Sciemanflorasc, Shemhamphorasch

Da Wiki Maria Valtorta.

Shemhamphorasch (ebraico: שֵׁם הַמְּפֹרָשׁ), scritto anche Shem HaMephorash o Shem ha-Mephorash, significa “il nome esplicito”.

È “il nome ineffabile di Dio” che veniva pronunciato una volta all’anno dal sommo sacerdote nel Tempio, nome mediante il quale egli pretendeva di poter interrogare Dio. Secondo questa tradizione, chiunque avesse ascoltato la pronuncia di quel nome, senza esserne autorizzato, sarebbe incorso nella pena di morte. In seguito, questo nome fu sostituito dal Sacro Tetragramma (YHWH).

Ai nostri giorni, lo Shem Hamphoras è diventato un oggetto magico, venduto come talismano in alcuni negozi di magia e di esoterismo. All’epoca di Gesù, sarebbe già stato così, secondo la testimonianza di un sadduceo che accusa Gesù di essere un Belzebù.

Dove se ne parla nell’Opera?

Lo Shemhamphorasch è menzionato in un solo episodio dell’Opera di Maria Valtorta[1], dove è trascritto foneticamente come “Sciemanflorasc”, così come ella lo percepisce. Questa trascrizione fonetica di Maria Valtorta sarebbe indicativa della pronuncia dei Giudei.

Lo studioso Jean-François Lavère ha dovuto condurre lunghe ricerche per identificare il termine, tanto sono diverse le due grafie. La spiegazione è stata trovata in un’opera antica e rara dell’abate Bullet[2].

Durante il Terzo anno della Vita pubblica[3], Gesù viene avvicinato dall’infelice moglie di un negromante, ormai in punto di morte. Rimasta sola con Gesù, ella lo supplica di liberarlo dalla sua pratica di invocazione dei morti:

«Maestro… io credo in Te. Tanto credo che sono certa Tu sai tutto di lui, di me, della nostra disgraziata vita… Ma lui non crede… Ma lui ti odia… Ma lui…».

«Ma lui non può guarire perché non ha fede. Non solo non ha fede in Me. Ma neppure nel Dio vero».

«Ah! Tu sai!». La donna piange disperatamente. «È un inferno la mia casa! Un inferno! Tu liberi gli ossessi. Sai cosa è il demonio, perciò. Ma questo demonio sottile, intelligente, falso e istruito, lo conosci? Sai a quali pervertimenti porta? Sai a che peccati? Sai che rovina causa intorno a sé? La mia casa? È una casa? No. È la soglia dell’Inferno. Mio marito? È mio marito? Ora è malato e non mi cura. Ma, anche quando era ancora forte e desideroso d’amore, era un uomo quello che mi abbracciava, che mi teneva, che mi aveva? No! Ero fra le spire di un demonio, sentivo l’alito e il viscidume di un demonio. Gli ho voluto tanto bene, gliene voglio. Sono la sua donna e mi ha preso la verginità quando ero poco più che bambina: avevo appena quattordici anni. Ma anche quando l’ora mi riportava a quella prima ora, e con essa mi riportava le sensazioni intatte del primo abbraccio che mi ha fatto donna, io, con la parte più eletta di me per la prima, poi con la carne ed il sangue, repellevo di orrore quando mi risovvenivo che egli è lurido di negromanzia. Mi pareva che non il mio uomo ma i morti che egli evoca mi fossero sopra a saziarsi di me… E anche ora, ora, anche solo a guardarlo, morente e ancora immerso in quella magia, ne ho ribrezzo. Non vedo lui… Satana vedo. O mio dolore! Neppur nella morte sarò con lui, perché la Legge lo vieta. Salvalo, Maestro. Ti chiedo di guarirlo per dargli tempo di guarirsi». La donna piange angosciosamente. (EMV 503.6)

Ma Gesù non può fare nulla perché il negromante “non vuole” essere liberato dalla sua pratica mortale, in tutti i sensi della parola. Il sadduceo che accompagnava la moglie, constatando il rifiuto di guarire, protesta contro Gesù. Gesù pronuncia allora una dura requisitoria contro le pratiche degli erodiani, dei sadducei, dei farisei, ecc. Il sadduceo rivela quindi il fondo del suo pensiero:

«E dove sono questi assassinati? Tu farnetichi! Tu sei un concubino con Belzebù. Tu fornichi con lui e nel suo nome operi miracoli. Né puoi nel nostro caso, perché noi possediamo l’amicizia di Dio».

«Satana non caccia se stesso. Io caccio i demoni. In nome di chi, allora?». Silenzio. «Rispondete!».

«Ma non merita occuparsi di questo ossesso! Ve lo avevo detto. Non ci avete creduto. Uditelo da Lui. Rispondi, Nazareno folle. Conosci Tu il sciemanflorasc?».

«Non ne ho bisogno!».

«Udite? Ancora una domanda. Non sei Tu stato in Egitto?».

«Sì».

«Vedete? Chi è il negromante, il satana? Orrore! Vieni, donna. Santo è tuo marito rispetto a costui. Vieni!… Occorrerà tu ti purifichi. Hai toccato Satana!…». E se ne vanno, trascinando la piangente con vivi gesti di repulsione.

Gesù, con le braccia conserte, li segue coi lampi dei suoi sguardi. (EMV 503.9)

Gli apostoli sono rimasti terrorizzati per la violenza di questo dialogo e Pietro domanda a Gesù il significato di quel termine:

Pietro chiede, è fin curvo nel dirlo: «Che hanno voluto dire con quelle ultime domande? Che è quella cosa?».

«Che? Il sciemanflorasc?» (già! che è questo affare?).

«Sì. Che è?».

«Non ci pensare. Confondono il Vero colla Menzogna, Dio con Satana, e nella loro superbia satanica pensano che Dio, per piegarsi ai voleri degli uomini, abbia bisogno d’esserne scongiurato col suo tetragramma. Il Figlio parla col Padre il linguaggio vero e con esso, per amore reciproco di Padre e di Figlio, si compiono i miracoli». (EMV 503.10)

Per saperne di più su questo termine

L’Enigma Valtorta

Estratto dal volume L’Enigma Valtorta[4] di Jean-François Lavère

[…] Proprio come Simon Pietro, presente alla scena, ci poniamo la domanda: cosa è questo “sciemanflorasc”? Ecco qui un termine che non compare in alcun dizionario e che sembra, oggi, del tutto sconosciuto. Considerando il contesto del dialogo, riusciamo appena ad ipotizzare un riferimento a qualche incantesimo. Si tratta forse di qualche formula di esorcismo o di un termine segreto della magia cabalistica?

Fortunatamente, in un’opera antica e rara, l’abate Bullet[2] ci offre un inizio di spiegazione, affermando che è ragionevole leggere in quel vocabolo l’espressione ebraica “Schem hamphoras”, cioè “il nome ineffabile di Dio” che Maria Valtorta trascrive foneticamente con un’ortografia molto approssimativa.

All’inizio del XIX secolo, un altro autore[5] spiega ai massoni di rito scozzese che “Schem Hammephoras” significa Nomen explicatum, expansum, pronuntiatum, e cioè “il nome ben pronunciato, ben spiegato”. È il nome che solo il gran sacerdote pronunciava nel Tempio, una volta all’anno, il 10 di tisri. Chiunque l’avesse udito senza esserne autorizzato, sarebbe incorso nella pena di morte immediata. Solo una volta ogni sette anni il gran sacerdote poteva trasmetterlo oralmente ai suoi discepoli.

I cabalisti affermano che il nome di Dio si scompone in 72 sillabe e 216 lettere, ed è quello che chiamano “Schem hamphoras” (questo nome sarebbe stato composto dai versetti di 72 lettere dell’orginale testo ebraico del libro dell’Esodo 14, 19-21); nome che fu poi sostituito dal Tetragramma: Yod, He, Vau, He (Yahve).

E proprio con il titolo “Vom Schem Hamephoras”, nel 1546, Martin Lutero fece pubblicare un violento libello anti-giudaico.

Ai nostri giorni, “schemhamphoras” è diventato un articolo venduto come talismano nelle botteghe di magia e di esoterismo.

Nella sua opera il Bullet cita alcuni testi giudaici molto rari che affermano che Gesù faceva prodigi “perché aveva scoperto il nome segreto di Dio”.

La domanda posta dai dottori della Legge e la risposta di Gesù a Pietro […] assumono quindi tutto il loro significato e diventano argomenti favorevoli all’autenticità di questa visione di Maria Valtorta.

È mia opinione pensare che la voce “sciemanflorasc” non ebbe maggiore significato per Maria Valtorta di quanto ne ebbe a suo tempo, per Bernadette Soubirous a Lourdes, la risposta della Vergine “que soy era immaculada conceptiou”[6].

Note

  1. ↑ EMV 503
  2. ↑ 2,0 2,1 Abbé Bullet, Histoire de l’établissement du Christianisme, 1764, nuova edizione del 1825, p. 140 e seg.
  3. ↑ nel terzo periodo di 4 mesi
  4. ↑ Jean-François Lavère,L’Enigma Valtorta, Centro Editoriale Valtortiano, Isola del Liri, (2012), pagg. 230-232
  5. ↑ F.H. Stanislas de l’Aulmaye, Thuileur des trente-trois degrés de l’écossisme de rit ancien dit accepté, 1813, p. 92.
  6. ↑ “Io sono l’Immacolata Concezione”.