Madre di Marco di Giosia
È la madre di Marco di Giosia, il giovane indemoniato geraseno liberato da Gesù[1]. Dopo esser divenuto discepolo del Maestro, Marco è tra coloro che lo abbandonano in seguito al discorso sul Pane del Cielo[2] pronunciato nella sinagoga di Cafarnao. In conseguenza del suo allontanamento da Cristo, ricade nella possessione diabolica in una forma tanto grave da sembrare ormai irrecuperabile.
La madre, profondamente addolorata, si rivolge a Gesù con fede e dolore materno, implorandolo di liberare il figlio, già guarito in precedenza ma ricaduto volontariamente nella possessione diabolica. Le parole che il Signore le rivolge, tuttavia, lasciano comprendere che la rovina di Marco, per quanto completa, non sarà definitiva e che la perseveranza della madre contribuirà alla sua salvezza.
Nel L’Evangelo come mi è stato rivelato di Maria Valtorta si afferma che perfino Giuda Iscariota si sarebbe salvato se si fosse pentito dopo il tradimento[3].
Percorso apostolico
Il suo incontro con Gesù avviene lungo la strada che conduce a Pella, durante il Terzo anno della Vita pubblica[4]; la madre di Marco è alla ricerca del Signore e sente nominare il nome di Gesù dal fanciullo cieco Jaia, la sua vicenda personale, da quel momento, si intreccia con quella del bambino:
«Vado a dire alla mamma che vado con questo signore buono a Gerusalemme per guarire. Conosce Gesù di Nazaret e mi ci conduce». (EMV 358.5)
In un primo momento la donna non riconosce il Maestro, ma racconta ugualmente la propria sofferenza a colui che pensa essere un semplice pellegrino:
Una donna di buon aspetto, che viaggia su un ciuco, accompagnata da una serva e da un servo, si volta sentendo parlare di Gesù e poi tira le redini, ferma il ciuco, scende e si dirige da Gesù.
«Tu conosci Gesù di Nazaret? E vai da Lui? Io pure ci vado… Per la guarigione di un figlio. Vorrei parlare col Maestro perché…». Si mette a piangere sotto il fitto velo.
«Che malattia ha tuo figlio? Dove sta?».
«È di Gerasa. Ma ora è verso la Giudea. Va come un invasato… Oh! che ho detto!».
«È indemoniato?».
«Signore, lo era e fu guarito. Ora… è più demonio di prima perché… Oh! posso dire questo solo a Gesù di Nazaret!». (EMV 358.6)
Dopo aver affidato Jaia agli apostoli insieme ai servi della donna, Gesù rimane solo con lei presso l’aia di una casa di campagna. È allora che si rivela e la invita ad aprirgli il cuore:
[Dice Gesù:] «Parla, donna. Io l’ho detto: Dio ci ha uniti prima della mèta per tuo sollievo».
«Non c’è, non c’è sollievo più per me! Avevo un figlio. Divenne indemoniato. Una belva nei sepolcri. Nulla lo teneva. Nulla lo guariva. Ti vide. Ti adorò con la bocca del demonio e Tu lo guaristi. Voleva venire con Te. Tu pensasti alla madre sua e me lo mandasti. A ridarmi vita e ragione che vacillavano così, per il dolore di un figlio indemoniato. E lo mandasti anche perché ti predicasse, posto che voleva amarti. Io… oh! esser madre di nuovo e di un figlio santo! Di un tuo servo! Ma dimmi, dimmi! Quando lo hai mandato indietro Tu sapevi che egli era… che sarebbe divenuto un demonio ancora? Perché è un demonio, che ti lascia dopo tanto bene avuto, dopo averti conosciuto, dopo essere stato eletto al Cielo… Dimmelo! Lo sapevi? Ma io vaneggio! Parlo e non ti dico perché è un demonio… È tornato come un folle da qualche tempo, oh! pochi giorni! ma più penosi per me dei lunghi anni in cui fu posseduto… E allora credevo che mai avrei avuto dolori più grandi di quello… È venuto… e ha demolito la fede che Gerasa coltivava per Te, per tuo e suo merito, dicendo infamie di Te. E ti precede verso il guado di Gerico facendoti del male, facendoti del male!».
La donna, che non si è mai levata il velo dietro il quale singhiozza straziantemente, si getta ai piedi di Gesù supplicando: «Va’ via! va’ via! Non ti fare insultare! Io sono partita, d’accordo col marito malato, pregando Dio di trovarti. Mi ha esaudita! Oh! ne sia benedetto! Non voglio, non voglio permettere io che Tu, Salvatore, sia malmenato per causa di mio figlio! Oh! perché l’ho messo al mondo? Ti ha tradito, Signore! Riporta male le tue parole. Il demonio lo ha ripreso. E… oh! Altissimo e Santo! Pietà di una madre! E sarà dannato. Mio figlio, mio figlio! Prima non ne aveva colpa di essere pieno di demoni. Era una sventura capitata a lui. Ma ora! Ma ora che Tu lo avevi graziato, ora che aveva conosciuto Dio, ora che Tu lo avevi istruito! Ora egli ha voluto essere un demonio, e nessuna forza lo libererà più! Oh! Oh!».
La donna è gettata al suolo, mucchio di vesti e di carni che si agitano nei singhiozzi. E geme: «Dimmi, dimmi, che devo fare per Te, per mio figlio? Per riparare! Per salvare! No. Riparare! Tu vedi che il mio dolore è riparazione. Ma salvare! Non posso salvare il rinnegatore di Dio. È dannato… E per me, israelita, cosa è questo? Tormento». (EMV 358.7)
Gesù la consola, spiegandole che il dolore delle madri può contribuire alla salvezza dei figli e le promette che la liberazione definitiva di Marco avverrà dopo il suo sacrificio di Redentore:
Gesù si china. Le posa la mano sulla spalla. «Alzati, calmati! Tu mi sei cara. Ascolta, povera madre».
«Non mi maledici di averlo generato?!».
«Oh! no! Non sei responsabile del suo errore e, sappilo per tuo conforto, puoi invece essere causa della sua salvezza. Le rovine dei figli possono essere riparate dalle madri. E tu lo farai. Il tuo dolore, perché è buono, non è sterile, ma è fecondo. Per il tuo soffrire sarà salva l’anima che ami. Tu espii per lui, ed espii con così retta intenzione che tu sei l’indulgenza del figlio tuo. Egli tornerà a Dio. Non piangere».
«Ma quando? Quando mai?».
«Quando il tuo pianto si sarà disciolto nel mio Sangue».
«Il tuo Sangue? Ma allora è vero ciò che egli dice? Che Tu sarai ucciso perché degno di morte?… Bestemmia orrenda!».
«È verità vera nella prima parte. Io sarò ucciso per farvi degni di Vita. Sono il Salvatore, donna. E salvezza si dà con la parola, con la misericordia e con l’olocausto. Per tuo figlio questo ci vuole. E questo darò. Ma tu aiutami. Dàmmi il tuo dolore. Va’ con la mia benedizione. Conservala in te per poter essere misericorde e paziente presso tuo figlio e ricordargli così che Un altro fu misericorde con lui. Va’, va’ in pace».
«Ma Tu non parlare a Pella! Non parlare in Perea! Egli te li ha messi contro. E non è solo. Ma io vedo e parlo solo di lui…».
«Parlerò con un atto. E sarà sufficiente ad annullare l’opera di altri. Va’ in pace alla tua casa».
«Signore, ora che mi hai assolta di averlo generato, vedi il mio volto per conoscere quale è il viso di una madre quando è straziata», e si scopre il volto dicendo: «Ecco la faccia della madre di Marco di Giosia, rinnegatore del Messia e torturatore della sua genitrice», e riabbassa poi il fitto velo sul volto devastato dal pianto gemendo : «Nessun’altra madre d’Israele sarà pari a me nel dolore!». (EMV 358.8)
La donna segue Gesù fino alla casa di Jaia e quando la comitiva lascia Pella, inoltrandosi nelle campagne per circa un chilometro, assiste alla guarigione miracolosa del fanciullo, che viene rimandato indietro dalla madre, anch’essa cieca, affinché anche lei sia guarita dal figlio. Dopo il prodigio, Gesù rivela alla madre di Marco che quell’evento è una risposta di Dio a coloro che cercano di indebolire la fede nel Cristo e la invita a tornare in pace, rafforzando la propria fede e quella del marito Giosia:
E poi si volge alla donna di Gerasa: «E tu seguilo. Questa è la risposta di Dio a tutti coloro che tentano sminuire la fede degli uomini nel Cristo. E ciò rafforzi la tua fede e quella di Giosia. Va’ in pace».
Si separano. Gesù riprende la marcia a sud. Il fanciullo, la gerasena e i servi, verso nord. (EMV 358.10)
L’ultima menzione della madre di Marco nell’Opera, avviene quando Gesù incontra il discepolo fedifrago presso la porta Dorata del Tempio di Gerusalemme e tenta inutilmente di richiamarlo:
[Dice Gesù:] «Marco, fermati. Per pietà della tua anima e di tua madre!»
«Satana!», grida l’altro. E se ne va. (EMV 368.12)
L’Opera non narra direttamente la conclusione della vicenda di Marco di Giosia. Tuttavia, le promesse rivolte da Gesù alla madre lasciano intendere che la sua definitiva liberazione avrà luogo in virtù della Passione e della Redenzione operata da Cristo.
Carattere ed aspetto fisico
È descritta come una donna di buon aspetto, giunta a Pella accompagnata da un servo e da una serva e trasportata su un asino.
Il suo tratto dominante è l’amore materno: il dolore per la condizione del figlio non la porta alla disperazione, ma la spinge a cercare Gesù con fiducia. Il suo atteggiamento manifesta una fede semplice e perseverante, che il Maestro riconosce e incoraggia.
Origine del suo nome
Il nome della donna non è indicato nell’Opera di Maria Valtorta. È identificata unicamente come la madre di Marco e moglie di Giosia di Gerasa.
Dove la incontriamo nell’Opera?
Volume 5: EMV 358
Volume 6: EMV 368
Note
- ↑ l’episodio dell’indemoniato di Gerarsa è presente nei Vangeli sinottici: Vangelo di Marco Mc 5,1-20, Vangelo di Matteo Mt 8,28-34 e Vangelo di Luca Lc 8,26-39
- ↑ Vangelo di Giovanni Gv 6,22-66
- ↑ EMV 647.4
- ↑ nel primo periodo di 4 mesi