Il Sommo Sacerdote Caifa (
Yosef Bar Kayafa)
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Caifa, noto anche come Yosef Bar Kayafa[2], fu sommo sacerdote di Gerusalemme dal 18 al 36/37 d.C. circa, durante il periodo della vita pubblica di Gesù. Genero di Anna, già sommo sacerdote, è menzionato nei Vangeli[3] e negli Atti degli Apostoli[4] per il ruolo avuto nelle vicende che condussero all’arresto e alla condanna a morte di Gesù.
Nell’Opera di Maria Valtorta, Caifa è una figura di primo piano tra gli oppositori di Gesù e uno dei principali protagonisti degli avvenimenti che precedono la Passione. La sua presenza ricorre soprattutto negli episodi relativi al complotto contro Gesù, al processo davanti al Sinedrio e alla sua condanna.
Il ritratto che Maria Valtorta traccia di Caifa è fortemente negativo. Nel L’Evangelo come mi è stato rivelato il Sommo Sacerdote in carica è descritto con tratti fisici e morali sprezzanti: “il viso sornione e astioso”[5], la sua figura viene paragonata a quella di un rospo: “con la sua faccia e il suo corpo da rospo obeso e cattivo”[6]. È inoltre rappresentato come: “una faccia da delinquente vera e propria”[7].
Caifa compare soprattutto negli episodi conclusivi della vita pubblica di Gesù, in particolare nel Terzo anno della Vita pubblica[8] in occasione del complotto che porta al suo arresto e poi nel processo che ne determina la condanna a morte.
Secondo la ricostruzione di Maria Valtorta, i rapporti d’affari che Caifa intrattiene con Zebedeo consentono a suo figlio Giovanni, l’apostolo, di accedere al cortile del sommo sacerdote[9], situato nell’area del Tempio di Gerusalemme.
Nella stessa sala del Tempio in cui Gesù è stato appena condannato, Caifa riceve in faccia la borsa con i trenta denari[10], il prezzo del tradimento, scagliati da Giuda. Il traditore si impicca poi in un campo situato a poche centinaia di metri dalla casa di campagna di Caifa, nei pressi della Porta del Letame, dove, secondo il racconto, il Sinedrio aveva ordito il complotto[5].
Nel L’Evangelo come mi è stato rivelato Caifa è presentato, insieme ad Anna, come uno dei principali responsabili della condanna a morte di Gesù: in qualità di sommo sacerdote, svolge un ruolo determinante nel complotto contro di lui e nella decisione del Sinedrio che ne sancisce la condanna. La sua influenza nelle decisioni del Sinedrio si manifesta anche nel procedimento contro il diacono Stefano: pur non essendo citato esplicitamente per nome, Caifa è presente nel racconto del processo al diacono che si concluderà con la sua lapidazione[11]. La sua sorte è inoltre delineata da Gesù in un discorso rivolto ad alcuni farisei, nel quale, preannunciando il giudizio dell’ultimo Giorno, menziona espressamente i Sommi Sacerdoti Anna e Caifa tra coloro che dovranno comparire davanti a Lui. Le parole di Gesù lasciano intendere chiaramente la dannazione che li attende[12].
La condanna eterna dei Sommi Sacerdoti Anna e di Caifa è esplicitata ancor prima dell’inizio del ciclo delle ‘visioni’ evangeliche; il 10 luglio 1943[13] il Signore rivela a Maria Valtorta:
[Dice Gesù:] Molti ne ho salvati così. Solo i posseduti completamente dal demonio, completamente dico, furono tetragoni al mio lavacro d’amore spirituale. Gli altri, posseduti da una passione sola, furono salvati avanti o dopo la mia Morte. Giuda, Caifa, Anna e qualche altro, no, poiché i sette principi dei demoni li tenevano avvinghiati con sette corde, e coorti di demoni erano in loro a compiere il lavoro che fece di loro le gemme dell’Inferno. (Q43, 10 luglio 1943)
Caifa (Caiaiphas) è il nome con cui è noto Giuseppe, figlio di Caifa, indicato nella forma semitica Yosef bar Qayafa. L’origine del nome Caifa non è certa. Sono state proposte diverse interpretazioni, riconducibili alle lingue aramaica o caldaica, tra cui “roccia scavata” e “depressione”.
Il nome Giuseppe deriva dall’ebraico Yosef, dal verbo yasaf, “aggiungere”, e significa “Dio aggiunga”. Nel racconto biblico Giuseppe è l’undicesimo figlio di Giacobbe e Rachele. Alla sua nascita, la madre esprime la speranza che il Signore le conceda un altro figlio: “Il Signore mi aggiunga un altro figlio!”[14].
Volume 1: EMV 70
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| I Quaderni del 1943
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Dice Gesù: «Molti, per trarre un ammaestramento, hanno bisogno di mille libri di meditazione. Ma no. Basta il mio Vangelo e la vita che vivete e che vi vive intorno.
Guarda, Maria, l’insegnamento di questi giorni. Cosa vedi? Una grande dimostrazione di debolezza umana. Con la stessa facilità con cui si agitavano in professioni di fede menzognera, così ora rinnegano tutto il già asserito.
Ma il vero cristiano non deve fare così quando vi è bisogno di testimoniare la sua fede. Hai visto come ha fatto il tuo Maestro davanti a Caifa? Lo sapevo che confessare che ero il Messia, Figlio di Dio, avrebbe provocato la condanna, la più fiera condanna. Ma non ho esitato. Io, che davanti agli accusatori ho osservato la regola del silenzio, qui seppi parlare alto e chiaro[15], poiché tacere sarebbe stato rinnegamento sacrilego.
Quando sono in posta le cose del Cielo non si deve esitare nella maniera di agire, poiché eterno è il frutto che viene dalla nostra parola. L’uomo, essere di carne e sangue, non saprebbe esser coraggioso di fronte a certe eroiche confessioni. Ed è per questo che l’uomo rinnega con facilità. Ma la creatura che vive nello spirito possiede il coraggio dello spirito, poiché Io sono presso chi combatte contro il mondo e contro la propria debolezza». (Q43, 27 luglio)
[Dice Gesù:] «Lo sai quello che fai scrivendo? La mia Volontà. La volontà di missione che voglio tu faccia. Anche se un’anima sola, una sola, avesse a trovare la via, attraverso questa tua fatica voluta da Me, sarebbe giustificata la fatica che a vista umana sembra inumana.
Io, lottando contro l’ambascia dell’agonia, ho fino all’estremo compìto la missione di Maestro e Redentore. Ricorda Caifa, Pilato, le donne di Gerusalemme, Disma[16]. Fino all’ultimo, fino all’ultimo ho confortato, ammaestrato, salvato. E Io solo so quello che era il mio soffrire! Il tuo è un nulla, al paragone.
Nessun discepolo è da più[17] del suo Maestro, in qualunque cosa, e se il tuo Maestro ha sofferto tanto per redimere gli uomini, tu, che ti sei messa sulla scia del Maestro, vuoi soffrire di meno?». (Q43, 11 agosto)
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| I Quaderni del 1944
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[Scrive Maria Valtorta:] Si giunge, fra schiamazzi e sevizie, alla casa di Caifa, dove è interrogato da Anna che attendeva. Nel cortile che è sul davanti della casa vi sono già molte facce patibolari e dei sacerdoti.
Giovanni, con Pietro riluttante, entra esso pure e si accosta al fuoco acceso in mezzo al cortile, perché la notte si è fatta fredda e ventosa come per inizio di temporale. Si capisce che, dopo essere fuggiti in un primo tempo, sono poi tornati accodandosi alla turba schiamazzante.
Gesù è condotto nell’aula, semicircolare, del Sinedrio. Degli scanni stanno nell’arco di essa, e sulla parete retta vi sono quelli più pomposi del Sommo Sacerdote e delle cariche più importanti. Al centro uno spazio vuoto, nel quale viene condotto Gesù per essere interrogato dalla muta astiosa e accusato dai falsi testimoni.
Gesù tace. Guarda e tace. È mite, innocuo, paziente. Sta ritto nella sua veste maculata dal sudore sanguigno, ormai asciugato e che la fa appena più scura. Ha già due o tre lividure sulle mani e sul viso, frutto delle sassate e bastonate, e sulla fronte una riga di sangue scende da una ferita che par fatta da una pietra tagliente. La bocca ha il labbro lievemente enfiato. Ma è ancora tanto bello, tanto Dio. (Q44, 11-12 febbraio)
- ‘dettato’ del 13 febbraio. Alba del 13-2-1944 - Domenica:
[Dice Gesù:] «Seguo dunque il mio metodo, non il vostro, e vorrei da parte vostra meno pesantezza nel desiderare certe spiegazioni su particolari così insignificanti, che hanno valore di curiosità e non di rivelazioni.
Lasciate in pace il mio Giovanni. Non può quest’anima, che vede torturare il suo Gesù, occuparsi e preoccuparsi di guardare per riferire se Caifa ha la barba quadrata o a punta, se Erode è vestito di rosso o di giallo, se Pilato è alto o basso e dire magari di quanti centimetri è più basso di Me, se la sala del Pretorio è lunga o corta, quadrata o rettangolare. Se voi vedeste torturare la persona che più amate, vi occupereste del primo che passa? No. Guardereste unicamente il vostro caro, o chiudereste gli occhi per non vedere nulla. Non guardereste il vestito di una donna, la statura di un passante, il naso di un altro.
A posto, uomini, a posto, quando si svelano le torture di un Dio. E questo valga anche per le altre rivelazioni.
Il mio piccolo Giovanni guarda Me, guarda Maria. Non ha occhi per altro. E se può, all’inizio di una visione, descrivere l’ambiente o la natura, una volta che Io o mia Madre cominciamo a svelarci perde la facoltà di vedere ciò che non è Noi. E solo Noi, per chiarezza vostra, lo richiamiamo su un episodio secondario, come una veste, un gesto, un mutamento di luce, di quanto è sfondo e contorno alla scena. Altrimenti il “portavoce” non vedrebbe più nulla, tolti il Cristo o Maria, o il Santo di cui si tratta». (Q44, 13 febbraio)
[Dice Gesù:] «Chi mi uccideva non credeva che Io fossi il Figlio di Dio; al massimo mi credeva un profeta. Non pensava che Io fossi il Messia. Solo i semplici di cuore, i puri, gli umili vedevano la verità sotto l’apparenza. I grandi no. Essi erano gonfi di superbia e questa è fumo che nasconde il vero, che corrompe il cuore.
Ma se non vedevano e non potevano credere che l’atteso Messia fosse un povero galileo – loro che se lo sognavano nato in una reggia – un mite che predicava rinuncia – loro che lo pensavano un conquistatore di popoli, un restauratore della potenza di Giuda – giudicavano però che Io ero un pericoloso denunciatore delle loro maleazioni e mi uccidevano per questo. Compivano il Sacrificio atteso e decretato da secoli e secoli, ma non sapevano di fare tanto. Credevano unicamente di fare cosa utile a loro. Ai loro interessi. E quella volpe astuta di Caifa disse[19], per giustificare il delitto che preparava per levare di mezzo Colui che temeva per le sue parole sincere e per la tema che, divenendo re, purificasse anche il Tempio dei suoi abusi: “È bene che un uomo muoia per il popolo”.
Era bene. Un bene diverso da quello che Caifa pensava. Un bene più grande. Ma per darvelo ho conosciuto il rigore del Padre. Il suo abbandono. E tu mi hai sentito gridare[20] il mio desolato: “Eloi, Eloi, lamma sabactani”. Ma il Padre non è intervenuto. Eppure non ho perduto fede in Lui, non ho perduto rassegnazione nel dolore. Sono rimasto attaccato al Cielo, anche se il Cielo in quel momento mi respingeva». (Q44, 27 febbraio)
- ‘dettato’ del 13 maggio, (ore 18 del 12-5. Metto la data del 13 perché così vuole Gesù):
[Scrive Maria Valtorta:] Osservazione che mi fa Gesù mentre rileggo il dettato del 20 febbraio[21] in relazione alla Passione di Gesù e ai dolori di Maria (fascicolo 2 P. pag. 27 riga 11 e 12):
[Dice Gesù:] «Hai dimenticato una parola e naturalmente non è stata copiata, e ciò porta un controsenso con quanto poi è detto da te nella visione del Venerdì Santo[22]: l’incontro di Giovanni con Maria nella casa del Cenacolo.
Metti le cose a posto così: “E fa la spola fra la casa di Caifa e il Pretorio, la casa di Caifa e la reggia di Erode, e da capo la casa di Caifa e il Pretorio”. È per questo che Giovanni può dire: “… ho fatto tutto il possibile perché mi vedesse… ho cercato di ricorrere a chi è potente per ottenere pietà…”.
È un’inezia in realtà. Ma viviamo fra farisei più attenti a cogliere in fallo di quanto non stessero attenti i farisei del mio tempo. Perciò bisogna essere attentissimi a nostra volta.
I soliti farisei faranno una acida osservazione: “Perché il Maestro non ha richiamato prima di ora il portavoce sul suo errore?”. Per mostrarvi una volta di più – rispondo – che voi siete tanto relativi che anche se siete “portavoce” o direttori di un portavoce non notate le sviste che svisano i fatti. Leggete, meditate, copiate e lasciate l’errore causato da un’omissione di una parola che porta uno spostamento della situazione.
Correggi e fa’ correggere. Almeno nei quaderni originali e completi. Guarda che la parola “Caifa” è omessa sin dal tuo manoscritto. Eri tanto spossata quel giorno, e per la lunga sofferenza della visione avuta (“Sepoltura di Gesù e desolazione di Maria”) e per il bombardamento subìto, che eri tarda a seguire il dettato. Né hai sentito e notato poi l’errore. Non è nulla di male. Non lede nessuna verità sacra. Ma è bene essere esatti anche nelle verità secondarie». (Q44, 13 maggio)
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| I Quaderni del 1945-1950
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- ‘dettato’ del Marzo 1949. Il parallelo tra le due Passioni:
Dice Gesù: «Io e te. Io in te. Tu in Me. Il Cristo e il piccolo cristo. La grande Vittima e la piccola vittima. Il grande Calunniato, Tradito, Vilipeso, Condannato, senza avere diritto di farlo, e la piccola calunniata, tradita, vilipesa, condannata, senza avere diritto di farlo.
I personaggi: gli stessi, per azioni, sebbene diversi per personalità. Il giudizio di Dio severo per quelli di allora e quelli di ora, su tutti i protagonisti del dramma ingiusto o santissimo, a seconda che lo si guardi dal lato degli uomini o dei cristi.
Vieni, ché lo riviviamo insieme. E vedrai che tu sei lo specchio fedele del tuo Gesù.
Quando è incominciata la Passione? Quando il processo? Forse nella notte fra il giovedì e il venerdì? Forse davanti a Caifa nell’aula del Sinedrio? No. Molto avanti. Da quando venni alla luce.
Intorno a Me sempre contrasto di amore perfetto da parte di pochi e di odio perfetto da parte di molti. Intorno a Me sempre perfetta comprensione di pochissimi e incomprensione perfetta di moltissimi. Anche a te così. Da quando nascesti. E ne soffristi come Io ne soffrii, benché, molto più fortunato di te, ebbi per madre quella Madre. E quella Madre consolava da ogni dolore. Il suo amore, secondo in potenza e perfezione a quello del Padre mio divino, mi ripagava da ogni odio». […]
«Imitami nel tacere e nel parlare come feci Io nelle ore decisive della mia vita umana. Io tacqui, o dissi il vero, a seconda che l’esaminatore lo meritava o che era giusto dire, o giusto tacere per servire e glorificare il Signore. Imita il mio esempio, anima mia. Taci con quelli per i quali è ormai inutile ogni parola. Te lo ordinai da oltre due anni. Parla con quelli che è giusto che conoscano la verità. Parla senza acredine, anzi con la dolcezza che conquista i cuori. Ma parla.
È ancora questo un antico comando che ti ripeto. Ti dissi: “Taci quando non ti interrogano su te, sul dono straordinario, sull’opera, sull’Autore di essa. Ma se te ne chiedono e meritano di avere risposta, parla dicendo il vero per glorificare il Signore”.
Così feci Io davanti a Caifa e al Sinedrio, davanti a Pilato, davanti ad Erode quando, ognun per proprio conto, mi chiesero chi ero, chi per condannarmi, chi per salvarmi, chi per deridermi. Potevo tacere compatendo sinché era in causa la creatura naturale: Io, l’Uomo. Non potevo tacere quando era in causa il Messia e l’eterno suo divino Padre, e la missione mia, e la volontà di Dio. Non si tace, anche se il parlare produce maggior martirio e morte, quando si deve difendere la verità e glorificare il Signore.
E parlato che tu abbia per difendere la verità, impedire l’abuso, glorificare il Signore, sopporta e taci; sopporta e parla solo per implorare perdono ai colpevoli, convertire chi peccò, affidare la nostra creatura a chi è degno di tutelarla. La nostra creatura, Maria. L’opera: di cui Io sono l’Autore e tu quella che ne formasti il corpo con tanta sofferenza e su essa vegliasti con un amore eroico. E vegli. Ora più di prima». (Q49, Marzo)
Dice Gesù: «Quando Io sento l’ipocrita e irragionevole frase, che è sfida alla Carità, alla Sapienza, alla Giustizia, e velario a nascondere la loro volontà contraria, audacemente e superbamente ed anche vilmente contraria alla mia: “Se è opera di Dio, Dio ci penserà e la farà trionfare”, con un sussulto di santa ira vorrei scendere sulla Terra e ripetere il gesto[23] con cui nettai il Tempio dai barattieri, ladri e mercanti». […]
A me poi dice: «Ai tuoi e miei veri amici dirai di non dire mai più quella frase. Essi la dicono senza malizia. Ma mi addolora ugualmente. Figli della Verità come vogliono essere, o tacciano in merito o dicano il vero: “Gesù non può trionfare con l’opera perché gli uomini non lo vogliono”.
La verità va detta in se stessi e coi propri uguali (non coi nemici) così come Io sempre la dissi anche ammonendo dei figli della Thorà (i miei apostoli e discepoli) contro il lievito e le colpe dei maestri della Thorà (gli scribi e farisei, fossero pure i sommi fra essi, lo stesso Caifa, lo stesso Anna).
Avvertili. Tutti. Laici e Sacerdote (il mio P. S.). Perché non mi diano questo dolore.
Questo dolore! Che dolore! Vedermi, Io-Dio, conculcato nel volere dagli uomini o non capito al punto da sentirmi dire: “ci devi pensare”. Non riflette nessuno che quel “se l’opera è da Dio, Lui ci deve pensare” è prova del dubbio offensivo, presente in loro, che essa non sia da Dio? Non pensano che offendono la carità verso Me insinuando che Dio dovrebbe fare, per persuaderli, opere straordinarie per far trionfare le già straordinarie, e la carità verso te, insinuando, anche incoscientemente, che: o tu hai simulato, o tu hai avuto a maestro la Tenebra? Non lo dicano più. Mai più.
Era tanto che volevo dir questo. Perché vedo coprirsi il tuo cuore di ferite, una per ogni volta che la stolta frase vien detta. Ma ora sei troppo ferita, anima mia, perché Io possa tacere ancora.
Anima mia, anima mia, anima mia! Vieni a piangere qui, per poter vivere ancora. Vieni a Me. Qui. E piangiamo insieme, perché una volta ancora[24] Io venni “alla mia casa e non fui accolto né riconosciuto” ed ancora una volta “Gerusalemme uccide i suoi profeti fra il tempio e l’altare…”.
Quante, dalla creazione degli Angeli e dell’Uomo, le opere perfette di Dio conculcate o disperse dall’uomo?! E non erano forse da Dio perché non trionfarono? Anzi, proprio perché da Dio, sono conculcate. Io te lo dico, che così è.» (Q49, 16 agosto)
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| Quadernetti
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- ‘visione’ del 29 marzo 1948:
[Scrive Maria Valtorta:] Il Signore mi dice di descrivere il mio Venerdì Santo 1948. Ubbidisco… sebbene con riluttanza, perché alzare i veli su certi segreti dell’anima, fra l’anima e Dio, mi costa sempre moltissimo e senza ordine di Dio non lo farei…
Ero spettatrice dolorosamente attenta degli atti di Cristo e di tutti quelli che erano, amici o nemici, intorno a Lui dalla domenica di Passione. Per quanto io non abbia riguardato, neppure per una parola, quanto ho descritto e scritto nell’Opera, perché gli scritti della Passione sono a Roma, pure ogni avvenimento mi si è ripresentato nei più minuti particolari. L’arrivo a Betania,… gli incontri con le discepole e coi farisei più o meno amici o nemici,… gli atti di Giuda Iscariota… tutto, eccettuata l’infame vendita del Cristo, nella casa di Caifa, extra mura… E la cena di Betania… e l’addio a Lazzaro, la partenza per Gerusalemme… l’entrata trionfale… Tutto insomma. (Quadernetti 29.3.48)
- ‘dettato’ del 4 agosto 1948:
[Dice Gesù:] «Non lo capite, o dottori difficili, degni discendenti delle famiglie di Anna e Caifa, Sadoc, Eleazar, Canania e loro consorti? Voi che mi respingete, che mi sconoscete come quelli, mentre mi ripresento a voi col mio amoroso e dolente grido: “Ho pietà di queste turbe”». (Quadernetti 4.8.48)
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La casa di Caifa a Gerusalemme di Jean Zuallart
Alcune ricostruzioni collegano Caifa alla famiglia sacerdotale dei Kathros, una delle influenti famiglie dell’aristocrazia sacerdotale di Gerusalemme. È stata inoltre avanzata l’ipotesi che la famiglia dei Kathros costituisse una diramazione della famiglia di Boeto, originaria di Alessandria d’Egitto e favorita da Erode il Grande. Il quadro genealogico non è tuttavia certo. Caifa è generalmente ritenuto appartenente al gruppo dei sadducei.
Sposò una figlia di Anna, già sommo sacerdote. Nominato da Valerio Grato, ricoprì la carica di sommo sacerdote dal 18 al 36/37 d.C., quando fu deposto da Vitellio, governatore della Siria. La sua destituzione avvenne poco dopo il richiamo a Roma di Ponzio Pilato, ma non è possibile stabilire con certezza un rapporto diretto tra i due provvedimenti.
Una fonte rabbinica menziona un certo Elioeneiai (Elionaeus), indicato come figlio di ha-Kayyaf, che potrebbe essere stato un figlio di Caifa. L’identificazione non è certa.
Nel 1990, a sud di Gerusalemme, in un sito a sud della valle della Geenna, fu scoperta una tomba del periodo del Secondo Tempio contenente diversi ossuari. La sepoltura conteneva i resti di un uomo di circa 60 anni, di una donna di circa 40 e di due bambini molto piccoli. Uno di questi recava un’iscrizione aramaica con il nome Yehosef bar Qayafa (Giuseppe figlio di Caifa). Il sepolcro è stato attribuito alla famiglia del sommo sacerdote, ma l’identificazione dei resti con la persona di Caifa menzionata nei Vangeli non può essere considerata assolutamente certa.
- ↑ illustrazione generata con IA
- ↑ Giuseppe Caifa
- ↑ Vangelo secondo Matteo: Mt 26,3; Mt 26,57 - Vangelo secondo Luca: Lc 3,2 - Vangelo secondo Giovanni: Gv 11,49 - Gv 18,13-14.24.28 - il nome di Caifa non compare nel Vangelo secondo Marco, che durante il racconto della Passione parla semplicemente del sommo sacerdote, senza identificarlo per nome.
- ↑ At 4,6
- ↑ 5,0 5,1 EMV 535.7
- ↑ EMV 549.6
- ↑ EMV 604.10
- ↑ nel terzo periodo di 4 mesi
- ↑ Vangelo secondo Giovanni: Gv 18,16
- ↑ Vangelo di Matteo: Mt 27,3 - EMV 605.8
- ↑ EMV 645.1
- ↑ EMV 342.6
- ↑ Maria Valtorta, I Quaderni del 1943, 10 luglio, p. 149
- ↑ Gen 30,24
- ↑ come si narra in Matteo 26,57-68; Marco 14,53-65; Luca 22,66-71; Giovanni 18,19-24.
- ↑ è il nome che viene attribuito al buon ladrone di Luca 23,39-43.
- ↑ come in Matteo 10,24; Luca 6,40.
- ↑ ‘visione’ che comprende scene della Passione di Gesù. La stessa ‘visione’ si ripresenterà, sommariamente ma accentuando alcuni dettagli, in data 11 agosto. L’una e l’altra stesura, come quelle di altre scene, che pure riportiamo, sulla Passione e Resurrezione di Gesù e sull’Assunzione di Maria, non appartengono alla grande opera “L’Evangelo come mi è stato rivelato”, nella quale entreranno stesure successive, ancora più particolareggiate.
- ↑ come è riferito in Giovanni 11,49-50; Gv 18,14.
- ↑ come in Matteo 27,46; Marco 15,34.
- ↑ è nel capitolo 613 dell’opera “L’Evangelo come mi è stato rivelato”: vi è stata apportata la correzione indicata qui. L’annotazione tra parentesi si riferisce ad uno dei fascicoli dattiloscritti dei quali abbiamo trattato in nota al 4 e al 22 febbraio.
- ↑ (7 aprile) che forma il capitolo 607 dell’opera maggiore.
- ↑ riferito in Matteo 21,12-13; Marco 11,15-17; Luca 19,45-46; Giovanni 2,14-16.
- ↑ avviene quanto è detto in Giovanni 1,10-11 e in Matteo 23,34-35; Luca 11,49-51.