Intendente di Giocana

Da Wiki Maria Valtorta.
Pausa nel vigneto[1]

È l’amministratore[2] delle proprietà agricole del ricco fariseo Giocana nella piana di Esdrelon. Inizialmente incaricato di sovrintendere ai contadini e di applicare gli ordini del padrone, incontra più volte Gesù durante la vita pubblica del Maestro e, progressivamente, ne accoglie l’insegnamento.

La sua conversione lo conduce a opporsi alle disposizioni del proprio padrone quando questi assume un atteggiamento ostile verso Gesù, preferendo perdere il proprio incarico piuttosto che rinnegare la fede maturata nel Cristo. Il suo cammino spirituale si sviluppa progressivamente: dapprima obbedisce fedelmente al proprio padrone, poi ascolta la parola di Gesù, ne accoglie l’insegnamento, diviene più umano verso i lavoratori e, quando Giocana gli impone di rinnegare il Maestro, accetta di separarsi dal suo servizio pur di rimanere fedele alla propria coscienza.

Non è un peccatore convertito, bensì un uomo giusto che sceglie definitivamente il Cristo quando la fedeltà al padrone entra in conflitto con la fedeltà alla verità.

Carattere ed aspetto fisico

Maria Valtorta nel L’Evangelo come mi è stato rivelato non fornisce alcuna descrizione dell’aspetto fisico dell’intendente di Giocana, ma ne delinea con chiarezza le qualità morali attraverso i suoi comportamenti. L’incontro con il Maestro segna una profonda trasformazione interiore. Accogliendone la parola, l’intendente diviene più umano verso i contadini affidati alle sue cure e matura una fede sincera, che lo porta a riconoscere in Gesù il Messia. Quando Giocana cambia atteggiamento e proibisce ogni favore nei confronti del Signore, egli rifiuta di rinnegare la verità che ha conosciuto, affermando con coraggio la propria convinzione e sceglie la libertà della propria coscienza, rispetto alla subordinazione a un padrone ormai ostile alla verità.

Percorso apostolico

Carta della Palestina: Piana di Esdrelon

Nel Primo anno della Vita pubblica di Gesù[3], l’intendente di Giocana viene nominato per la prima volta da alcuni contadini delle terre di Giocana e di Doras; parlano di lui come del responsabile incaricato di verificare il lavoro della giornata e distribuire il cibo ai lavoratori in proporzione alla fatica svolta. Per questo sono disposti perfino a rinunciare alla sosta per il pasto, pur di recuperare il tempo trascorso ad ascoltare Gesù:

Se Giocana ci trovasse qui a parlare!… Ma oggi è a Gerghesa. Ancora non è tornato per i Tabernacoli. Però il suo intendente questa sera ci darà il cibo dopo avere misurato il lavoro. Ma non importa. Riprenderemo il tempo non riposando per il pasto dell’ora di sesta». (EMV 109.4)

Colpito dalla loro situazione Pietro si offre spontaneamente di prendere il posto dei poveri contadini e si mette a lavoro per loro, così da permettergli di ascoltare senza timore gli insegnamenti del Maestro:

«Di’, ragazzo. Non sarei buono io di mandare avanti quell’arnese lì? È un lavoro difficile?», chiede Pietro.

«Difficile no. Ma faticoso. Ci vuole forza».

«Ce l’ho. Fammi vedere. Se riesco, tu parli ed io faccio il bove. Tu, Giovanni, Andrea e Giacomo, avanti alla lezione. Passiamo dai pesci ai vermi del suolo. Su!».

Pietro mette mano all’asse traversa del timone. Ad ogni aratro sono due uomini, l’uno di qua, l’altro di là della lunga stanga timoniera. E guarda e imita tutte le mosse del contadino. Forte come è, e riposato, lavora bene e l’uomo lo loda.

«Sono un maestro d’aratura», esclama contento il buon Pietro. «Su, Giovanni! Vieni qui. Un toro e un giovenco per aratro. All’altro, Giacomo e quel muto vitello del fratello mio. Forza! Ah!… issa!», e le due coppie di aratori vanno affiancate rivoltando la terra e tracciando i solchi per il lungo campo, e al limite di esso rivoltano l’aratro e fanno il nuovo solco. Sembra che abbiano fatto sempre i contadini.

L’episodio, oltre a introdurre per la prima volta la figura dell’intendente, mette in luce la solidarietà degli apostoli verso gli umili lavoratori dei campi e il loro contesto sociale.

Nel Secondo anno della Vita pubblica di Gesù[4] dopo che Gesù ha maledetto i campi di Doras[5], l’intendente di Giocana assiste di nascosto a un discorso di Gesù rivolto ai contadini rifugiatisi nelle terre di Giocana. Al termine dell’insegnamento riferisce al Maestro che il padrone, per timore di una analoga maledizione, gli ha ordinato di lasciarlo sostare nelle proprie terre e di permettergli di parlare ai servi. Gesù lo esorta allora a temperare la severità degli ordini impartiti ai contadini, ricordandogli che è preferibile perdere il favore del padrone piuttosto che la propria anima:

Dietro ad un grande melo disseccato è un uomo seminascosto. Ma quando Gesù sta per passare fingendo di non vederlo, egli salta fuori e dice: «Sono l’intendente di Giocana. Egli mi ha detto: “Se viene il Rabbi d’Israele lascialo sostare nelle mie terre e lascialo parlare ai servi. Ne avremo maggior lavoro perché Egli non insegna che cose buone”. E ieri, con la notizia che da oggi essi (e indica quelli di Doras) sono con me, e queste terre sono di Giocana, mi ha scritto: “Se il Rabbi verrà ascolta ciò che dice e regolati. Che non ci avvenga sventura. Ricoprilo di onori, ma vedi se fai revocare la maledizione dalle terre”. Perché sappi che Giocana le ha acquistate per puntiglio. Ma io credo che ne è già pentito. Molto sarà se ne faremo pascoli…».

«Mi hai sentito parlare?».

«Sì, Maestro».

«Allora sapete come regolarvi, tu e il tuo padrone, per avere benedizione da Dio. Riferisci questo al tuo padrone. E per tuo conto tempera anche gli ordini suoi, tu che vedi cosa è praticamente la fatica dell’uomo del campo e sei benvoluto dal padrone. Val meglio però che tu perda benevolenza e posto, anziché perdere la tua anima. Addio».

«Ma io ti devo fare onore».

«Non sono un idolo. Non ho bisogno di interessati onori per dare grazie. Onorami con il tuo spirito, mettendo in pratica quanto hai sentito, e avrai servito Dio e il padrone insieme».

E Gesù, seguito dai discepoli e dalle donne, e poi da tutti i contadini, traversa i campi e prende la via per le colline, salutato nuovamente da tutti.(EMV 261.6)

L’insegnamento del Maestro produce in lui una profonda conversione. Alla successiva festa dei Tabernacoli[6] conduce a Gerusalemme un gruppo di contadini di Giocana e acconsente con rispetto a lasciarli in compagnia di Gesù per ascoltarne la predicazione.

Nel Terzo anno della Vita pubblica di Gesù[4] Col passare del tempo il suo atteggiamento verso i lavoratori diviene più umano e benevolo, tanto che gli stessi contadini ne testimoniano il cambiamento agli apostoli. Quando però Giocana, divenuto ostile a Gesù, gli ordina di considerarlo un nemico e di impedirne la predicazione, l’intendente si rifiuta di obbedire, dichiarando di non poter rinnegare Colui che ormai riconosce come santo. Per questa sua fedeltà viene picchiato e sostituito da un amministratore crudele come il padrone:

«[…] C’è l’intendente. Ma viene anche lui, perché non odia il Maestro», dice Tommaso.

«Sarà sincero quell’uomo?», interroga Filippo.

«Sì. Perché non ha motivo di non esserlo».

«Eh! ingraziarsi il padrone e…».

«No, Filippo. Dopo le vendemmie è licenziato da Giocana, perché appunto non odia il Maestro», risponde Andrea.

«Chi ve lo ha detto?», chiedono in diversi.

«Lui e i contadini… separatamente. E quando due di diversa categoria sono concordi nel dire una cosa, è segno che il detto è vero. I contadini piangevano perché l’intendente se ne va. Si era fatto molto umano. E lui ci ha detto: “Sono un uomo e non un fantoccio di creta. L’anno scorso mi disse: ‘Onora il Maestro, avvicinalo, fatti suo fedele’. Ho ubbidito. Ora mi dice: ‘Guai a te se ami il mio nemico e permetti che essi lo amino. Non voglio anatema alle mie terre coll’accogliere quel maledetto’. Ma come posso, ora che l’ho conosciuto, sentire giusto quest’ordine? Ho detto al padrone: ‘Parlavi diverso lo scorso anno, e Lui è sempre quello’. Mi ha percosso una volta. Ho detto: ‘Non sono schiavo. Né, anche lo fossi, tu avresti possesso sul mio pensiero. Il mio pensiero giudica santo Colui che tu dici maledetto’. Mi ha percosso ancora. Questa mattina mi ha detto: ‘L’anatema d’Israele è nei miei luoghi. Guai a te se trasgredisci il mio comando. Non sarai più mio servo’. Ho risposto: ‘Bene hai detto. Non sarò più tuo servo. Cercane un altro che abbia il tuo cuore e sia rapace sui tuoi beni come tu sulle anime altrui’. E mi ha gettato al suolo e colpito… Ma presto è terminato il lavoro dell’anno e con la luna di tisri io sono libero. Mi spiace soltanto per questi…”, e accennava ai contadini», narra Tommaso.

«Ma dove lo vedeste?…».

«Nel bosco, come fossimo ladroni. Michea, col quale avevamo parlato, lo aveva avvertito ed egli era venuto ancor sanguinante, e venuti erano alla spicciolata i servi e le serve…», dice Andrea. (EMV 432.2)

L’ultima apparizione del personaggio avviene in occasione della morte del nonno di Marziam, insieme a Isacco accorre incontro a Gesù e agli apostoli per annunciare l’imminente morte del vecchio[7] poi, con discrezione e generosità, si adopera affinché il defunto possa ricevere una degna sepoltura grazie all’aiuto dei discepoli di Jezrael.

Origine del suo nome

Dizionario dei personaggi
Dizionario dei personaggi dell'Evangelo secondo Maria Valtorta

Nell’Opera di Maria Valtorta il personaggio rimane anonimo ed è identificato esclusivamente attraverso il proprio incarico di: intendente di Giocana.

Nel Dictionnaire des personnages de l’Évangile selon Maria Valtorta[8], all’intendente di Giocana viene invece attribuito il nome di Ismaele. Questa interpretazione sembra derivare dal brano inerente la morte del nonno di Marziam, dove si legge:

Marziam è molto contento che il Signore lo conduca dal suo caro nonno. Meno contenti sono gli apostoli, che ricordano il recente incidente con Ismaele¹. Ma tacciono, seri, per non addolorare il giovinetto […] (EMV 443.1)

È probabile che tale passo abbia indotto a identificare il menzionato “Ismaele” con l’intendente di Giocana, attribuendogli così un nome che nel testo dell’Opera valtortiana non compare mai. Tuttavia questa identificazione non trova alcun riscontro esplicito nella narrazione.

Nell’edizione italiana del L’Evangelo come mi è stato rivelato una nota editoriale osserva che:

¹ “Ismaele potrebbe essere stato scritto da Maria Valtorta per errore al posto di Giocana, protagonista dell’incidente narrato nel capitolo 430”.

L’incidente a cui la nota intende riferirsi è quello del nido caduto e raccolto da Gesù[9], per questo atto il Signore viene redarguito dal fariseo Gioacana ben Zacchai per aver violato, a suo parere, il giorno del Sabato. Il Maestro replica duramente accusandolo di interpretare in modo letterale la Legge senza essere capace di coglierne lo spirito.

Se il nome “Ismaele” non fosse invece frutto di un lapsus di Maria Valtorta, esso potrebbe riferirsi, con maggior probabilità, al fariseo Ismael ben Fabi, già incontrato da Gesù in occasione del banchetto narrato nel capitolo “La falsa amicizia di Ismaele ben Fabi e l’idropico guarito in giorno di sabato”[10], dove il Signore redarguisce duramente il fariseo. In entrambi i casi, il testo dell’Opera non consente di attribuire con certezza il nome “Ismaele” all’intendente di Giocana.

Dove lo incontriamo nell’Opera?

Volume 2: EMV 109

Volume 4: EMV 260 EMV 261 EMV 281

Volume 6: EMV 432

Volume 7: EMV 443

Note

  1. (immagine generata da IA)
  2. Nel contesto della Palestina del I secolo, l’intendente (dal greco epítropos) era l’amministratore di fiducia di un ricco proprietario terriero o di un sovrano. Sovrintendeva alla gestione delle proprietà, dirigeva il lavoro dei contadini e dei servi, amministrava i raccolti e aveva il compito di far eseguire gli ordini del padrone.
  3. nel terzo periodo di 4 mesi
  4. 4,0 4,1 nel secondo periodo di 4 mesi
  5. EMV 109.10
  6. EMV 281.2
  7. EMV 443.2
  8. di mons. René Laurentin, François-Michel Debroise e Jean-François Lavère - Salvator (2011)
  9. EMV 430
  10. EMV 335