alle persecuzioni e ai pericoli che li minacciano e per preparare le prime basi della futura Chiesa cristiana in Asia Minore. Sotto la guida di Pietro, gli apostoli Andrea, Giacomo e Giovanni, Giuda Taddeo e Giacomo di Alfeo, Matteo e Simone Zelote sono incaricati di accompagnarli fino ai possedimenti che la famiglia di Lazzaro di Betania possiede ad Antigonio, dove il padre Teofilo era stato governatore della Siria.
La missione prende avvio dalla città di Tolemaide. Da qui il gruppo raggiunge Tiro via mare, avanzando a forza di remi lungo la costa. Giunti in città durante la notte, sbarcano “nel porticciuolo più piccolo, quello a sud dell’istmo”.
Sarà proprio dal porto di Tiro che, il giorno seguente, essi si imbarcheranno sulla nave del navigatore cretese Nicomede Filadelfio di Filippo. Dopo un viaggio avventuroso approderanno al porto di Seleucia e da lì raggiungeranno Antiochia.
Si caricano dei cofani e per l’istmo stretto passano all’altro porto. L’uomo di Tiro li accompagna, pratico come è, per i vicoli fatti dalle balle di mercanzie accatastate sotto tettoie vastissime, fino alla potente nave del cretese, che già sta facendo le manovre di prossima partenza, e dà la voce a quelli di bordo perché ricalino la passerella che hanno alzata. (EMV 319.6)
I due discepoli fuggiaschi saranno accolti e ospitati da Filippo, l’anziano e fedele intendente di Lazzaro, mentre gli Apostoli faranno poi ritorno in Palestina, per ricongiungersi al Maestro.
La Scala di Tiro
Con l’espressione “Scala di Tiro” (in latino Scala Tyriorum) si fa riferimento a un importante passaggio storico-geografico situato in epoca antica e medievale nell’odierno Libano meridionale, a circa 15-20 chilometri a sud della città di Tiro.
Il termine non indica un’architettura costruita con gradini, bensì un promontorio roccioso a strapiombo sul mare che interrompeva la continuità della spiaggia lungo la costa fenicia. Per superarlo e collegare Tiro alle altre città costiere, i viaggiatori e gli eserciti erano costretti a percorrere un sentiero molto ripido e scosceso intagliato nella roccia del promontorio noto come Rosh Hanikra.
L’origine del nome deriva probabilmente dai gradini e dai percorsi scavati nella roccia che permettevano di superare le alte falesie a picco sul mare. Per secoli la “Scala di Tiro” rappresentò uno dei principali punti di passaggio tra la Fenicia e la Terra d’Israele e costituì una barriera naturale per eserciti, carovane e viaggiatori. I pellegrini cristiani avevano denominato questo sito Scala Tyriorum, “scala di Tiro”.
Le fonti antiche la collocano circa cento stadi a nord di Tolemaide[4] e la citano come limite geografico della Fenicia meridionale. Lo storico Giuseppe Flavio e il Primo Libro dei Maccabei[5] la menzionano come un punto di riferimento ben noto nel mondo antico.
Oggi la “Scala di Tiro” è generalmente identificata con il promontorio di Rosh Hanikra, presso il confine tra Israele e Libano. Le celebri falesie bianche e le grotte marine di questo sito conservano ancora l’aspetto naturale che rese celebre la “Scala di Tiro” nell’antichità.
«Alessandro il Grande avrebbe fatto scavare verso il 333 a.C. queste scale (o gradini) per i suoi soldati e le loro cavalcature. Poi esse furono usate dalle legioni romane e dai crociati. Luogo poco conosciuto anche oggi, non ne rimane che qualche incisione»[6].
Nei capitoli 330 e 331 de L’Evangelo come mi è stato rivelato, Maria Valtorta menziona la cosiddetta Scala di Tiro, l’antico passaggio costiero situato tra la Galilea e la Fenicia, come un riferimento geografico molto preciso, coerente con la geografia storica della costa tra Tolemaide e Tiro.
E la marcia continua per la pianura, che si restringe sempre più per l’avanzarsi delle colline verso il litorale, tanto che dopo un altro torrente, con l’indispensabile ponte romano, la strada in pianura diviene strada nel monte, biforcandosi al ponte con una meno ripida che si dilunga verso nord-est per una valle, mentre questa, scelta da Gesù, secondo l’indicazione del cippo romano: “Alessandroscene — m.V°”, è una vera e propria scala nel monte roccioso ed erto che tuffa il muso aguzzo nel Mediterraneo, che sempre più si spiega alla vista man mano che si sale. Solo pedoni e somarelli percorrono quella via, quella gradinata, sarebbe meglio detto. Ma, forse perché raccorciante di molto, la strada è anche molto battuta e la gente osserva curiosa il gruppo galileo, così insolito, che la percorre.
«Questo deve essere il capo della Tempesta», dice Matteo indicando il promontorio che si spinge in mare.
«Sì, ecco lì sotto il paese dal quale ci parlò1 il pescatore», conferma Giacomo di Zebedeo.
«Ma chi avrà fatto questa strada?».
«Chissà da quando c’è! Opera fenicia forse…». (EMV 328.1)
Come Maria Valtorta ha “letto” sul cippo romano, Alessandroscene era effettivamente posta a 5 miglia romane (“m.V°”) dal luogo in cui iniziano le scale di Tiro, esattamente a 7,5 km più a nord, come l’hanno confermato scavi recenti.
Toponimi
Nell’Opera di Maria Valtorta: Tiro. Forma biblica: Tiro (in latino: Tyrus; fenicio: Ṣūr). La città corrisponde all’odierna Tiro, nel Libano meridionale. Il nome fenicio Ṣūr significa «scoglio» o «roccia» e richiama il nucleo originario della città, edificato su un’isola rocciosa al largo della costa. Le origini dell’insediamento risalgono tradizionalmente al III millennio a.C.
Principale porto della costa fenicia, Tiro era situata a circa 40 km a sud di Sidone e a 45 km a nord di Tolemaide[4].
Nel 332 a.C., durante la campagna d’Oriente di Alessandro Magno, l’isola fu collegata alla terraferma mediante un imponente terrapieno artificiale costruito per consentire l’assedio e la conquista della città. Il progressivo accumulo di sedimenti nel corso dei secoli trasformò poi questo collegamento in un istmo permanente, mutando l’antica isola nella penisola che caratterizza ancora oggi il sito.
Dove se ne parla nell’Opera?
Volume 4: EMV 242 EMV 251 EMV 252 EMV 266 EMV 287
Volume 5: EMV 310 EMV 313 EMV 318 EMV 319 EMV 325 EMV 328 EMV 330 EMV 331 EMV 344
Per saperne di più su questo luogo
Tiro possedeva due approdi: uno su un’isola, a una certa distanza dalla costa, e l’altro sulla terraferma.
La città è attestata nei testi egiziani fin dal 1850 a.C. e partecipò molto presto al commercio di oggetti di lusso con l’Egitto. Gli Egizi cercarono a lungo di controllare la costa fenicia, ma con il declino dell’Egitto Tiro conservò la propria indipendenza. Il re Hiram I (979-945 a.C.) intratteneva ottimi rapporti con Davide e Salomone[7]. Fu lui a far realizzare una diga che collegava i due porti di Tiro. Questo periodo è ricordato come l’età d’oro della città, i cui abitanti divennero in seguito i “prìncipi” del commercio nel Mediterraneo orientale[8]. Le principali merci esportate erano il vetro prodotto localmente e la celebre porpora scarlatta ricavata dal murice[2]. Gezabele, figlia di Etbaal, sposò Acab per suggellare l’alleanza tra i due regni, introducendo in Israele usi e culti pagani.
Nel 803 a.C. Tiro pagava tributo al sovrano assiro Adad-Nirari III e successivamente a Tiglat-Pileser III. Pur sottomessa al dominio assiro, conservò una notevole autonomia. Nel 722 a.C. Tiro cadde, come la città di Samaria, nelle mani di Sargon II. I Tiri tentarono più volte, senza successo, di ribellarsi con l’appoggio dell’Egitto. La supremazia assira terminò con l’ascesa dei Babilonesi[9]. Tiro fu infine conquistata da Alessandro Magno nel 332 a.C. Più tardi il re Erode il Grande ricostruì il principale tempio della città, ancora visibile all’epoca di Gesù[10]. Gli abitanti di Tiro ascoltarono la predicazione di Gesù[11] e la città ospitò una vivace comunità cristiana già nel I secolo[12][13].
Estratto dal Dizionario geografico dell’Evangelo secondo Maria Valtorta di Jean-François Lavère
Tiro, Es Sûr, Tyrus
Provenendo da Sicaminon, Gesù, accompagnato da alcuni discepoli, passa in barca davanti a Tiro ed evangelizza alcuni pescatori non lontano dalla città. In seguito gli apostoli, accompagnando nel loro cammino d’esilio i discepoli Sintica e Giovanni di Endor, fanno tappa a Tiro. È l’occasione per Maria Valtorta di descrivere con notevole realismo la città e le sue strutture portuali:
La città è spinta in mare stranamente, come fosse fabbricata su un istmo. Anzi, come se un esile istmo ne congiungesse la parte tutta sporgente sul mare con quella stesa sulla riva. Vista dal mare, sembra un enorme fungo, adagiato sulle onde col suo cocuzzolo e conficcato con le radici sulla costa: l’istmo è il gambo. Al di qua e al di là di esso, due porti; l’uno, quello di settentrione, meno chiuso, è pieno di piccole imbarcazioni. L’altro, a meridione, ben più riparato, di grossi navigli in arrivo o in partenza. […] Si costruiva senza miserie un tempo! Arguisco da quest’opera e dal numero dei navigli nei porti quanto la città fosse ricca e attiva nei commerci. Dietro alla città, dopo una zona piana, sono collinette di bell’aspetto, e molto lontano è visibile il grande Hermon e la catena libanese. Arguisco anche che questa sia una delle città che vedevo dal Libano[14]. […] Il Maestro non scende a Tiro, né alla città di terra[15].
Città costiera e principale porto dei Fenici dall’antichità fino all’epoca romana, Tiro si trova circa 40 km a sud di Sidone e 45 km a nord di Haifa. I resti del porto originario, a sud della penisola, furono esplorati dall’Institut Français d’Archéologie du Moyen-Orient[16] nel 1863.
La città insulare disponeva di due porti: a nord, il “porto sidonio”; a sud, il “porto egiziano”. Una grande diga lunga circa 500 metri e larga 40 metri fu costruita per ordine di Alessandro Magno. Al tempo di Cristo, grazie alla pace romana, Tiro tornò a essere un importante centro commerciale.
L’interramento progressivo avvenuto nel corso dei secoli trasformò gradualmente l’antica isola in un istmo.
È interessante notare che nel 1962 la strada rialzata descritta da Maria Valtorta quasi vent’anni prima, era ancora completamente sepolta sotto la sabbia[17].
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- 33° 16’ 24’’ N / 35° 11’ 34’’ E
- +15 m
Note
- ↑ nel secondo periodo di 4 mesi
- ↑ 2,0 2,1 Il murice è un mollusco marino dotato di una conchiglia robusta e spinosa. Noto nella cucina mediterranea come prelibato frutto di mare, è celebre fin dall’antichità per via di una ghiandola da cui si estraeva la mitica porpora, un pigmento di colore rosso-violaceo usato per tingere le vesti di re e imperatori.
- ↑ nel primo periodo di 4 mesi
- ↑ 4,0 4,1 l’odierna Acri (Israele), nella Galilea occidentale
- ↑ 1 Maccabei 11,59
- ↑ Jean-François Lavère, L’Enigma Valtorta, Centro Editoriale Valtortiano, Isola del Liri, 2012, pag.73
- ↑ 1 Re 5
- ↑ Is 23,8
- ↑ Vedi i profeti Geremia (Ger 27) ed Ezechiele (Ez 26)
- ↑ Matteo 15,21
- ↑ Marco 3,8 Matteo 11,21
- ↑ Atti degli Apostoli 21,3
- ↑ Fonte: Dizionario della Bibbia – A.M. Gérard – A cura di Robert Laffont.
- ↑ EMV 251.1
- ↑ EMV 251.2
- ↑ Istituto francese d’archeologia orientale del Cairo
- ↑ Vedi: Robert Donceel, Recherches et travaux archéologiques au Liban (1962-1965), l’Antiquité classique 1967, vol 36 n° 1. Vedi anche: Jules de Bertou, Essai sur la topographie de Tyr 1843.