L’Osservatore Romano (6 gennaio 1960)
Il 6 gennaio 1960 L'Osservatore Romano, organo ufficiale della Santa Sede, pubblicava in prima pagina due interventi distinti ma strettamente correlati riguardanti l’opera di Maria Valtorta.
Nella prima colonna compariva un decreto del Sant’Uffizio, datato 16 dicembre 1959, con cui si disponeva l’iscrizione dell’opera Il Poema dell’Uomo-Dio (oggi L’Evangelo come mi è stato rivelato) all’Indice dei libri proibiti.
L’Indice dei libri proibiti (Index Librorum Prohibitorum) era un elenco ufficiale pubblicato dalla Chiesa cattolica contenente opere ritenute contrarie alla fede o alla morale. Istituito nel XVI secolo e aggiornato periodicamente, aveva lo scopo di orientare i fedeli nella scelta delle letture e di prevenire la diffusione di dottrine giudicate erronee o pericolose. L’Indice fu abolito nel 1966, durante il pontificato di Paolo VI, pur rimanendo il principio della responsabilità personale dei fedeli nella selezione delle letture.
Nell’ultima colonna a destra era invece riportato un articolo anonimo intitolato “Una vita di Gesù malamente romanzata”, che offriva un commento critico alla decisione.
L’articolo non è firmato, come d’uso, ma sembra essersi ampiamente ispirato ai rapporti di padre Alberto Vaccari e del cardinale Augustin Bea, riprendendone gli argomenti, seppure in forma attenuata.
L’accostamento dei due testi nella medesima pagina evidenzia una duplice modalità comunicativa: da un lato l’atto ufficiale e disciplinare dell’autorità ecclesiastica, dall’altro un intervento giornalistico volto a orientare l’interpretazione e la ricezione del provvedimento presso i lettori cattolici.
Il decreto del Sant’Uffizio
Nella colonna di sinistra della prima pagina è riportata la notifica ufficiale del decreto del Sant’Uffizio, datato 16 dicembre 1959. Con tale decreto s’informava che[1]:
«All’Indice dei libri proibiti era un’opera di quattro volumi intitolata “Il Poema di Gesù” e “Il Poema dell’Uomo-Dio”. Il titolo originario era “Il Poema di Gesù”, che era stato modificato, non appena furono divulgate le prime copie del volume primo, perché una casa editrice ne aveva rivendicato l’uso esclusivo per averlo messo ad un libro in versi già pubblicato. L’Opera aveva ripreso a diffondersi con il titolo “Il Poema dell’Uomo-Dio”. L’Opera era di autore anonimo perché la Scrittrice non doveva e non voleva essere conosciuta mentre era in vita. Il nome di Maria Valtorta non è entrato nell’Indice».
La notifica, redatta in forma concisa e formale, non entra nel merito dettagliato delle motivazioni, ma sancisce l’autorità del giudizio ecclesiastico e la sua obbligatorietà per i fedeli. Essa si colloca nel solco della prassi disciplinare dell’epoca, che prevedeva interventi anche preventivi o cautelativi nei confronti di opere considerate potenzialmente fuorvianti sul piano dottrinale.
Il decreto di condanna era redatto in lingua latina, di seguito si riporta il testo del decreto del Sant’Uffizio del 16 dicembre 1959 nella versione originale, accompagnato dalla traduzione in lingua italiana:
Suprema Sacra Congregatio Sancti Officii
DECRETUM
Proscriptio Librorum
Feria IV, die 16 Decembris 1959.
In generali consessu Supremae Sacrae Congregationis Sancti Officii Em.mi ac Rev.mi Domini Cardinales rebus fidei ac morum tutandis praepositi, praehabito Consultorum voto, damnarunt atque in Indicem librorum prohibitorum inserendum mandarunt opus anonymum, quattuor complectens volumina, quorum primum:
«Il Poema di Gesù» (Tipografia Editrice M. Pisani, Isola del Liri); reliqua vero «Il Poema dell’Uomo-Dio» (Ibidem) inscribuntur.
Feria autem VI, die 18 eiusdem mensis et anni, SS.mus D. N. D. IOANNES Divina Providentia Pp. XXIII, in Audientia Em.mo ac Rev.mo D.no Cardinali Secretario S. Officii concessa, relatam Sibi Em.morum Patrum resolutionem adprobavit et publicari iussit.
Datum Romae, ex aedibus S. Officii, die 5 ianuarii 1960.
Sebastianus Masala
Notarius
Sacra Suprema Congregazione del Sant’Uffizio
DECRETO
Proscrizione di libri
Mercoledì, 16 dicembre 1959.
Nella riunione generale della Sacra Suprema Congregazione del Sant’Uffizio, gli Eminentissimi e Reverendissimi Signori Cardinali preposti alla tutela della fede e dei costumi, udito previamente il parere dei Consultori, condannarono e ordinarono che fosse inserita nell’Indice dei libri proibiti un’opera anonima composta di quattro volumi, il primo dei quali intitolato:
«Il Poema di Gesù» (Tipografia Editrice M. Pisani, Isola del Liri); mentre gli altri sono intitolati «Il Poema dell’Uomo-Dio» (ivi).
Venerdì, 18 dello stesso mese e anno, il Santissimo Signor Nostro Giovanni, per divina Provvidenza Papa XXIII, nell’udienza concessa all’Eminentissimo e Reverendissimo Signor Cardinale Segretario del Sant’Uffizio, approvò la decisione dei Padri Eminentissimi riferitagli e ne ordinò la pubblicazione.
Dato a Roma, dalla sede del Sant’Uffizio, il 5 gennaio 1960.
Sebastiano Masala
Notaio
L’articolo “Una vita di Gesù malamente romanzata”
Nell’ultima colonna a destra della stessa pagina, compare un articolo anonimo dal titolo “Una vita di Gesù malamente romanzata”. Il testo si presenta come un commento giornalistico alla decisione del Sant’Uffizio, con un linguaggio più discorsivo e accessibile rispetto alla notifica ufficiale.
L’articolo critica l’opera di Maria Valtorta descrivendola come una narrazione romanzata della vita di Gesù, priva di rigore storico e teologico. Viene sottolineato il rischio che simili scritti possano indurre i lettori a confondere elementi di fantasia con la rivelazione evangelica autentica. Il tono è deciso e orientato a scoraggiare la diffusione e la lettura dell’opera. Riproduciamo integralmente il testo dell’articolo:
Una vita di Gesù malamente romanzata In altra parte del nostro Giornale è riportato il Decreto del S. Offizio con cui viene messa all’Indice un’Opera in quattro volumi, di autore anonimo (almeno in questa stampa) edita all’Isola del Liri.
Pur trattando esclusivamente di argomenti religiosi, detti volumi non hanno alcun « imprimatur », come richiede il Can. 1385, § 1 n.2 C.I.C.[2]
L’Editore, in una breve prefazione, scrive che l’Autore, « a somiglianza di Dante, ci ha dato un’opera in cui, incorniciati da splendide descrizioni di tempi e di luoghi, si presentano innumerevoli personaggi i quali si rivolgono e ci rivolgono la loro dolce, o forte, o ammonitrice parola. Ne è risultata un’Opera umile ed imponente: l’omaggio letterario di un dolorante infermo al Grande Consolatore Gesú ».
Invece, ad un attentato lettore questi volumi appaiono nient’altro che una lunga, prolissa vita romanzata di Gesù.
A parte la vanitá dell’accostamento a Dante e nonostante che illustri personalitá (la cui indubbia buona fede è stata sorpresa) abbiano dato il loro appoggio alla pubblicazione, il S. Offizio ha creduto necessario metterla nell’Indice dei Libri proibiti.
I motivi sono facilmente individuabili da chi abbia la certosina pazienza di leggere le quasi quattromila pagine di fitta stampa.
Anzitutto il lettore viene colpito dalla lunghezza dei discorsi attribuiti a Gesù e alla Vergine SS.ma; dagli interminabili dialoghi tra i molteplici personaggi che popolano quelle pagine.
I quattro Vangeli ci presentano Gesú umile, riservato; i suoi discorsi sono scarni, incisivi[3], ma della massima efficacia. Invece in questa specie di storia romanzata, Gesù è loquace al massimo, quasi reclamistico, sempre pronto a proclamarsi Messia e Figlio di Dio[4] e ad impartire lezioni di teologia con gli stessi termini che userebbe un professore dei nostri giorni[5].
Nel racconto dei Vangeli noi ammiriamo l’umiltà ed il silenzio della Madre di Gesú; invece per l’autore (o l’autrice) di quest’opera la Vergine SS.ma ha la facondia di una moderna propagandista, è sempre presente dappertutto, è sempre pronta ad impartire lezioni di teologia mariana, aggiornatissima fino agli ultimissimi studi degli attuali specialisti in materia[6].
Il racconto si svolge lento, quasi pettegolo; vi troviamo nuovi fatti, nuove parabole, nuovi personaggi e tante, tante, donne al seguito di Gesù.
Alcune pagine, poi, sono piuttosto scabrose e ricordano certe descrizioni e certe scene di romanzi moderni, come, per portare solo qualche esempio, la confessione fatta a Maria da una certa Aglae, donna di cattivi costumi (vol. I, p.790 ss.)[7], il racconto poco edificante a p. 887 ss. del I vol., un balletto eseguito, non certo pudicamente, davanti a Pilato, nel Pretorio (vol. IV, p. 75)[8], etc.
A questo punto viene spontanea una particolare riflessione: l’Opera per la sua natura e in conformità con le intenzioni dell’autore e dell’Editore, potrebbe facilmente pervenire nelle mani delle religiose e delle alunne dei loro collegi. In questo caso, la lettura di brani del genere, come quelli citati, difficilmente potrebbe essere compiuta senza pericolo o danno spirituale.
Gli specialisti di studi biblici vi troveranno certamente molti svarioni storici, geografici e simili[9]. Ma trattandosi di un… romanzo, queste invenzioni evidentemente aumentano il pittoresco e il fantastico del libro.
Ma, in mezzo a tanta ostentata cultura teologica, si possono prendere alcune… perle che non brillano certo per l’ortodossia cattolica.
Qua e là si esprime, circa il peccato di Adamo ed Eva, un’opinione piuttosto peregrina ed inesatta[10].
Nel vol. I a pag. 63 si legge questo titolo: « Maria puó essere chiamata la secondogenita del Padre »: affermazione ripetuta nel testo alla pagina seguente. La spiegazione ne limita il significato, evitando un’autentica eresia; ma non toglie la fondata impressione che si voglia costruire una nuova mariologia, che passa facilmente i limiti della convenienza[11].
Nel II vol. a pag. 772 si legge: « Il Paradiso è Luce, profumo e armonia. Ma se in esso non si beasse il Padre, nel contemplare la Tutta Bella che fa della Terra un paradiso, ma se il Paradiso dovesse in futuro non avere il Giglio vivo nel cui seno sono i Tre pistilli di fuoco della divina Trinità, luce, profumo, armonia, letizia del Paradiso sarebbero menomati della metà »[12].
Qui si esprime un concetto ermetico e quanto mai confuso, per fortuna; perché se si dovesse prendere alla lettera, non si salverebbe da severa censura.
Per finire, accenno ad un’altra affermazione strana ed imprecisa, in cui si dice della Madonna: « Tu, nel tempo che resterai sulla Terra, seconda a Pietro come gerarchia ecclesiastica… » (il corsivo è nostro. N.d.R.)[13].
L’Opera, dunque, avrebbe meritato una condanna anche se si fosse trattato soltanto di un romanzo, se non altro per motivi di irriverenza.
Ma in realtà l’intenzione dell'autore pretende di piú.
Scorrendo i volumi, qua e là si leggono le parole « Gesù dice… », « Maria dice… »; oppure: « Io vedo… » e simili. Anzi, verso la fine del IV volume (pag. 839) l’autore si rivela... un’autrice e scrive di essere testimone di tutto il tempo messianico e di chiamarsi Maria.
Queste parole fanno ricordare che, circa dieci anni fa[14], giravano alcuni voluminosi dattiloscritti, che contenevano pretese visioni e rivelazioni. Consta che allora la competente Autorità Ecclesiastica aveva proibito la stampa di questi dattiloscritti ed aveva ordinato che fossero ritirati dalla circolazione[15].
Ora li vediamo riprodotti quasi del tutto nella presente Opera.
Perciò questa pubblica condanna della Suprema S. Congregazione è tanto piú opportuna, a motivo della grave disobbedienza.
Analisi dell’articolo
L’articolo anonimo svolge una funzione complementare rispetto alla notifica del Sant’Uffizio. Mentre quest’ultima rappresenta l’atto giuridico e disciplinare, il testo giornalistico si configura come uno strumento di mediazione e spiegazione rivolto al pubblico.
Dal punto di vista retorico, l’articolo utilizza una strategia critica basata su tre elementi principali:
- la delegittimazione del genere letterario adottato, definito “romanzato” in senso negativo;
- la sottolineatura della distanza tra narrazione privata e fonti canoniche;
- l’insistenza sul pericolo di confusione per i fedeli.
L’anonimato dell’articolo, prassi non insolita per L’Osservatore Romano dell’epoca, contribuisce a conferirgli un carattere istituzionale, pur mantenendo una distinzione formale rispetto al documento ufficiale del Sant’Uffizio.
Nel complesso, la presenza congiunta della notifica e dell’articolo nella stessa pagina evidenzia una duplice strategia comunicativa: da un lato l’affermazione dell’autorità dottrinale, dall’altro la costruzione di un orientamento interpretativo volto a influenzare la ricezione dell’opera da parte dei fedeli e dell’opinione pubblica cattolica.
Commento all’articolo
Riportiamo il commento all’articolo del dott. Emilio Pisani, editore storico e curatore degli Scritti di Maria Valtorta, tratto dal libro Pro e Contro Maria Valtorta, nel capitolo “La condanna all’Indice dei Libri Proibiti”[16]:
L’Opera non aveva l’imprimatur, come si richiedeva per i libri che trattano di argomenti religiosi, perché il Sant’Uffizio, Autorità “suprema”, aveva proibito al Vescovo competente di concederlo. Mons. Michele Fontevecchia, essendo semicieco, si faceva leggere l’Opera, in copia dattiloscritta, da Gabriella Lambertini, una missionaria della “Pro Civitate Christiana” di Assisi, e avrebbe dato il suo imprimatur, come Ordinario della Diocesi in cui risiedeva il tipografo-editore, se il Sant’Uffizio non glielo avesse impedito.
L’editore, nella breve prefazione, aveva azzardato il paragone con Dante perché il lettore fosse libero di interpretare le “visioni” come finzione letteraria. L’autore dell’articolo in esame poteva ritenere “vanità” un siffatto accostamento, come anche aveva potuto criticare la forma letteraria (lungaggini, prolissità, romanzo malformato), in virtù della sua sensibilità di lettore, non in veste di revisore ecclesiastico che censura le possibili deviazioni dottrinali.
Le “illustri personalità”, che avevano dato il loro appoggio alla pubblicazione, non meritavano l’insinuazione di essere state ingannate. Erano nomi prestigiosi di ecclesiastici e di laici. La consistenza degli attestati li mostrava consapevoli della validità dell’Opera scritta da Maria Valtorta e che essi avevano esaminato in copia dattiloscritta. Alcuni di loro avevano aiutato a diffondere i volumi appena stampati ed hanno dato prova di solidarietà all’editore dopo la messa all’Indice.
Riguardo ai motivi che giustificavano la condanna all’Indice, vediamo come essi fossero “facilmente individuabili”.
Ancora una volta il lettore-censore puntava il dito sulle lungaggini dell’Opera, fungendo da critico letterario. Quando le metteva a confronto con la stringatezza dei Vangeli, si lasciava sfuggire grandi elogi: “lezioni di teologia con gli stessi termini che userebbe un professore dei nostri giorni” e “lezioni di teologia mariana, aggiornatissima fino agli ultimissimi studi degli attuali specialisti in materia”.
I Vangeli registrano alcuni casi in cui Gesù non permetteva che fosse svelata la sua natura umano-divina (il cosiddetto “segreto messianico”) ma non ne danno una spiegazione. L’Opera valtortiana, che giustamente presenta Gesù come Messia e Figlio di Dio, riferisce le circostanze in cui Gesù raccomanda di non dire chi Egli è, o di non proclamare ciò che Egli ha fatto, dandone ogni volta una motivazione appropriata.
La critica sul modo di rappresentare la figura della Madre di Gesù, non sostenuta da citazione alcuna, è un evidente pregiudizio che contrasta con il maturato e documentato giudizio dell’illustre mariologo P. Gabriele M. Roschini, Consultore del Sant’Uffizio, il cui libro, intitolato La Madonna negli scritti di Maria Valtorta, fu ristampato con la riproduzione della lettera di apprezzamento a nome del Papa Paolo VI.
Quasi tornando sui propri passi, il lettore-censore criticava ancora la forma espressiva, definendo il racconto “lento e pettegolo” senza citarne un brano e senza poterlo censurare come eretico, o blasfemo, o semplicemente irriverente.
Per i nuovi fatti e per le nuove parabole, riportati nell’Opera, si può rimandare al Vangelo di Giovanni (20,30[17] e 21,25[18]); e per le donne al seguito di Gesù ad un passo di Luca (8,2-3)[19].
Il primo giudizio morale, trovato solo a questo punto, comportava la prima citazione di alcuni esempi con il preciso rinvio al volume e alla pagina, che permetteva al lettore di andare a verificare se la loro scabrosità fosse fine a se stessa, come in “certe descrizioni e certe scene di romanzi moderni”, o se avesse una ben altra, e alta, finalità. Se si giudica in modo indiscriminato, anche la Bibbia finisce all’Indice. Tuttavia, la possibilità di un pericolo o danno spirituale, a causa delle suddette pagine, il censore la prospettava solo per una categoria di lettori: le religiose e le alunne dei loro collegi.
La presenza di svarioni storici, geografici e simili era data per certa, ma non era accertata. Qualora ci fossero stati, siffatti svarioni avrebbero potuto meritare la riprovazione degli specialisti di studi biblici, non la condanna di chi è preposto a tutelare la fede e i costumi. Era per questo, forse, che il censore si risparmiava di rintracciarli.
Riappropriandosi del proprio compito, egli esplorava “in mezzo a tanta ostentata cultura teologica” (tutt’altro che un romanzo, dunque) e ne ricavava quattro “perle” (una per ogni mille pagine di fitta stampa!) che non brillerebbero di luce ortodossa. Vediamole.
La prima era “un’opinione piuttosto peregrina ed inesatta”, che non equivale ad un’opinione decisamente errata.
La seconda era un’affermazione che sarebbe potuta essere eretica se la sua spiegazione non ne avesse limitato il significato (quindi, non era eretica); e sarebbe stata sconveniente se da essa fosse scaturita una nuova mariologia (quindi, non era sconveniente fino a prova contraria).
La terza era un concetto espresso in forma ermetica e confusa. Se così non fosse stato, non si sarebbe salvato da severa censura. Insomma, era incensurabile (ed egli stesso aggiungeva: per fortuna).
La quarta ed ultima era addirittura una “perla” inesistente.
Si trattava di un’affermazione “strana ed imprecisa” perché il censore la riportava incompleta. Se al posto dei puntini di sospensione avesse messo il completamento della frase (che dice: egli capo e tu fedele) il concetto sarebbe tornato chiaro e preciso.
Nessuna censura in materia di fede cristiana, ma solo tentativi di censurare.
In conclusione, l’Opera non era più un romanzo e aveva meritato la condanna “per motivi di irriverenza” non precisati. Con precisione, invece, veniva dichiarato il motivo disciplinare della condanna, perché si era gravemente disobbedito all’ordine della competente Autorità Ecclesiastica di non pubblicare quell’Opera.
Sappiamo che il Sant’Uffizio, dieci anni prima, aveva ordinato a dei Religiosi di non pubblicare senza l’imprimatur il contenuto dei “voluminosi dattiloscritti” che essi facevano circolare. La loro riproduzione a stampa nell’Opera di quattro volumi era stata ritenuta una “grave disobbedienza”, senza tener conto che l’avvenuta pubblicazione dell’Opera era legittimata da un formale accordo tra la Scrittrice e un Editore laico.
L’articolo de L’Osservatore Romano, pubblicato contestualmente con il Decreto del Sant’Uffizio, aveva dato le motivazioni di una sentenza abnorme, che condannava non i colpevoli, veri o presunti, ma una innocente: l’Opera.
Note
- ↑ Emilio Pisani, Pro e contro Maria Valtorta, pag. 97, Centro Editoriale Valtortiano (2022)
- ↑ L’articolo 1385, § 1, n. 2 del Codice di diritto canonico del 1917, in vigore al tempo di Maria Valtorta, stabiliva che nessun libro riguardante materia religiosa può essere pubblicato senza imprimatur.
- ↑ Il Vangelo di Giovanni smentisce questa affermazione: vi si riporta infatti un discorso di 118 versetti pronunciato da Gesù la sera dell’Ultima Cena, che si estende da Giovanni 13,38 a Giovanni 17,26. Senza contare il discorso della montagna nel Vangelo di Matteo, riportato su più capitoli. Ciò non toglie nulla alle espressioni incisive di cui Gesù fa uso nel Vangelo e nell’opera di Maria Valtorta.
- ↑ Cfr. Giovanni 5,18: «Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non solo violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi così uguale a Dio».
- ↑ Ciò è coerente con L’Evangelo come mi è stato rivelato: Gesù è la fonte e il culmine della teologia cristiana. «La teologia trae origine dalla Parola di Dio e tende a far conoscere questa Parola affinché sia amata» (cfr. Summa Theologiae, I, q. 1, a. 1).
- ↑ Padre G. M. Roschini, egli stesso membro del Sant’Uffizio e fondatore della Pontificia Facoltà Teologica “Marianum”, commenta questa affermazione che lo riguardava personalmente. Egli era infatti impegnato nella difesa dell’opera: «L’Osservatore Romano del 6 gennaio 1960, che pubblicava una severa censura de L’Evangelo come mi è stato rivelato, riconosceva lealmente, in un breve articolo che accompagnava l’avviso di censura, che si trovano in quest’opera “lezioni di teologia mariana contrassegnate da una conoscenza completa degli studi più recenti degli specialisti attuali in materia […], lezioni di teologia scritte nei termini stessi che userebbe un professore del nostro tempo”. L’articolo insinuava inoltre che lo scrittore avesse avuto come suggeritore un dotto teologo mariano. Ciò equivaleva ad ammettere che l’opera contiene una dottrina mariana del tutto all’avanguardia: cosa innegabile! Ma è altresì innegabile che Maria Valtorta non ha mai letto un libro di mariologia, che non ha mai seguito corsi o lezioni su tale materia e che non vi è mai stato alcun teologo mariano a suggerirle ciò che ha scritto sulla Santa Vergine. La mariologia di Maria Valtorta non è una sua invenzione, questo è evidente.» (Gabriele M. Roschini O.S.M., La Madonna negli scritti di Maria Valtorta, CEV, 2021, p. 27).
- ↑ EMV 168
- ↑ EMV 604.26
- ↑ Questo punto era stato esaminato dal cardinale Augustin Bea, direttore dell’Istituto Biblico Pontificio. La sua attestazione era stata depositata presso il Sant’Uffizio nel 1952.
- ↑ Per quanto riguarda il peccato originale, nozione fondamentale, l’affermazione risulta particolarmente vaga e imprecisa. Le affermazioni di Maria Valtorta in questo ambito sono riassunte nell’articolo dedicato o in quello che sembra essere il principale passo contestato: Peccato originale: il Serpente seduce Eva e poi Adamo.
- ↑ Lo stesso Pio XII, nel suo messaggio radiofonico del 13 maggio 1946, in occasione della festa di Nostra Signora di Fatima, non esita a qualificare Maria come «primogenita del Padre» (Filha primogénita do Padre). L’affermazione di Maria Valtorta è anteriore: 16 agosto 1944. San Massimiliano Kolbe si esprime in modo più preciso: «Gli esseri spirituali sono creati a immagine e somiglianza di Dio; quindi di lei (la Vergine Maria) si può dire che è Figlia di Dio» (Conferenza del 9 aprile 1938, citata in Entretiens spirituels inédits, l’Immaculée révèle l’Esprit Saint, Letheilleux, 2004, p. 51).
- ↑ EMV 377.4: Gesù parla di sua Madre
- ↑ EMV 455.5
- ↑ Questo riferimento, molto vago, è insolito in un documento che tratta di una condanna. Anziché fornire una data precisa, o anche solo un riferimento, l’articolo ricorre a una perifrasi che fa appello ai “ricordi”: «Queste parole fanno ricordare che, circa dieci anni fa…». Una delle spiegazioni potrebbe essere il cambio di fascicolo sul caso Maria Valtorta a cui il Sant’Uffizio ha proceduto dopo la morte di Pio XII. Originariamente costituito nel 1945 con il n. 355/45, è diventato 144/58 nel 1958. Il fascicolo non contiene più, a quanto pare, i riferimenti al rifiuto del Sommo Pontefice di dare seguito alla proposta di condanna del Sant’Uffizio del 17 febbraio 1949. Altrimenti l’autore dell’articolo l’avrebbe citato. Il nuovo fascicolo (che sosterrà l’inserimento nell’Indice e il primo parere del cardinale Josef Ratzinger) conserva invece, per quanto si può dedurre, le relazioni critiche di padre Alberto Vaccari o l’ultima del cardinale Bea.
- ↑ Questo evento, di cui l’autore dell’articolo conserva solo un ricordo lontano, ebbe luogo martedì 22 febbraio 1949 e riguardò padre Berti, che non era né l’autore, né l’editore, né lo stampatore dell’opera.
- ↑ Emilio Pisani, Pro e contro Maria Valtorta, pag. 98 e ss., Centro Editoriale Valtortiano (2022)
- ↑ Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Gv. 20,30
- ↑ Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere. Gv. 21,25
- ↑ e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità […] Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni. Lc 8,2-3