La fede della donna cananea

Da Wiki Maria Valtorta.

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La fede della donna cananea (Mt 15,21-28 e Mc 7,24-30)[1]

L’episodio della donna cananea (secondo Matteo[2]), o della donna siro-fenicia (secondo Marco[3]), presenta un Gesù molto distante dall’immagine di bontà che emerge dal resto del Vangelo. È uno degli episodi del Nuovo Testamento più commentati, per le questioni che solleva riguardo al comportamento di Gesù, alla fede della donna e alle implicazioni teologiche.

Secondo l’Opera di Maria Valtorta, questo episodio[4] completa il travagliato annuncio dell’universalità della Salvezza, pronunciato da Gesù tre giorni prima ad Alessandroscene, e prepara il futuro invio degli apostoli nelle terre pagane[5].

Il racconto evangelico

Gesù e gli apostoli si trovano in un territorio pagano, una situazione rara nei Vangeli, poiché Gesù percorre prevalentemente i territori d’Israele. Una madre afflitta si presenta a lui per supplicarlo di liberare sua figlia dal demonio che la possiede. Gesù prosegue il cammino senza risponderle. I discepoli lo raggiungono per supplicarlo, non per esaudire la sua richiesta, ma per mandarla via, perché li infastidisce con le sue suppliche. Gesù fa proprio questo, congedandola in modo altezzoso e severo: Lui è venuto soltanto per le pecore perdute d’Israele!

La madre afflitta, lungi dallo scoraggiarsi, gli sbarra la strada gettandosi ai suoi piedi. Gesù la paragona allora a un cane. Ieri come oggi, il paragone è sprezzante, anche se Gesù lo attenua dicendo “cagnolini”. Senza lasciarsi turbare, la donna siro-fenicia, di cui non conosciamo il nome, si umilia fino a chiedere soltanto le briciole che cadono dalla tavola, proprio come fanno i “cagnolini”. A quel punto, Gesù la colma dei suoi benefici e concede il miracolo.

Gli interrogativi della moderna esegesi

L’episodio evangelico della madre cananea rappresenta, ancora oggi, una prova particolarmente impegnativa per il sacerdote chiamato a commentarlo: i fedeli non riconoscono immediatamente il volto di Gesù. Colui che è “mite e umile di cuore”[6], prosegue indifferente il suo cammino, senza fermarsi, paragonando addirittura la donna a un cane. È vero che il termine greco kynária (cagnolini domestici), usato da Gesù, è talvolta meno spregiativo di kyōn (cani), ma il paragone svalutante rimane.

Alcuni ritengono che Gesù fosse prigioniero dei pregiudizi del suo tempo, come sembrerebbe suggerire il fatto che non dia ascolto alla richiesta della madre afflitta. Nel Discorso della montagna, tuttavia, Egli dimostra esattamente il contrario: la misericordia è il compimento della Legge[7].

Altri pensano che Gesù scopra, proprio in questa occasione, la propria vocazione di Messia universale. Eppure conosceva così perfettamente le Scritture da essere in grado, già a tredici anni, di sostenere una conversazione su questo tema con i più grandi dottori del suo tempo[8].

Che cosa sarebbe andato a fare, inoltre, in quel paese pagano, se fosse stato inviato soltanto alle “pecore perdute della casa d'Israele”[9], come afferma nel Vangelo?

Infine, se due evangelisti, Matteo e Marco, riportano questo episodio fin nei dialoghi, se ne deduce che esso appartenga a quel nucleo essenziale che il Vangelo seleziona per consolidare la nostra fede[10].

Nell’Opera di Maria Valtorta

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Il contesto

Questo passo del Vangelo, che sembra presentare una zona d’ombra, trova una spiegazione nell’Opera di Maria Valtorta[4]. L’episodio si svolge nel Terzo anno della Vita pubblica di Gesù[11], nei dintorni di Cedes. È inverno. Gli apostoli camminano nel freddo e nel fango e brontolano, come farebbe chiunque nella loro situazione. Si trovano in terra pagana, una condizione che suscita orrore negli israeliti; del resto, gli abitanti di quella regione, ricambiano pienamente la loro ostilità. Ma perché Gesù li conduce in quella regione sperduta, anziché occuparsi delle pecore perdute d’Israele, come aveva dichiarato esplicitamente quando li aveva inviati per la prima volta in missione[12]?

Il fallimento appare completo: vengono cacciati a forza dalla città di Alessandroscene, dove Gesù predicava la tenerezza di Dio verso tutti gli uomini attraverso la parabola degli operai dell’undicesima ora[13]. Giacomo, figlio di Zebedeo, comincia a manifestare apertamente i propri dubbi, ferendo profondamente Gesù. Poco dopo, anche Giovanni, l’apostolo prediletto da Gesù, si unisce alla ribellione del fratello. Entrambi sono tentati dalla violenza, che li trasfigura in modo negativo[14]. Gesù li ammonisce: in quel momento sono più i “figli del tuono” che figli di Dio. Da questo episodio deriva il soprannome di Boanerghes[15], che è al tempo stesso un appellativo affettuoso, riferito al loro temperamento impetuoso, e un ammonimento.

La donna siro-fenicia

Questa donna fenicia ha sentito parlare di Gesù e si è recata appositamente per incontrarlo. Nel freddo di quella mattina di gennaio, lo attende presso la casa di Giona e Sara, che la accolgono: Gesù è andato a pregare. Quando torna manifesta una certa fretta, vuole raggiungere Aczib prima del sabato. Non ha tempo di ricevere la donna fenicia[16]. Così Maria Valtorta descrive il primo incontro:

Ma accorre anche una non della casa. Una povera donna piangente, vergognosa… Procede curva, quasi strisciando, e giunta presso il gruppo al cui centro è Gesù si dà a gridare:

«Abbi pietà di me, o Signore, Figlio di Davide! La mia figliola è molto tormentata dal demonio che le fa fare cose vergognose. Abbi pietà, perché io soffro tanto e sono schernita da tutti per questo. Quasi che la mia creatura ne abbia colpa di fare ciò che fa… Abbi pietà, Signore, Tu che tutto puoi. Alza la tua voce e la tua mano e comanda allo spirito immondo di uscire da Palma. Non ho che questa creatura, e vedova sono… Oh! non te ne andare! Pietà!…». (EMV 331.4)

Ma Gesù “se ne va, inspiegabilmente duro verso la povera donna, che si trascina sui ginocchi con le braccia tese in supplica affannosa”[17]. Lei è rimasta ad attenderlo al freddo, davanti alla porta, “come un cagnolino”[17].

Gesù, tuttavia, cammina rapidamente, sordo a ogni richiamo. Gli abitanti della casa dicono alla donna:

«Rassegnati! Non ti vuole ascoltare. Lo ha detto: è per quelli di Israele che è venuto…».

Ma lei si alza disperata e nello stesso tempo piena di fede, e risponde: «No. Tanto pregherò che mi ascolterà». E si dà ad inseguire il Maestro sempre gridando le sue suppliche, che attirano sugli usci delle case del villaggio tutti coloro che sono desti e che, come quelli della casa di Giona, si dànno a seguirla per vedere come va a finire la cosa. (EMV 331.4)

Gli apostoli sono sconcertati da questo comportamento del tutto insolito. La presenza della folla diventa imbarazzante. Gli apostoli non ne possono più e si rivolgono bruscamente alla donna: “Taci e va’ via!”[18], ma lei supplica ancora più insistentemente. Decidono quindi di rivolgersi a Gesù:

«Andiamo a dirlo al Maestro, che la cacci Lui, posto che non la vuole esaudire. Così non si può durare!», dice Matteo, mentre Andrea mormora: «Poveretta!», e Giovanni ripete senza tregua: «Io non capisco… Io non capisco…». È sbalordito, Giovanni, del modo di agire di Gesù. (EMV 331.5)

Così fanno, gli Apostoli chiedono a Gesù di mandar via la donna, con toni severi.

Il dialogo con Gesù

Gesù si ferma, ma soltanto per ribadire con estrema chiarezza il proprio rifiuto:

«Taci, donna. E torna a casa. Io l’ho già detto: “Sono venuto per le pecore d’Israele”. Per guarire le malate e ricercare le perdute fra esse. Tu non sei d’Israele». (EMV 331.6)

Questo non scoraggia affatto la madre afflitta. Gesù la rimprovera:

«Non è bene prendere il pane dei figlioli della casa e gettarlo ai cani della via». (EMV 331.6)

A differenza del testo dei Vangeli, qui la formulazione non è attenuata: non si parla di “cagnolini”, ma di “cani randagi”. La donna fenicia non si scandalizza del paragone, ma lo usa come punto di partenza per rinnovare la propria supplica:

«Io credo in Te. Credendo, da cane della via sono divenuta cane della casa. Te l’ho detto: sono venuta avanti l’alba ad accucciarmi sulla soglia della casa dove Tu eri, e se fossi uscito di lì avresti inciampato in me. Ma Tu sei uscito dall’altro lato e non mi hai vista. Non hai visto questo povero cane straziato, affamato della tua grazia, che aspettava di entrare, strisciando, dove Tu eri, per baciarti i piedi così, chiedendoti di non cacciarlo…».

«Non è bene gettare il pane dei figli ai cani», ripete Gesù.

«Ma però i cani entrano nella stanza dove il padrone mangia coi figli, e mangiano ciò che cade dalla tavola, o gli avanzi che dànno loro i famigliari, ciò che non serve più. Io non ti chiedo di trattarmi da figlia e di farmi sedere alla tua mensa. Ma dàmmi almeno le briciole…». (EMV 331.6)

Gesù sorride a queste parole. Il suo volto si trasfigura in quel suo amabilissimo sorriso di gioia.

Il premio della Fede

E Gesù dice: «Oh! donna! Grande è la tua fede. E con questa tu consoli lo spirito mio. Va’, dunque, e ti sia fatto come tu vuoi. Da questo momento il demonio è uscito dalla tua figliuola. Va’ in pace. E, come da cane disperso hai saputo voler essere cane della casa, così sappi in futuro essere figlia, seduta alla mensa del Padre. Addio».

«Oh! Signore! Signore! Signore!… Vorrei correre via, a vedere la mia Palma diletta… Vorrei stare con Te, seguirti! Benedetto! Santo!».

«Va’, va’, donna. Va’ in pace».

E Gesù riprende la sua via mentre la cananea, più svelta di una fanciulla, corre via per la strada già fatta, seguita dalla folla curiosa di vedere il miracolo… (EMV 331.7)

Lo svelamento dell’episodio

Gli apostoli sono stupiti del comportamento tenuto dal Signore e domandano:

«Ma perché, Maestro, l’hai fatta pregare tanto per poi ascoltarla?», chiede Giacomo di Zebedeo.

«Per causa tua e di tutti voi. Questa non è una sconfitta, Giacomo. Qui non sono stato cacciato, deriso, maledetto… Ciò rialzi il vostro spirito abbattuto. Io ho già avuto oggi il mio cibo dolcissimo. E ne benedico Iddio». (EMV 331.7)

Scopriamo così che la durezza che Gesù manifestava inizialmente verso la donna cananea, non era un rifiuto fine a sé stesso, ma un atteggiamento assunto deliberatamente per ammaestrare i suoi apostoli. Da giorni, infatti, continuavano a lamentarsi del maltempo, della permanenza inospitale in terra straniera, degli insuccessi, dell’assenza di conversioni e del rifiuto da parte delle popolazioni locali. La collera aveva contagiato persino Giovanni di Zebedeo e suo fratello Giacomo, che erano arrivati a voler scagliarsi contro gli avversari: “La violenza è utile in certe cose”[14]. Gesù li aveva già rimproverati per questo, soprannominandoli “Figli del tuono”. Attraverso la fede perseverante della donna cananea, Gesù li conduce a confrontarsi con la propria intransigenza verso i pagani mostrando loro che, invece, il Regno dei Cieli è aperto a tutti, senza discriminazioni.

Il contributo del racconto di Maria Valtorta

Gesù ha messo in scena tutti i pregiudizi dei suoi apostoli, ancora troppo condizionati dalla loro umanità. Questa è la lezione fondamentale dell’episodio. Sarà una lezione incisiva, perché il Maestro finisce per assumere i tratti della loro umanità, sfigurando il proprio volto al punto da non essere più riconoscibile. È la stessa deformazione che produciamo quando induriamo il volto della Chiesa. La lezione sarà tuttavia salutare per i futuri evangelizzatori. La fede luminosa della madre cananea costituisce una risposta tagliente che gli apostoli non dimenticheranno facilmente, quando partiranno per evangelizzare terre lontane, che suscitavano in loro repulsione, secondo la prospettiva della società d’Israele. In quelle terre vi sono anime che attendono Dio. Gli apostoli dovranno affrontare condizioni materiali difficili, rifiuti e umiliazioni. Il loro apostolato sembrerà sterile, proprio come quello di Gesù durante la sua predicazione nelle terre pagane di Tiro e Sidone. Ma Isaia proclama che la ricompensa va oltre ciò che appare[19]. In effetti, oltre alla fede della donna cananea, altri episodi lasciano intravedere questa ricompensa data dalla fede nel Signore, come la figura della madre della piccola Giovanna, che cerca Gesù senza perdersi d’animo in tutte le città della regione[20]. Viene mostrata anche nella figura di Ester, la moglie del maniscalco romano Tito, che conduce una vita esemplare nonostante la riprovazione pubblica[21].

Lo stesso vale per noi, apostoli del nostro tempo. Questa scena richiama le preghiere che rivolgiamo tanto spesso per le “pecore perdute”, per coloro che sono diversi da noi, che non si comportano come dovrebbero secondo i nostri criteri e non seguono le nostre buone maniere, le nostre consuetudini o i nostri riti. Questi pregiudizi ci fanno dimenticare che dobbiamo superare le barriere dettate dalle consuetudini, per estendere la nostra opera di evangelizzazione alla dimensione universale della Salvezza, come ci invita a fare la Costituzione dogmatica Lumen gentium[22].

Questa breve missione in terra fenicia, compiuta in condizioni difficili, segnata dai rifiuti subiti ad Alessandroscene e da scarsi successi, è soprattutto importante perché prepara gli apostoli alle future messi, conquistate al prezzo del sangue dei martiri.

Note

  1. ↑ illustrazione generata con IA
  2. ↑ Vangelo di Matteo: Mt 15,21-28
  3. ↑ Vangelo di Marco: Mc 7,24-30
  4. ↑ 4,0 4,1 EMV 331
  5. ↑ Cfr. Vangelo di Matteo: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. (Mt 28,19) | Vangelo di Marco: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura”. (Mc 16,15).
  6. ↑ Vangelo di Matteo: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita.” (Mt 11,29)
  7. ↑ Cfr. Vangelo di Matteo: Mt 5,1-12
  8. ↑ Cfr. Cfr. Vangelo di Luca: Lc 2,46-47. Si veda anche EMV 41, dove Gesù illustra dettagliatamente le citazioni della Scrittura che tanto stupirono i dottori.
  9. ↑ Vangelo di Matteo: Mt 15,24
  10. ↑ Cfr. Vangelo di Giovanni: “Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. (Gv 20,30-31)
  11. ↑ nel primo periodo di 4 mesi
  12. ↑ Cfr. Vangelo di Matteo: “Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: "Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele”. (Mt 10,5-6)
  13. ↑ Cfr. Vangelo di Matteo: Mt 20,1-16; EMV 329.11
  14. ↑ 14,0 14,1 EMV 330.2
  15. ↑ Cfr. Mc 3,17
  16. ↑ EMV 331.3
  17. ↑ 17,0 17,1 EMV 331.4
  18. ↑ EMV 331.5
  19. ↑ Libro di Isaia: «Io ho risposto: “Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio”». (Is 49,4)
  20. ↑ Cfr. EMV 330.5, EMV 331.9
  21. ↑ Cfr. EMV 331.12
  22. ↑ Cfr. Lumen gentium: §13 L’unico popolo di Dio è universale.